samedi, septembre 18, 2010

A volte ritornano



A volte ritornano
di Stefano Cappellini ilriformista.it venerdì, 17 settembre 2010

Ora vuole il papa straniero. L'ex leader del partito lancia una corrente con i popolari. Franceschini: «Sei irresponsabile». Bersani: «Basta fare regali a Berlusconi».

Una delle frasi storiche di Walter Veltroni è: «Sulla mia tomba voglio che sia scritto che non ho mai promosso o aderito a una corrente». All'ex segretario del Pd toccherà trovarne un'altra, di epigrafe, ora che sta per dare vita - con tanto di documento programmatico e raccolta di adesioni - alla nuova area di minoranza interna al Pd. Ma di massime da modificare, nel libretto rosso del veltronismo, ce ne sono parecchie dopo la sua ultima offensiva. La nuova scesa in campo - annunciata dalla «lettera al paese» pubblicata in agosto sul Corsera - avanza su una
strada strettissima e zeppa di contraddizioni.

Difficile scansare - agli occhi del proprio elettorato - l'accusa di aver riaperto la guerra a sinistra proprio ora che la crisi della maggioranza ha toccato lo zenit. Ancora più difficile è rilanciare la necessità di una nuova leadership - come ha fatto ieri l'ex sindaco di Roma a Repubblica tv - rimuovendo con eccessiva disinvoltura di essersi dimesso dalla segreteria col rammarico che alla sinistra «piace cambiare leader come le canottiere». Evidentemente, c'è canotta e canotta.


«Tornare al Pd delle origini», ripete Veltroni. Ma quali origini? Ricordavamo un Veltroni capace di ingaggiare una furiosa battaglia ideologica per far sì che lo statuto del Pd prevedesse la coincidenza tra la figura del segretario e quella del candidato premier: era uno dei capisaldi della«vocazione maggioritaria» e fu messo nero su bianco. Ci ritroviamo ora un Veltroni che, mentre il capo del partito Bersani si prepara acandidarsi, invoca per la premiership un «nuovo Prodi», il famoso papastraniero. E chissà cosa pensa di questa svolta lo stesso Prodi, il cuigoverno non cadde certo per l'inchiesta di Santa Maria Capua Veteresulla famiglia Mastella, bensì anche e soprattutto per la fretta dell'allora segretario democratico, convinto che ogni giorno in più con l'esecutivo del Professore in carica avrebbe logorato le sue chance di successo elettorale.

Ecco perché sulle riforme istituzionali Veltroni scelse di tendere la mano a Berlusconi, e non a Fini e Casini che nell'autunno 2007 si erano ribellati al Cavaliere. Ecco perchéancora oggi si batte per una difesa a oltranza del bipolarismo della Seconda Repubblica, sostenendo in speculare sintonia con Berlusconi il primato del consenso rispetto alle prerogative del Parlamento, e così provocando la commozione di Sandro Bondi e Daniele Capezzone, i più lesti a congratularsi per la «lettera al paese», e il fresco plauso dell'ultras berlusconiano Osvaldo Napoli («Non posso non rilevare con soddisfazione - ha detto ieri il deputato del Pdl - la coerenza con cui ha ripreso la sua battaglia»).

Il «neofrontismo» antiberlusconiano, scrive Veltroni nel documento programmatico, non va bene. Bisogna tornare alle origini. E anche qui ci si domanda quali: al tempo in cui a Berlusconi si usava la cortesia di definirlo «il leader dello schieramento a noi avverso»? O alla fase in cui il premier era diventato il portatore del virus malefico del «putinismo»? Questione alleanze: tornare a quando Di Pietro era l'alleato unico e «affidabile»? O all'ex pm «analfabeta della democrazia»?

Al seguito di Veltroni, a parte i fedelissimi, sono rimasti solo gli ex popolari fedeli a Beppe Fioroni, che da ministro dell'Istruzione scese in piazza col centrodestra per il Family Day e che era pronto a votare il decreto salva-Eluana (in effetti, il documento Veltroni-Fioroni è un po' reticente in tema di diritti civili). Una truppa più che dimezzata rispetto a quella che aveva sostenuto la candidatura di Dario Franceschini all'ultimo congresso. Del resto, lo scopo del nuovo «movimento» - così a Veltroni piace definire la sua corrente - è di pescare consensi fuori dal partito, secondo uno schema che rilancia un altro suo vecchio mantra, la convinzione di essere minoranza nel partito ma maggioranza nell'elettorato, quindi tra quel popolo delle primarie
che prima o poi sarà chiamato a scegliere il candidato premier del centrosinistra. E maggioranza pure nella società civile. Veltroni è sempre stato molto attento alla società civile. Non sempre ricambiato.

Il casting per la composizione delle liste alle politiche del 2008 ha riservato, a conti fatti, più amarezze che soddisfazioni. Chissà se nel ritorno alle origini, o nell'eventuale ricerca del papa
straniero, varranno i medesimi criteri che hanno portato al reclutamento di Massimo Calearo, il falco di Federmeccanica eletto in Parlamento con i voti di Fausto Bertinotti. Quel Calearo che ora, uscito a suo tempo dal Pd, è pronto a sostenere col voto il governo Berlusconi, rassicurando infine i familiari sul suo rinsavimento («Fai quello che vuoi, ma sappi che non ti voteremo», gli disse il padre alla notizia della candidatura nel Pd). Magari tra poco uscirà qualche nostalgico
della «nuova stagione» veltroniana a spiegare che, se uno come Calearo sta a destra, è colpa dei «traditori del Lingotto».


vendredi, septembre 17, 2010

Roms: le sondage qui donne raison à Sarkozy - Coulisses de Bruxelles, UE

Roms: le sondage qui donne raison à Sarkozy - Coulisses de Bruxelles, UE

Pietro Ichino: «Meglio Marchionne o Gomorra?»

Pietro Ichino: «Meglio Marchionne o Gomorra?»

 

Il riformista.it      20100917     di Alessandro Calvi

 

Il senatore Pd. «In Campania il lavoro è in mano alla criminalità, e la sinistra pensa piuttosto alle deroghe per Pomigliano. L'ad della Fiat ci sta facendo un favore perché ci indica i difetti del nostro sistema industriale».

 

«Marchionne ci sta facendo un favore», dice Pietro Ichino, giuslavorista e parlamentare Pd. E aggiunge: «Ci indica quali sono i difetti del nostro sistema delle relazioni industriali, che ostacolano l’attuazione del suo piano industriale. Le altre multinazionali che stanno alla larga dal nostro Paese non perdono tempo a dircelo».

Professore, ma il favore lo fa ai lavoratori o lo fa soprattutto alla Fiat?
Certo che lui agisce nell’interesse della Fiat: è il suo amministratore delegato. Ma l’Italia è, almeno da due decenni, il fanalino di coda in Europa per capacità di attirare gli investimenti stranieri: peggio di noi fa soltanto la Grecia. Ed è anche interesse nostro, di tutti i lavoratori italiani, fare una diagnosi del male oscuro che causa questa nostra pessima performance.

Qual è la diagnosi secondo lei?

Finora ci siamo crogiolati nell’idea che sia colpa soltanto dei difetti delle nostre amministrazioni pubbliche, delle nostre infrastrutture, dei costi troppo alti dei servizi alle imprese. Ora Marchionne ci avverte che una delle cause, e non ultima per importanza, è anche l’inconcludenza del nostro sistema delle relazioni industriali: il fatto che non si possa avviare un piano industriale innovativo senza il consenso di tutti i sindacati; il potere di veto che il sistema di fatto dà ai sindacati minoritari.

In che cosa consiste questo potere di veto?

Innanzitutto nel fatto che se il piano industriale richiede una deroga rispetto al modello di organizzazione del lavoro, di struttura della retribuzione, di distribuzione dei tempi di lavoro, stabilito dal contratto nazionale, questa deroga è valida ed efficace nei confronti di tutti i lavoratori solo se l’accordo aziendale è sottoscritto da tutti i sindacati. Poi c’è il problema della clausola di tregua.

Qual è il problema?

Una delle parti essenziali dell’accordo di Pomigliano è il 18mo turno, che è reso possibile da un’ora e mezza media settimanale di straordinario. Ora, i Cobas hanno proclamato lo sciopero dello straordinario fino al 2014. Secondo la nostra prassi consolidata, qualsiasi lavoratore può aderire a questo sciopero in qualsiasi momento nonostante la clausola di tregua contenuta nell’accordo.

Secondo Fausto Bertinotti la vecchia borghesia considerava spazi di conflitto, il “marchionnismo”, invece, non discute ma dice: «Queste misure sono inevitabili. Si fa così e basta».

Quando siano rispettate le leggi dello Stato, negoziare le condizioni di lavoro è compito del sindacato, non dei politici. L’accordo di Pomigliano non viola nessuna legge; ed è stato firmato da una coalizione sindacale che in quello stabilimento è maggioritaria, e che sa il fatto suo. Certo che su quell’accordo hanno influito in modo determinante le condizioni imposte dal contesto planetario. Ma chi decide su che cosa è accettabile e che cosa no, in un piano industriale, Bertinotti o il sindacato cui i lavoratori in maggioranza hanno dato il mandato di trattare?

Bertinotti dice che, se la sinistra si “marchionnizza” è spacciata.

La sinistra, finora, ha accettato tranquillamente qualche cosa di molto peggio: il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori campani descritto da Roberto Saviano, nei sottoscala controllati dalla Camorra, a 700 euro al mese senza contributi, per dieci ore al giorno, senza alcun diritto. Questa è la “deroga allo standard nazionale” che si pratica normalmente da decenni in quella regione, altro che le deroghe chieste da Marchionne. E sono tutte aziende che potrebbero essere chiuse dall’oggi al domani, solo incrociando i tabulati dell’Inps con quelli dei consumi elettrici. Se fin qui non lo si è fatto è per paura della disoccupazione che ne sarebbe derivata.

Scusi, ma un ragionamento così costruito - o Marchionne o la Camorra, senza alternative - sembra dare ragione al Bertinotti che parla di dittatura del mercato.
Se la politica vuole dare una mano agli operai colpiti dalla concorrenza internazionale, incominci a detassare i redditi di lavoro fino a 1000 euro mensili, che possono considerarsi oggi una soglia di povertà. I 110 euro che gravano su di una busta paga di 1000 euro sono una vera e propria ingiustizia legalizzata.



mercredi, septembre 15, 2010

L'umanità non è mai stata meglio

L'umanità non è mai stata meglio

di Chicco Testa ilriformista.it 20100915

Anti-catastrofismo. Su Repubblica uno studio confermaciò che avevamo sempre sospettato.

Ieri c’erano due ottime notizie. Laprima, meravigliosa, era su Repubblica, in un bell’articolo di prima paginafirmato da Maurizio Ricci. Titolo: “2000-2010, i migliori anni della nostra vita”. L’umanità, nel suo complesso, non è mai stata così bene. A discapito del mood catastrofista dominante, ci dice Ricci, riprendendo uno studio di Charles Kenny: “Getting better” . Lapopolazione mondiale è aumentata, è più ricca, istruita e vive più a lungo. «Il
reddito pro-capite è cresciuto fino a 10.600 dollari l’anno, se trent’anni fa la metà della popolazione viveva con meno di un dollaro l’anno, oggi (a popolazione raddoppiata, ndr) è solo un quarto. Quarant’anni fa il 34% della popolazione veniva classificato come malnutrito. Oggi solo il 17%». Ancora:«Nell’arco di 8 anni la mortalità infantile è caduta del 17% e, in media, l’aspettativa di vita è cresciuta di due anni. Nel 2000 46.000 persone erano state uccise in battaglia.
Nel 2008, solo 6.000. Siamo anche più istruiti: nel mondo 4 persone su 5 sanno leggere»... «Miliardi di persone non solo stanno meglio, ma sonoanche in grado di dirselo al telefono». E i disastri ambientali, in aumento,
fanno però un numero inferiore di vittime. «La capacità delle società di far fronte ai disastri naturali è cresciuta, grazie a i progressi tecnologici, a una maggiore ricchezza, a una migliore preparazione». E infine l’ultimo bel colpo: «L’indice di sviluppo umano, che l’Onu calcola ogni anno, è un indicatore che tiene conto, contemporaneamente, della ricchezza pro-capite, dell’aspettativa di vita, dell’alfabetizzazione, dell’istruzione, è in costante ascesa da 35 anni, in ogni parte del mondo».

Unostudio di parte? No, perché è stato sottoposto a verifica da un altro istituto indipendente e la risposta , pubblicata dalla rivista Bioscience, ne conferma i risultati. La stessa rivista definisce tutto questo «il paradosso dell’ambientalista». Ed è facile capire perché.

Dopodiché la risposta al paradosso appare un po' sconcertante. O come la scoperta dell’acqua calda. Per esempio, che nonostante il deterioramento del pianeta la disponibilità di cibo è aumentata. «Globalmente, la produzione di cereali, carne e pesce ha più che tenuto il passo con la crescita della popolazione». Ma come, non eravamo vicini a vedere pescato l’ultimo povero pesce, ormai solitario? E perché? Probabilmente perché «i progressi della tecnologia stanno aiutando l’umanità a sganciarsi dalla dipendenza dell'ecosistema». Che è come dire che grazie al cielo abbiamo gli antibiotici, i fertilizzanti, anche gli Ogm, il motore a scoppio, il riscaldamento e i computer. E chissà quali altre diavolerie avremo in futuro: dalle nanotecnologie alle biotecnologie genetiche, dalla fusione all’energia solare a basso costo, dai super-super computer ai robot. Se si aggiunge che questo trend non riguarda solo gli ultimi 10 anni, ma un uguale progresso si era avuto nell’ultimo ventennio del secolo scorso e prima ancora in tutto il dopoguerra possiamo dire, un po’ all’ingrosso, che sono ormai 60 anni che il mondo continua a migliorare. E che la maledetta globalizzazione sta facendo per bene il suo lavoro. Creare ricchezza in tutte le diverse parti del mondo e aprire opportunità prima sconosciute.

Naturalmente Ricci ci mette in guardia su ciò che potrebbe succedere nei prossimi decenni.
Una crisi può sempre innestarsi per i motivi più diversi, ma per il momento, un momento molto lungo come si è detto, le cose non vanno poi così malaccio. Che non possano durare così per l’eternità è probabile. Mi pare di ricordare per esempio che il Sole ha “solo” altri 4 miliardi di anni di vita. Ma forse per quando sarà scomparso avremmo imparato a crearne uno artificiale: il tempo ci sarebbe. Ma per il momento tutte le previsioni catastrofiste, sociali, economiche, ambientali, sembrano smentite. E se mi permettete c’è una bella differenza fra una crisi che scoppia domani e una che scoppia fra 50 anni. Come campare 80 anni o morire d’infarto a 50. In fondo l’umanità cerca proprio questo: migliorare per il più lungo tempo possibile. Come fa ogni singolo essere umano pur sapendo che la sua vita non è eterna. E sono pronto a scommettere che quando si farà il bilancio dei prossimi 10 anni i miglioramenti ottenuti in gran parte del mondo bilanceranno abbondantemente le difficoltà dell’altra parte.

Rimaneda dire come mai si sia creata una così profonda differenza fra realtà (positiva) e percezione (negativa). Almeno in questa parte del mondo, dove siamo travolti ogni giorno da messaggi pessimistici o addirittura millenaristici.

Unaspiegazione può forse avere a che fare con le diverse età delle differenti parti del mondo. L’ Europa invecchia, non solo anagraficamente, ma anche psicologicamente. E come tutti i vecchi vede all’orizzonte la propria fine e rimpiange il buon tempo passato. Quando i pomodori sapevano di pomodoro e le stagioni erano le stagioni di una volta. Ma per cinesi, indiani, indonesiani, brasiliani, africani... che fanno ben più della metà della popolazione, il mondo è ancora nuovo. Anzi è agli inizi e ancora tutto da godere. E di questa negativa psicologia europea fa parte anche l’insoddisfazione di sé, come direbbe uno psicanalista. Un senso di colpa, forse giustificato dalla propria ignavia, che vuole a tutti i costi far star male chi invece sta meglio e vuole identificare la propria fine e le proprie ubbie con la fine del mondo.

Rimaneun’ultima cosa da dire. Siamo pieni di inconsapevoli reazionari che con tutte le loro forze cercano di ostacolare questo progresso. Che odiano, perché mette in discussione i loro privilegi. E come luddisti redivivi cercano di distruggerlo. Per esempio? Il movimento no-global e tutti i suoi profeti, che scambiano il loro nichilismo infantile per un sentimento condiviso. Meglio rimpiangere la Cina di Mao-Tse-Tung che riconoscere che quella attuale, troppo simile in tante cose all’ America, ha strappato dalla fame centinaia di milioni di persone.

Dimenticavola seconda buona notizia. Che Repubblica abbia pubblicato tutto ciò. Anche l’orizzonte più
nero, evidentemente, qualche volta viene squarciato da un’improvvisa illuminazione. Ma da domani, non ne dubito, si ricomincia con le catastrofiprossime venture. Certe, certissime, anzi probabili. O forse no.

Parla il re dei costruttori di Montecarlo 'La Tulliani ristrutturò l’appartamento'

Parla il re dei costruttori di Montecarlo 'La Tulliani ristrutturò l’appartamento'

di Gian Marco Chiocci (nostro inviato a Montecarlo) il giornale.it articolo di 15 settembre 2010

Il re dei costruttori monegaschi Luciano Garzelli, che si è occupato dei lavori: "Avevo contatti con la signora e col fratello. Hanno portato loro la cucina e tutti i materiali: questo è anomalo per degli affittuari". Sul prezzo: "Con 300mila euro si compra un box. Quella casa vale almeno un milione"

Prima le presentazioni, poi le rivelazioni choc. Luciano Garzelli è l’italiano più noto a Montecarlo. Avrà una sessantina d’anni ed è uno che conta tanto, ma tanto, nel Principato di Monaco. Gode dell’amicizia personale di sua altezza serenissima Alberto e dell’intera Casa Grimaldi, ed è «il» costruttore monegasco per antonomasia in quanto amministratore delegato del colosso immobiliare Engeco fondato nel 1974 da Stefano Casiraghi. In materia di case e compravendite, da queste parti, nessuno ne sa più di lui. «È la Cassazione del mattone», scherza uno dei testimoni dell’affaire Tulliani.
E testimone prezioso dello scandalo dell’estate è proprio lui, il vulcanico Luciano, al pari del figlio Stefano che il 30 luglio raccontò al Giornale di aver presenziato ai lavori nell’appartamento di rue Princesse Charlotte 14 – quale rappresentante della società di ristrutturazione Tecabat - dove il cognato di Fini (affittuario) controllava e dirigeva direttamente in loco le operazioni di restauro (pagate dalla società off shore Timara Ltd, proprietaria dell’immobile): «Insomma, c’era un rapporto diretto tra Tulliani e Timara» disse il giovane Garzelli, poi redarguito pesantemente dai superiori per le dichiarazioni incautamente rilasciate a questo quotidiano.
Se il figlio ha ricoperto un ruolo marginale, seppur attivo, nella vicenda, il padre è il dominus dell’intera operazione. A lui s’è rivolto l’ambasciatore italiano nel Principato per aiutare l’«esperto immobiliarista» (sono parole di Gianfranco Fini) a trovare società di ristrutturazione a lui gradite per rimettere a posto la casetta monegasca donata dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale. Incontriamo Luciano Garzelli al termine di una riunione di lavoro, di fronte al porto, a duecento metri dal pulpito da cui sventola la bandiera a scacchi della Formula uno. Si vede subito che ha molte cose da dire anche perché sovrappone concetti e precisazioni. Ecco il botta e risposta. Integrale.
Intanto una premessa, signor Garzelli. Se per l’intervista del 30 luglio suo figlio Stefano ha avuto problemi sul lavoro ce ne scusiamo ma...
«Niente, non fa niente. Ormai è tutto passato. Non ne parliamo più».
Senta oggi (ieri, ndr) il Giornale ha riportato le parole del notaio Paul-Louis Aureglia (che ratificò i due passaggi di proprietà dell’apparta¬mento oggi abitato da Tulliani e che ha ipotizzato una sorta di truffa al Principato per la violazione di una legge sul diritto di prelazione sull’acquisto degli immobili «protetti» da parte del governo locale, ndr). Parla di «stronzate» fatte, di presunte truffe orchestrate intorno all’appartamento...
«(Luciano Garzelli legge il Giornale e scuote la testa). Ma lo dico pure io. Con 300mila euro a Monaco si compra un parcheggio e la cosa incredibile è che le autorità monegasche non hanno fatto alcuna operazione (di controllo, ndr)».
La potevano fare?
«E certo. 300mila euro è un prezzo sottostimato».
Scusi, ma quanto vale quell’immobile?
«Tra un milione e un milione e mezzo».
Abbiamo parlato con la Tecabat che ha ristrutturato...
«Senta, io con la mia Engeco non c’entro niente. Mi ha chiamato l’ambasciatore (Franco Mistretta, ndr) che aveva ricevuto una telefonata... - se me lo chiederà il giudice dirò da chi – Luciano c’è questa cosa da fare. Sono andato là personalmente, ho detto sono della Engeco, facciamo grattacieli, case, ponti... e mi han detto, sai siccome c’è un certo personaggio... Allora lì ho sentiti, hanno detto sono una sessantina di metri quadrati però i materiali li portiamo noi. Allora ho detto, grazie arrivederci. E me ne sono andato. E poi mi hanno richiamato».
Scusi Garzelli, ma le hanno detto che i materiali li avrebbero portati loro?
«Non “li avrebbero”, li hanno portati loro. Qui hanno messo solo in opera i materiali che hanno portato loro. La cucina, le maioiliche, il parquet, i rubinetti».
Ci perdoni, torniamo all’ambasciatore. Esattamente cosa le ha detto?
«Mi hanno chiamato per fare un lavoro qui a Montecarlo. Poi mi ha dato un telefono del signor Tulliani».
Con la signora Tulliani lei ha avuto rapporti?
«Certo. Mi ha chiamato».
Perché c’erano problemi nell’appartamento?
«Modifiche da fare, i lavori nella stanza, il muro da rompere. Il problema, insisto, è a monte. A quando è stata fatta questa vendita a trecentomila euro».
Ci perdoni l’ignoranza. Ma è normale, qui a Monaco, che un semplice affittuario scelga lui i materiali della ristrutturazione e se li faccia arrivare dall’Italia?
«Non è normale. Loro hanno fatto così. C’era anche un architetto romano che mi contattava via e-mail. Si chiama (...)».
A parte le telefonate con i Tulliani lei ha avuto anche contatti via e-mail, per lettera, via posta, diciamo così, normale?
«Scusi, ma che sta facendo il giudice lei? Io su questo punto rispondo solo al giudice. Se me lo chiede lui, glielo dico a lui. Arrivederci».
gianmarco.chiocci@ilgiornale.it
© IL GIORNALE ON LINE S.R.L. - Via G. Negri 4 - 20123 Milano - P.IVA 05524110961

«Dopo il Cav, Marchionne»

«Dopo il Cav, Marchionne»

il riformista.it   20100915   di Tommaso Labate

Sinistra e potere, la profezia di Fausto Bertinotti

«Berlusconi è alla fine del suo ciclo», sostiene Fausto Bertinotti. Ma dietro il crepuscolo del berlusconismo si intravedono «le avvisaglie di un altro modello, più autoritario: il marchionnismo».

«Siccome la crisi acuisce la contesa sulla competitività», è l'analisi bertinottiana, «ecco che spunta il modello Marchionne. L’impresa autoritaria come base di un nuovo modello sociale. E tra coloro che accompagnano molto questa idea c’è senz’altro Giulio Tremonti». E quelli che, a sinistra, insistono perché si raccolga la sfida dell’ad Fiat? «Se questa tesi prevale, la sinistra europea scomparirà».

Bertinotti è accomodato in una poltroncina nel suo ufficio, molto sobrio, da presidente della Fondazione Camera dei deputati. Sul tavolino c’è una copia di Chi comanda qui? (sottotitolo: «Come e perché si è smarrito il ruolo della Costituzione»), il suo ultimo libro, quello in cui l’avvento della globalizzazione e la crisi delle Costituzioni democratiche europee sono analizzate come due grandezze direttamente proporzionali.

Bertinotti, lei scrive un libro sull’erosione della democrazia e la crisi della Costituzione. Eppure, nell’indice dei nomi, non figura Silvio Berlusconi. Perché?
È stata una scelta voluta. La messa in mora della democrazia può essere analizzata anche senza tirare in ballo Berlusconi. Certo, Berlusconi è l’elemento aggiuntivo che dà una specificità al caso italiano. Ma la tendenza generale riguarda l’Europa. E nella crisi della democrazia in Europa, l’Italia è solo un caso particolare, mica l’eccezione.

Sta smontando la tesi classica del centrosinistra, quella del «Berlusconi uguale anomalia»?

Al contrario del centrosinistra, la sinistra radicale non ha mai fatto questa equazione. Per questo noi partecipiamo al movimento dei No global e loro no. Quello che in Italia chiamiamo il berlusconismo rappresenta un fenomeno che va letto in una dimensione occidentale. Altrimenti non si spiegherebbero Reagan e la Thatcher. Al centrosinistra che dice «io ce l’ho con Berlusconi» il sottoscritto risponde: «E con Reagan e la Thatcher, invece, in che rapporti stai? Pensate che Bush e Putin siano più democratici di Berlusconi?». Io ne dubito.

Sta dicendo che non basta cacciare Berlusconi perché tutto torni magicamente come prima?

Esattamente. Vede, Berlusconi è alla fine del suo ciclo. Ma la fine del ciclo di Berlusconi, che è irreparabilmente cominciata, non trascina con sé la fine di ciò che abbiamo chiamato berlusconismo. Perché questa è parte di un progresso più generale.

E che cosa c’è, secondo lei, dopo Berlusconi?

Dietro l’entrata in crisi del modello sociale europeo si nasconde la nascita di un altro modello. Il declino del primo accompagna l’ascesa del secondo, che individua più direttamente nelle relazioni sociali il centro della nuova contesa politica, economica, culturale. Berlusconi è stato l’anima populista e neoliberista di una destra vincente, che ha governato la globalizzazione. Ma oggi che la crisi sta acuendo la contesa sulla competitività, ecco che spunta il modello Marchionne. L’impresa autoritaria come base di un nuovo modello sociale. Secondo me, uno di quelli che è perfettamente in sintonia con questa idea è Giulio Tremonti.

Il neoliberismo che lascia spazio al mercatismo puro?

In un certo senso è cosi. Rispetto al capitalismo fordista-taylorista, che aveva incorporato anche uno spazio per la mediazione e riconosceva la democrazia come componente necessaria per organizzare il consenso nella società, il capitalismo di oggi è particolarmente totalizzante. Per la borghesia precedente, invece, il conflitto era considerato fisiologico. Non a caso, anche un erede aspro e radicale di quella tradizione, come Cesare Romiti, lo riconosce.

Sta dicendo che il marchionnismo punta a cancellare ogni conflitto?
L’ipotesi Marchionne è socialmente durissima. Perché arriva addirittura a spezzare l’incrocio tra populismo e neo-liberismo. Infatti, al contrario del berlusconismo, il ciclo del nuovo capitalismo non è in grado di risolvere il problema del consenso. I suoi seguaci affermano la dittatura del mercato. Non discutono, si nascondono dietro affermazioni del tipo: «Queste misure sono inevitabili. Si fa così e basta».

Anni fa fu proprio lei a individuare in Marchionne un «borghese buono».
Successe dopo un’assemblea degli industriali torinesi, in cui Marchionne disse che l’impresa che licenzia non configura un imprenditore, che era inutile pensare di bastonare un lavoratore quando il costo del lavoro pesa il 6/7 per cento, che contrattare coi sindacati italiani era meglio che farlo con quelli americani, che il suo rapporto con la Fiom era fortissimo. Tutto questo si innestava con l’idea di far crescere la Fiat in Italia. Dopo l’accordo con Chrysler, invece, la sua strategia è cambiata. Gli stabilimenti italiani si possono pure chiudere, il modello d'impresa è solo quello vincente sul terreno della competitività, il conflitto va azzerato.

Una parte del centrosinistra, però, sostiene che la sfida di Marchionne vada raccolta.
Se questa tesi prevale, saremo di fronte alla scomparsa della sinistra europea, che ha sempre coniugato la libertà con l'uguaglianza. Attenzione: il concentrazionismo, che una volta era proprio di luoghi come i manicomi e le carceri, si sta estendendo anche alle fabbriche. Posti che non sono più deputati alla democrazia. Una sinistra che non veda questa aggressione ai diritti, sostenendo che la sfida di Marchionne va accettata in nome della «modernizzazione», recide il ramo su cui è seduta. Sposare il marchionnismo può rappresentare l'eutanasia della sinistra. Al contrario, però, se individua questo come un «conflitto di civiltà», allora la sinistra può rinascere.

Passando al declino delle istituzioni, che cosa ne pensa del Pdl che chiede le dimissioni di Fini dalla Camera?
Personalità diversissime come Casini, Fini e il sottoscritto, sono stati stati sottoposti a trattamenti analoghi. È la Seconda Repubblica, quella in cui l'esecutivo e il suo capo puntano alla messa in mora del Parlamento. Ma se alla guida di un'istituzione ci metti un uomo che ha il senso della dignità del ruolo, e non di sé stesso, di fronte alla prevaricazione la risposta non può essere che la difesa a oltranza dell'istituzione stessa.

Lei riesce a immaginare Fini oltre il recinto della destra?

È evidente che Fini sta delineando il tentativo di prefigurare una destra europea. Non vedo equivoci su questo. A meno che i suoi desideri, che a mio avviso non sono poi così brillanti, non si sovrappongano.

A Cernobbio, Padoa-Schioppa ha elogiato Tremonti. Che cosa ne pensa?
Hanno avuto la stessa linea, purtroppo. Dire che c’è una continuità tra Padoa-Schioppa e Tremonti, come ha fatto Padoa-Schioppa stesso, vuol dire svelare le ragioni del fallimento del governo Prodi. Quella spiegazione funziona più di qualsiasi altro ragionamento.

Intanto, c'è chi si indigna per lo sciopero dei calciatori. E chi, invece, sostiene che non c’è mica un reddito minimo per accedere al diritto allo sciopero.

È singolare che faccia scandalo l’uso dello sciopero da parte dei calciatori e non i loro guadagni. Temo che ci sia sempre una buona ragione per parlare contro lo sciopero.



La colère anglophone de Viviane Reding

La colère anglophone de Viviane Reding - Coulisses de Bruxelles, UE
de Jean Quatremaire  20100915

La colère anglophone de Viviane Reding

La commissaire européenne chargée de la justice et des droits des citoyens est fâchée contre la 250_0_KEEP_RATIO_SCALE_CENTER_FFFFFF France, comme je l’explique ci-dessous. On peut le comprendre, la politique de renvoie des Roms roumains fleurant bon sa discrimination ethnique à l’égard de citoyens européens qui sont censés jouir des mêmes droits qu’un cadre allemand diplômé roulant en Audi. Mais pourquoi avoir exprimé sa colère en langue anglaise ? Car son intervention, ce matin, était uniquement dans la langue de Shakespeare. Selon un porte-parole de la Commission, Reding, ressortissante luxembourgeoise et donc parfaitement francophone et germanophone, l’a fait volontairement pour marquer sa distance avec la France.

Ce choix, disons le tout net, est tout simplement scandaleux et je pèse mes mots. Comme si le fait de parler français ou d’être Français conduisait tout naturellement à se montrer discriminatoire à l’égard des Roms voire à adopter un comportement raciste. Une logique qui aurait dû conduire à interdire la langue allemande en 1945… Viviane Reding donne en outre l’impression que « Bruxelles » n’est plus capable de s’exprimer dans une autre langue que l’anglais et conforte ainsi le soupçon d’une partie des Français qui voit de plus en plus l’Union comme un corps étranger qui prétend gouverner la France de l’extérieur : les Français, pas plus que les Allemands ou les Italiens, ne parlent anglais, hormis une petite élite. Après onze ans à Bruxelles, Reding l’a manifestement oublié. Enfin, la commissaire semble considérer que l’anglais est une langue à tout le moins neutre voire qu’elle est porteuse de valeurs bien supérieures à la langue française. Il va falloir aller expliquer la chose aux détenus de Guantanamo ou aux prisonniers des couloirs de la mort aux États-Unis…

Bref, le choix linguistique de Reding est ridicule, contre-productif et teinté d’une conception ethnique de la langue. Un comble pour un discours qui stigmatise justement la xénophobie.



Montecarlo, l'ex tesoriere An scarica Fini

Montecarlo, l'ex tesoriere An scarica Fini - Pontone, Montecarlo, fini, tulliani - Libero-News.it


 Francesco Pontone ai pm: "Fu la direzione di Alleanza Nazionale a    decidere la vendita dell'appartamento". Ora in procura sono attesi Lamorte e la segretaria del presidente della Camera
Libero-news.it  20100915
l Montecarlo Gate prosegue nelle aule del tribunale di Roma. I pm di Piazzale Clodio hanno sentito, come persona informata sui fatti, l'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Anche se il senatore all'epoca firmò le carte per la cessione dell'appartamento alla società offshore dietro la quale si nascondeva niente meno che il fratello della compagna di Gianfranco Fini (Giancarlo Tulliani), ha tenuto a precisare di essere un mero esecutore. In pratica, scaricando tutta la responsabilità su Fini stesso. "Fu la direzione di Alleanza Nazionale a decidere la vendita dell’appartamento di Montecarlo, in Boulevard Princesse Charlotte 14, e furono sempre i vertici del partito ad affidare al tesoriere Francesco Pontone il compito di seguire tutte le procedure". Queste le parole di Pontone messe agli atti dai magistrati della procura di Roma. E chi poteva essere il "vertice" in questione se non il segretario di partito. Eppure la procura, che ha aperto il fascicolo per truffa aggravata (ancora a carico di ignoti), non convocherà Fini. Il procuratore capo Giovanni Ferrara ha ribadito che, almeno per il momento, non ci sono i presupposti per chiamare l'ex di An né il cognato Giancarlo.

Pontone mero esecutore - Per quanto riguarda il prezzo di vendita, gli inquirenti hanno chiesto se secondo lui 300mila euro fossero un prezzo congruo. Anche su questo Pontone ha detto di avere seguito le indicazioni di chi l'appartamento - lasciato in eredità dalla contessa Anna Maria Colleoni ad An - ebbe modo di vederlo. Ovvero l'allora tesoriere e capo della segreteria Donato Lamorte e la segretaria particolare di Fini, Rita Marino, i quali definirono "fatiscente" lo stato dell'immobile. I prossimi a essere sentiti in Procura saranno dunque Lamorte e la Marino. Le loro testimonianze saranno fondamentali per capire se il prezzo cui è stato venduto l'immobile era "inadeguato" alle condizioni dell'immobile stesso. I due, infatti, visitarono l'appartamento prima che il bene ereditato fosse ristrutturato.

Pontone smentisce Fini su un altro punto importante della faccenda: il ruolo di Giancarlo Tulliani. Secondo la versione "ufficiale" dei fatti diramata dal numero uno di Montecitorio, il cognato sarebbe stato l'intermediario nell'operazione di compravendita, ma Pontone nega di conoscere Tulliani. Proprio come Lamorte, che in un'intervista a Libero, aveva escluso che il fratello di Elisabetta avesse avuto un ruolo nella vendita dell'appartamento.

14/09/2010


«Licenze Windows agli anti-regime»

mardi, septembre 14, 2010

Avezzano, studente fuma a scuola Per punizione deve pulire il bagno

Urla e fischi contro Pietro Ichino ma il pubblico della Festa lo fa parlare

Urla e fischi contro Pietro Ichino ma il pubblico della Festa lo fa parlare
milano.repubblica.it/cronaca/2010/09/14

Gli antagonisti cercano di consegnare al professore una tuta da operaio e una cuffia dei phone center

Ospite della Festa Democratica di Milano, il giuslavorista Pietro Ichino è stato contestato da una trentina di giovani dei centri sociali che hanno tentato, inutilmente, con urla e provocazioni di interrompere il suo intervento.

Antagonisti contro il professore

Un gruppo di antagonisti, ieri sera, è arrivato nello spazio dei dibattiti a Lampugnano e quando il giuslavorista ha preso la parola ha iniziato a fischiarlo al grido di "Vai a lavorare". Provocatoriamente, i giovani dei centri sociali hanno tentato di offrire a Ichino una tuta blu e una cuffia da lavoratore del call center e di srotolare uno striscione, ma i disturbatori sono stati allontanati dal servizio d'ordine del Partito Democratico e da un gruppo di agenti delle forze dell'ordine.

Per una decina di minuti sono continuate le urla e i fischi degli antagonisti, prima che fossero definitivamente allontanati dallo spazio dei dibattiti. Dopodiché la serata, incentrata proprio sui temi del lavoro è ripresa su sollecitazione del pubblico presente con interventi di tutti i relatori tra cui anche i segretario della Camera del Lavoro di Milano Onorio Rosati.

"C'e da preoccuparsi perchè non sono contestazioni, sono veri e propri atti di violenza". Così ai microfoni di "Mattino 5" il ministro dell'Interno Roberto Maroni ha definito le proteste che nei giorni scorsi hanno accompagnato alcuni interventi pubblici di Schifani, Bonanni e, ieri sera, Pietro Ichino. "Io non li chiamo i giovani dei centri sociali ma i professionisti della violenza", ha detto Maroni. E a Maurizio Belpietro che gli ha chiesto se vede "pericoli di terrorismo" risponde: "E' iniziato così, ed per questo che stiamo studiando le misure più adeguate per evitare che questi atti di violenza si trasformino poi in una stagione che abbiamo visto e che non vogliamo più rivedere".




Les Francophones n'accepteront pas n'importe quoi pour sauver la Belgique

"Les Francophones n'accepteront pas n'importe quoi pour sauver la Belgique"


Coulisses de Bruxelles, UE de Jean Quatremer
Rédigé le vendredi 10 septembre 2010 à 20:56



Vincent de Coorebyter est l’un des plus fins politologue belge.
Directeur du Centre de recherche et 20100721 Belgique 10 d’information socio-politique (CRISP), il analyse ici la crise belge.

La Belgique est-elle entrée dans une ultime crise ?

Il est normal qu’on ait cette impression de l’extérieur après l’échec du socialiste francophone, Elio Di Rupo, le pré-formateur. Cet échec est d’autant plus frappant qu’il fait suite à toute une série d’échecs qui ont conclu des négociations institutionnelles menées entre 2007 et 2010. Les déclarations de certains responsables politiques francophones affirmant qu’il faut se préparer « mentalement et culturellement » à la fin de la Belgique ont aussi nourri le sentiment qu’on est dans une situation très périlleuse.

Mais il faut relativiser ces déclarations, car elles émanent toutes d’un même parti : de manière sans doute concertée, les socialistes ont voulu faire passer le message qu’ils sont prêts à reprendre les discussions mais qu’ils n’accepteront pas n’importe quoi pour sauver la Belgique, qu’il existe des lignes rouges à ne pas franchir. Sur le fond, je ne crois pas que les socialistes francophones ont décidé de travailler à la fin de la Belgique. Il est d’ailleurs frappant que personne n’ait profité de ces déclarations pour se ruer dans ce qui pourrait apparaître comme une brèche, une ouverture ou la levée d’un tabou. Même la N-VA, le parti indépendantiste flamand, dont on sait qu’elle veut à terme la disparition de la Belgique, a accueilli ces déclarations avec scepticisme, convaincue qu’elles étaient purement tactiques.

Reste que les deux principaux partis flamands, la N-VA et les chrétiens-démocrates du CD&V, officiellement « confédéralistes », ne pleureraient pas la disparition de la Belgique.

Il faut distinguer. La N-VA est certes indépendantiste, mais elle affirme que l’éclatement de la Belgique sera le résultat d’un processus qui n’est pas arrivé à terme. On n’a aujourd’hui aucune preuve que la N-VA soit résolue à accélérer ce processus, même si beaucoup d’observateurs estiment que le refus, par la N-VA, de tout compromis est en réalité une façon de précipiter l’éclatement. Il faut bien voir que proclamer unilatéralement l’indépendance de la Flandre, c’est prendre un risque majeur quant aux conséquences : ce nouveau pays serait-il reconnu par l’Union européenne ? Que devient Bruxelles, que les nationalistes flamands n’ont toujours pas l’intention d’abandonner ? Quant au CD&V, qui est le second parti de Flandre, il s’est certes rangé aux côtés de la N-VA dans son refus du compromis proposé par Di Rupo, mais il ne souhaite pas l’éclatement du Royaume. Certes, l’attachement de la plupart des responsables de ce parti à la Belgique est de stricte raison : de leur point de vue, le cadre belge rapporte pour l’instant plus qu’il ne coûte. Le CD&V exige simplement une réforme de l’État très profonde.

La réforme de l’État, cela signifie quand même un détricotage supplémentaire de l’État fédéral au profit des régions.

Le CD&V souhaite effectivement que l’essentiel des pouvoirs soit exercé par les régions, l’État fédéral, lui, ne conservant qu’un nombre limité de compétences, celles-ci étant même soumises à un droit de regard des entités fédérées. C’est parce que les négociations menées par Di Rupo ont mis sur la table des éléments de son programme que le CD&V s’est aligné sur les positions dures de la N-VA au risque d’apparaître comme son satellite. Mais la négociation actuelle ne porte pas sur le séparatisme, d’où le soutien du CD&V à la N-VA.

Les Francophones donnent l’impression de jouer uniquement en défense et de ne pas avoir de projet clair.

Ils ont une idée claire de ce dont ils ne veulent pas, ce qui est déjà quelque chose. Mais il est exact qu’il n’y a pas un projet commun sur ce que devrait être le cadre idéal de l’État belge, ce qui les déforce dans la négociation. Cela étant, il faut se garder d’une vision binaire de ce qui se passe : il n’y a pas d’un côté les Flamands qui demandent et les Francophones qui résistent. Il y a aussi une demande francophone en faveur d’une plus grande autonomie des régions.

Les Francophones n’ont-ils pas intérêt à obliger les Flamands à choisir dès maintenant entre le maintien de la Belgique et l’indépendance ?
Certains observateurs poussent à cette grande explication finale afin que l’on arrête d’enchaîner des réformes partielles et ambigües, sans cesse remises sur le métier. Mais personne ne sait ce que serait le résultat d’une telle discussion et c’est sans doute pourquoi elle n’a pas lieu. Il est ainsi frappant que les partis flamands n’exigent pas la mise en œuvre de l’article 35 de la Constitution qui prévoit que toutes les compétences vont aux régions et aux communautés linguistiques sauf celles qu’une loi attribue au niveau fédéral. Pourquoi ? Parce qu’ils savent qu’il sera très difficile de s’accorder sur cette liste. Les partis flamands préfèrent donc grignoter, réforme après réforme, davantage d’autonomie pour la Flandre et, pour les indépendantistes, attendre que la situation ait suffisamment évolué pour que la Belgique tombe comme un fruit mûr.

N.B.: version longue d'une interview parue ce matin dans Libération papier

Ma se la sentenza li condanna i paladini dei giudici la calpestano

Ma se la sentenza li condanna i paladini dei giudici la calpestano

di Marco Zucchetti          ilGiornale.it      del 14-09-2010


lundi, septembre 13, 2010

Prima o poi ci scappa il morto

Prima o poi ci scappa il morto

ilriformista.it    di Giampaolo Pansa     lunedì, 13 settembre 2010
 
Un mazzo di rose alla petardista di Torino. Dovrebbe mandarlo Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, per ringraziare la ragazza di aver sbagliato mira nel lanciargli addosso un fumogeno alla festa nazionale del Pd. Se la guerrigliera Rubina Affronte, anni 24, una bella figliola bruna, si fosse rivelata più abile nel getto del petardo, Bonanni, non sarebbe qui a raccontarla. Invece di fargli soltanto un buco nel giubbotto, il proiettile ricevuto in piena faccia lo avrebbe sfigurato per sempre. O magari accoppato.
Una foto presa dal profilo di facebook di Rubina Affronte, 24 anni fiorentina, identificata come colei che ha lanciato il fumogeno che ha colpito il sindacalista ieri a Torino. No comment del padre magistrato 'per deontologia e per correttezza'. ANSA/FACEBOOK

Non è vero che “un fumogeno non ha mai ucciso nessuno”. A sentire il Corriere della sera del 10 settembre, è questa la sentenza lapidaria e bugiarda emessa dalla stessa Rubina e dai suoi compagni. Tutti insieme formano una boriosa squadra antagonista che, invece di stare in galera da un pezzo, concede interviste ai giornali. Al Corriere hanno spiegato: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa». Sono parole avventate perché non tengono conto di un’ipotesi molto realistica che tra un istante descriverò.

C’è un fatto che stupisce nella sequenza di aggressioni violente attuate fra la fine di agosto e questo inizio di settembre. Sempre per mano di antagonisti rossi contro obiettivi ritenuti forcaioli, reazionari, fascisti e dunque da aggredire. Vogliamo rammentarli? Una festa leghista nella Bergamasca con tre ministri, un dibattito a Como con il senatore Dell’Utri, una seconda missione a Milano sempre contro Dell’Utri, il presidente del Senato Schifani, il vecchio cislino Marini (soltanto fischiato) e infine Bonanni, questi ultimi tre a Torino.

Un ciclo offensivo attuato da gruppi collocati tutti nella sinistra antagonista. Svelti di mano, però lenti di testa. Infatti, a stupire è che non mettano in conto una violenza uguale e contraria. Sono convinti di avere il monopolio dello scontro fisico. E non immaginano la discesa in campo di bande capaci di fare peggio di loro. Lanciando ordigni ben più pesanti dei petardi torinesi. Con guasti irrimediabili al bel faccino di Rubina.

Ecco un’ipotesi molto realistica. Tanti media fanno finta di niente, come gli struzzi. Senza rendersi conto che si rischia l’inizio di un conflitto coperto di sangue, uno scontro già visto in altri momenti della storia italiana. Le condizioni ci sono tutte. Una casta politica screditata. Un governo debole. Una maggioranza e un’opposizione incerte sul da farsi. Una crisi economica che indebolisce i ceti meno protetti. Un’immigrazione che si espande incontrollata. Una criminalità capillare. Infine i famosi giovani senza avvenire, troppo coccolati dalle famiglie, dai media, dai preti.
E mai educati a guardare al proprio futuro con realismo, senza sogni da paese dei balocchi.

Questa è l’Italia del 2010, signori dei partiti. Il Bestiario vi rammenta che siete seduti su una polveriera. E vi consiglia di evitare le prediche fatte in questi giorni. Qui ne citerò due. La prima è di Piero Fassino, uno dei big del Pd. Intervistato dalla Stampa, ha spiegato le aggressioni di Torino così: «Chi ha fischiato lo ha fatto indignato per l’arroganza con cui la destra governa, per l’affarismo di cui ha dato tante prove in questi anni. Quei fischi sono anche la conseguenza dell’imbarbarimento della vita politica, dell’incanaglimento della destra e per capirlo basta guardare che cosa è Il Giornale…».

Insomma è tutta colpa di Silvio Berlusconi e di Vittorio Feltri. Pensavo che il purgatorio di Fassino, messo nell’angolo da Bersani & C, non avrebbe distrutto il suo acume. Mi sbagliavo. Se davvero ha parlato in quel modo, Fassino si è bevuto il cervello. Auguri di pronta guarigione, anche per essere pronto in caso di nuovi assalti.

Ma ben più da Bestiario di lui è un capo partito: Antonio Di Pietro. Subito dopo la prima aggressione contro Dell’Utri a Como, ha lanciato un proclama di guerra: «Iniziamo a zittire quelli come Marcello Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera… I fischi sono segnali positivi. Se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C’è ancora un’Italia pronta a indignarsi».

Ignoro se Di Pietro, un ex magistrato, si sia reso conto delle pericolose conseguenze delle sue parole. Forse no. Perché, come succede spesso ai big della casta, ritiene di essere un Premio Nobel della furbizia. In altri tempi, molti avrebbero provato ribrezzo per un parlamentare di prima fila che incita a compiere reati. Ma oggi non esistono più regole. Il Cavaliere si sarà perduto dietro le escort raccolte a Palazzo Grazioli. Eppure mi sembra meno colpevole di un Di Pietro che spera di vincere a furia di linciaggi. Sarebbe perfetto con il cappuccio razzista del Ku Klux Klan.

Sapevo che la Seconda Repubblica sarebbe affondata nel disonore. Ma non la credevo capace di suicidarsi, eccitando l’estremismo. Aldo Moro venne rapito e ucciso dalle Brigate rosse, però non gli aveva mai strizzato l’occhio, dicendogli: colpite duro noi dei partiti. Oggi assistiamo a questo paradosso stomachevole. Con il risultato che, prima o poi, ci scapperà il morto. Se accadrà, speriamo che gli irresponsabili come Di Pietro non abbiano la faccia di presentarsi ai funerali.



Prima o poi ci scappa il morto

Prima o poi ci scappa il morto

ilriformista.it    di Giampaolo Pansa     lunedì, 13 settembre 2010
 
Un mazzo di rose alla petardista di Torino. Dovrebbe mandarlo Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, per ringraziare la ragazza di aver sbagliato mira nel lanciargli addosso un fumogeno alla festa nazionale del Pd. Se la guerrigliera Rubina Affronte, anni 24, una bella figliola bruna, si fosse rivelata più abile nel getto del petardo, Bonanni, non sarebbe qui a raccontarla. Invece di fargli soltanto un buco nel giubbotto, il proiettile ricevuto in piena faccia lo avrebbe sfigurato per sempre. O magari accoppato.
Una foto presa dal profilo di facebook di Rubina Affronte, 24 anni fiorentina, identificata come colei che ha lanciato il fumogeno che ha colpito il sindacalista ieri a Torino. No comment del padre magistrato 'per deontologia e per correttezza'. ANSA/FACEBOOK

Non è vero che “un fumogeno non ha mai ucciso nessuno”. A sentire il Corriere della sera del 10 settembre, è questa la sentenza lapidaria e bugiarda emessa dalla stessa Rubina e dai suoi compagni. Tutti insieme formano una boriosa squadra antagonista che, invece di stare in galera da un pezzo, concede interviste ai giornali. Al Corriere hanno spiegato: «Di giacche Bonanni se ne può comprare altre. Non piangiamo certo per un pezzo di stoffa». Sono parole avventate perché non tengono conto di un’ipotesi molto realistica che tra un istante descriverò.

C’è un fatto che stupisce nella sequenza di aggressioni violente attuate fra la fine di agosto e questo inizio di settembre. Sempre per mano di antagonisti rossi contro obiettivi ritenuti forcaioli, reazionari, fascisti e dunque da aggredire. Vogliamo rammentarli? Una festa leghista nella Bergamasca con tre ministri, un dibattito a Como con il senatore Dell’Utri, una seconda missione a Milano sempre contro Dell’Utri, il presidente del Senato Schifani, il vecchio cislino Marini (soltanto fischiato) e infine Bonanni, questi ultimi tre a Torino.

Un ciclo offensivo attuato da gruppi collocati tutti nella sinistra antagonista. Svelti di mano, però lenti di testa. Infatti, a stupire è che non mettano in conto una violenza uguale e contraria. Sono convinti di avere il monopolio dello scontro fisico. E non immaginano la discesa in campo di bande capaci di fare peggio di loro. Lanciando ordigni ben più pesanti dei petardi torinesi. Con guasti irrimediabili al bel faccino di Rubina.

Ecco un’ipotesi molto realistica. Tanti media fanno finta di niente, come gli struzzi. Senza rendersi conto che si rischia l’inizio di un conflitto coperto di sangue, uno scontro già visto in altri momenti della storia italiana. Le condizioni ci sono tutte. Una casta politica screditata. Un governo debole. Una maggioranza e un’opposizione incerte sul da farsi. Una crisi economica che indebolisce i ceti meno protetti. Un’immigrazione che si espande incontrollata. Una criminalità capillare. Infine i famosi giovani senza avvenire, troppo coccolati dalle famiglie, dai media, dai preti.
E mai educati a guardare al proprio futuro con realismo, senza sogni da paese dei balocchi.

Questa è l’Italia del 2010, signori dei partiti. Il Bestiario vi rammenta che siete seduti su una polveriera. E vi consiglia di evitare le prediche fatte in questi giorni. Qui ne citerò due. La prima è di Piero Fassino, uno dei big del Pd. Intervistato dalla Stampa, ha spiegato le aggressioni di Torino così: «Chi ha fischiato lo ha fatto indignato per l’arroganza con cui la destra governa, per l’affarismo di cui ha dato tante prove in questi anni. Quei fischi sono anche la conseguenza dell’imbarbarimento della vita politica, dell’incanaglimento della destra e per capirlo basta guardare che cosa è Il Giornale…».

Insomma è tutta colpa di Silvio Berlusconi e di Vittorio Feltri. Pensavo che il purgatorio di Fassino, messo nell’angolo da Bersani & C, non avrebbe distrutto il suo acume. Mi sbagliavo. Se davvero ha parlato in quel modo, Fassino si è bevuto il cervello. Auguri di pronta guarigione, anche per essere pronto in caso di nuovi assalti.

Ma ben più da Bestiario di lui è un capo partito: Antonio Di Pietro. Subito dopo la prima aggressione contro Dell’Utri a Como, ha lanciato un proclama di guerra: «Iniziamo a zittire quelli come Marcello Dell’Utri in tutte le piazze d’Italia, perché non è lì che dovrebbero stare, ma in galera… I fischi sono segnali positivi. Se personaggi come Dell’Utri vengono cacciati a suon di fischi dalle piazze, forse il risveglio sociale non è poi così lontano. C’è ancora un’Italia pronta a indignarsi».

Ignoro se Di Pietro, un ex magistrato, si sia reso conto delle pericolose conseguenze delle sue parole. Forse no. Perché, come succede spesso ai big della casta, ritiene di essere un Premio Nobel della furbizia. In altri tempi, molti avrebbero provato ribrezzo per un parlamentare di prima fila che incita a compiere reati. Ma oggi non esistono più regole. Il Cavaliere si sarà perduto dietro le escort raccolte a Palazzo Grazioli. Eppure mi sembra meno colpevole di un Di Pietro che spera di vincere a furia di linciaggi. Sarebbe perfetto con il cappuccio razzista del Ku Klux Klan.

Sapevo che la Seconda Repubblica sarebbe affondata nel disonore. Ma non la credevo capace di suicidarsi, eccitando l’estremismo. Aldo Moro venne rapito e ucciso dalle Brigate rosse, però non gli aveva mai strizzato l’occhio, dicendogli: colpite duro noi dei partiti. Oggi assistiamo a questo paradosso stomachevole. Con il risultato che, prima o poi, ci scapperà il morto. Se accadrà, speriamo che gli irresponsabili come Di Pietro non abbiano la faccia di presentarsi ai funerali.



Cosa nostra è cambiata molte scorte sono inutili

Cosa nostra è cambiata molte scorte sono inutili

"Da oltre diciotto anni Cosa nostra non ammazza più né magistrati, né poliziotti, né uomini politici, né giornalisti. Per fortuna, mi pare superfluo aggiungere", afferma l'ex magistrato del pool antimafia. "Non è forse, allora, giunto il momento di avviare una responsabile, sia pur graduale, rivisitazione delle scorte in circolazione?"




repubblica.it   20100913  di GIUSEPPE AYALA


dimanche, septembre 12, 2010

Emiliano copia la LegaNord e taglia la mensa ai figli dei morosi

Emiliano copia la LegaNord e taglia la mensa ai figli dei morosi

di Antonio Calitri italaioggi.it 20100912


La giunta barese di Michele Emiliano copia la LegaNord e taglia la mensa scolastica ai figli dei morosi. Oltre ad aumentare la retta a tutti gli altri. Sindaco sceriffo e assessore vendoliano, dopo aver criticato insieme a tutta la sinistra, la decisione del sindaco di Adro che questa primavera decise di chiudere il refettorio scolastico a una decina di famiglie non in regola con le rette della mensa, ha deciso di adottare la stessa strategia.

Soltanto che questa volta il numero rischia di essere clamorosamente maggiore, centinaia di scolaretti rischierebbero di restare digiuni. Sempre che la decisione annunciata dall'assessore all'istruzione del comune Fabio Losito, non venga stoppata da un intervento diretto del governatore che ieri non era stato ancora informato della decisione del suo pupillo. L'assessore infatti, un musicista di 34 anni, venne imposto dal governatore prima alla giunta provinciale di Bari. Persa quell'amministrazione Vendola ha mandato il giovane violinista a controllare l'istruzione dei giovani baresi nella giunta di Emiliano con il quale c'è stata sempre intesa. Ora che c'è da riaprire la mensa, verificati i conti, i tecnici dell'assessorato hanno trovato un mancato incasso di circa 100 mila euro su un totale di 810 mila euro. «È questo non è giusto» ha detto l'assessore, «è davvero tanto». Che fare allora? Se da una parte, in ossequio al vecchi slogan rifondarolo, «che anche i ricchi piangano» hanno deciso di aumentare le rette alle famiglie, ma «solo quelle che hanno un reddito maggiore», per i morosi porte in faccia. «Ci sono genitori che non hanno mai pagato le rette, a fronte di altri che sono stati sempre regolari»; per questo, continua Losito, «nei prossimi giorni porteremo avanti una valutazione per capire quali e quante famiglie hanno dei debiti nei nostri confronti e le inviteremo a sanare le rette non pagate. In caso di mancata risposta i loro figli non si potranno al servizio mensa». Tutto di corsa entro il 4 ottobre, giorno in cui riprende il servizio.

samedi, septembre 11, 2010

Contro il post-it

Contro il post-it

Due colossi del giornalismo liberal anglosassone, Guardian e New York Times, accusano un quotidiano rivale del male assoluto: usare intercettazioni private. Da noi i loro emuli tifano per gli sputtanatori

In Inghilterra il paradigma dell’intercettazione libera e sbrigliata, dello sputtanamento sistematico a mezzo stampa, non è ancora stato ribaltato e capita quindi che il Guardian, colosso della sinistra perbene, invece di nuotare nel mare dei post-it indignati stia dando battaglia a un illustre intercettatore. L’obiettivo della campagna del quotidiano è Andy Coulson, il capo della comunicazione del premier David Cameron e fino al 2007 direttore di News of the World, il tabloid settimanale del Sun. Coulson è finito sotto l’incudine della stampa non per avere impedito a qualche giornalista di usare le intercettazioni telefoniche e altri espedienti investigativi, ma esattamente per avere fatto il contrario ai tempi in cui dirigeva News of the World. E il raggio della colpa di Coulson si sta allargando, visto che ora gli accusatori sostengono – peccato dei peccati – che la polizia abbia addirittura coperto le sue malefatte. Un po’ come se la stampa italiana facesse una campagna sdegnata contro i magistrati che passano ai giornali le intercettazioni coperte dal segreto istruttorio.

La polizia metropolitana di Londra ha già dichiarato che è “probabile” che Coulson venga ascoltato dagli investigatori e lo spin doctor di Cameron si era detto disponibile a offrire la propria versione dei fatti alla polizia. Spiegherà tutto e farà finalmente capire al mondo che lo scandalo delle intercettazioni in cui è finito non è uno scandalo. Coulson è accusato di avere pianificato, promosso e incoraggiato un metodo poliziesco di giornalismo quando era direttore del tabloid News of the World, seconda testata di lingua inglese al mondo, stando ai dati di vendita. L’attuale direttore della comunicazione di Downing Street ha dato le dimissioni da News of the World quando, nel 2007, è montato il caso di Clive Goodman, il reporter che come un segugio tampinava la famiglia reale alla ricerca di scandalucci di varie taglie e di storie colorate adatte a un tabloid estremamente autorevole nel suo genere.

Il problema è che per trovare le notizie Goodman usava qualsiasi mezzo, comprese intercettazioni, password di caselle e-mail dei personaggi che teneva d’occhio, codici delle segreterie telefoniche; tutto ciò con l’aiuto di un investigatore privato. Sono stati gli stessi membri della famiglia reale a rendersi conto di essere spiati da qualcuno (il metodo Goodman conteneva cadute dilettantesche, tipo leggere le e-mail altrui che non erano mai state aperte dai legittimi destinatari, così potevano facilmente capire che qualcuno si era introdotto nel messaggio prima di loro). Ma la parte più succosa della polemica riguarda le intercettazioni telefoniche, il cui uso fatto dagli uomini di Coulson risultava scandaloso e inaccettabile a prescindere dai contenuti intercettati. L’inchiesta del 2007 non è partita da chissà quali scandali pubblicati da News of the World, che più dei tabloid avversari aveva giusto qualche dettaglio, quanto dalla gravità dell’atto in sé e per sé. Morale: Scotland Yard apre un’inchiesta, Goodman viene condannato, l’investigatore al soldo del giornale riceve una diffida e Coulson si dimette per evitare ulteriori indagini che avrebbero screditato il nome del giornale oltre le scorrettezze di un vecchio cronista che voleva riguadagnare i fasti dei tempi che furono.

Coulson non era formalmente accusato di nulla e le sue dimissioni erano un atto dovuto e un gesto di responsabilità. La sua dipartita coincide con l’abbandono del giornalismo per approdare all’ufficio della comunicazione dei Tory e poi a Downing Street una volta che i conservatori hanno vinto le elezioni. Una settimana fa lo scandalo è tornato fuori e questa volta il bersaglio è il grande comunicatore in persona, accusato di avere organizzato e promosso lui stesso le malefatte di Goodman e di altri suoi cronisti ai tempi di News of the World: Coulson è l’eminenza grigia, non la vittima di qualche sottoposto vanaglorioso, dicono gli accusatori. Ma proprio l’identità degli accusatori allarga l’orizzonte di uno scandalo che da scaramuccia di genere sta diventando guerra globale. L’uomo che ha ravvivato le braci è Sean Hoare, ex giornalista ed ex amico di Coulson, che al New York Times ha detto di avere registrato intercettazioni illegali per conto di Coulson, il quale lo “incoraggiava” a usare sistematicamente lo stesso metodo poliziesco per qualsiasi inchiesta. Lo ha detto al New York Times, non a un qualsiasi giornaletto dello Yorkshire. Il dettaglio fondamentale è che la testata News of the World è di proprietà di Rupert Murdoch.

Specialmente negli ultimi mesi il tycoon australiano è entrato con il suo Wall Street Journal in una battaglia durissima contro il New York Times. E’ una guerra fatta di colpi bassi e schiaffi espliciti (non ultimo l’inserto del Wall Street Journal, “Greater New York”, con cui Murdoch sta cercando di rubare agli avversari la piazza della cultura e della cronaca cittadina), e il caso Coulson si incastra perfettamente nelle trame della pugna murdochiana.
Se è il New York Times ad aver tirato fuori lo scandalo delle intercettazioni, il Guardian lo sta cavalcando a rotta di collo. Cioè il quotidiano nemico del Times di Murdoch; cioè il quotidiano che dà voce a una sinistra elitaria e perbene molto affine a quella che governa il New York Times. I due quotidiani hanno anche condiviso alcuni progetti, ultimo confezionamento dello scoop – o presunto tale – “The war logs”, realizzato da Wikileaks. Ora Coulson è l’obiettivo perfetto, non solo perché i fatti risalgono al tempo in cui lavorava per Murdoch, ma anche perché oggi è il portavoce dell’odiato Cameron al governo, contro cui il Guardian si scaglia un giorno sì e l’altro pure. Sulla graticola liberal non si può immaginare vittima migliore di uno che sfoggia la doppia etichetta di nemico politico e competitor industriale, ma il caso del Guardian contro Coulson è reso curioso dal ruolo delle intercettazioni. Il Guardian è un quotidiano ultrarispettabile che ha fatto della capacità di inchiesta la sua arma più apprezzata; al Guardian si prendono parecchio sul serio e non nascondono di essere un’incarnazione del “cane da guardia del potere”. Tengono d’occhio tutti, mettono pressione tanto al governo quanto all’opposizione. Non risparmiano nulla a nessuno, onorando il sacro patto con la verità. Proprio in forza di ciò ora dicono che le intercettazioni illegali vanno buttate nel cestino e chi le pubblica deve essere perseguito.

© - FOGLIO QUOTIDIANO 20100911

di Mattia Ferraresi

BHV, imbroglio communautaire

Qu'impliquerait la scission de "BHV" ?


Scission BHV


Bruxelles-Hal-Vilvorde (BHV) réunit les 19 communes de la Région de Bruxelles-Capitale et les six cantons de Hal-Vilvorde (Asse, Hal, Lennik, Meise, Vilvorde et Zaventem) au sein d'un même arrondissement judiciaire et d'une même circonscription électorale.

Cette entité hybride, à cheval sur la Région flamande et la Région de Bruxelles-Capitale, garantit l'accès à un appareil judiciaire bilingue aux habitants de la périphérie bruxelloise (qui vivent dès lors en Région flamande) de même que la possibilité de voter pour des candidats francophones bruxellois lors des élections législatives et européennes.

Peut-on organiser des élections sans que BHV ne soit scindé ? Théoriquement, oui. Mais il peut y avoir un problème. Car des constitutionnalistes affirment que des élections sont "dangereuses". Pas parce qu’on n’a pas scindé BHV (la Constitution qui impose la tenue d’élections endéans les 40 jours de la dissolution des Chambres prime sur les arrêts de la Cour constitutionnelle) mais parce qu’en Flandre, une majorité de nationalistes et de séparatistes pourraient refuser de valider les élections ou contester des lois votées par un Parlement qu’ils jugeraient anticonstitutionnel.

Pour les francophones de Hal-Vilvorde, la scission de la circonscription électorale et de l'arrondissement judiciaire de BHV mettrait fin aux droits dont ils jouissent actuellement. Autrement dit, ils ne pourraient plus voter pour des candidats bruxellois aux élections législatives et européennes, ni se faire entendre en français devant les juridictions. Les partis francophones sont par conséquent opposés à tout projet de scission de BHV.

Le problème n'est pas nouveau. Il remonte en fait à 1963, lors de la création de la frontière linguistique. Mais la question a pris une nouvelle dimension lorsqu'il fut décidé de calquer les circonscriptions électorales en vigueur lors des élections législatives sur les provinces (à la place des arrondissements). Actuellement, neuf provinces sur dix correspondent exactement à leur circonscription électorale, à l'exception du Brabant flamand, "amputé" de Hal et Vilvorde, qui forment leur propre circonscription avec la région de Bruxelles-Capitale.

Un arrêt de la Cour d'arbitrage de mai 2003 stipule d'ailleurs que le maintien de la circonscription électorale de BHV est incompatible avec le découpage électoral en provinces pour les législatives. Les partis flamands y voient dès lors l'occasion d'exiger la scission de BHV une fois pour toutes ; les partis francophones arguent que d'autres solutions existent, comme un retour éventuel au précédent système d'arrondissements (tel que défendu dans une proposition de loi introduite par le PS et le CDH) ou la re-création de l'ancien Brabant (suggéré par le MR dans une autre proposition de loi).

On a déjà scindé deux fois BHV sur papier, en 1977 et 2005, et voulu éteindre autrement le brûlot en 2002. Certes, les accords de 1977 et 2002 sont mort-nés; et le projet de 2005 a avorté. Mais on confirmera par là que le sujet est moins inextricable qu’en apparence. Dernière tentative en 2005 : en 2005, un projet violet. Pour couper court, déjà, aux pressions de scission flamandes à la Chambre (mais alors cantonnées à sa commission de l’Intérieur), les libéraux et socialistes de Verhofstadt II projettent un accord de scission en somme partielle :

* - Hal-Vilvorde est distinct de Bruxelles et de Louvain. Les listes flamandes, elles seules, sont identiques aux deux circonscriptions et à celle de Bruxelles.
* - Dans les communes à facilités, il n’y a pas scission : les listes francophones restent les mêmes à Bruxelles et dans les six entités.
* - Quant aux communes sans facilités, on distingue selon les lieux et le temps. Dans une douzaine de cas (dont Vilvorde, Overijse, Zaventem), le droit est "extinctif" : seuls ceux qui étaient déjà électeurs en 2007 pourront voter dans une commune bruxelloise. Dans quatre autres cas (dont Hal et Steenokerzeel), ce droit similaire à celui des Fouronnais de voter hors de Flandre ne sera qu’une fois applicable, en 2007.
* - Ce puzzle électoral se prolonge d’une modification de l’emploi des langues à Bruxelles, d’un programme de désendettement pour Bruxelles, de la scission judiciaire, de l’exercice de certaines compétences de la Communauté française dans les communes à facilités. Attention : ce projet ne deviendra pas accord. L’essai capote sur les divisions flamandes et sur le refus de Spirit (ceux des ex-VU alors en cartel avec le SP). Lequel refus, sans surprendre, était ciblé sur le dernier point cité. Il n’est pas sûr d’ailleurs que ces possibilités de la Communauté française auraient passé le cap du Conseil d’Etat

La demande de scission est avant tout symbolique. En effet, en cas de compromis, il se pourrait que l'arrondissement soit effectivement scindé mais que les francophones de Hal-Vilvorde conservent néanmoins leurs droits, en tout ou en partie. On estime par ailleurs qu'une scission "pure et dure" nuirait électoralement aux néerlandophones, qui pourraient perdre un siège ou l'autre dans l'opération, les Flamands de Bruxelles se retrouvant marginalisés. Cette revendication de scission s'inscrit plutôt dans l'idée - chère aux partis flamands - que la Région flamande est unilingue, et que les francophones qui décident d'y vivre doivent s'intégrer. De leur côté, les présidents de partis francophones ont pris la tangente en envisageant l'élargissement du territoire régional bruxellois.

Les "facilités" n'ont rien à voir avec tout cela. La scission de BHV constituerait indubitablement un pas de plus vers la fragilisation du principe des facilités, mais les "facilités" en tant que telles, qui ne concernent que six communes au sein de BHV (Rhode-St-Genèse, Linkebeek, Drogenbos, Wemmel, Crainem et Wezembeek-Oppem) et se limitent aux rapports avec l'administration communale, ne seraient pas directement remises en cause par la scission de BHV.
INFOS UTILES
Retrouvez les dernières nouvelles relatives à BHV sur lalibre.be
LEXIQUE

* Arrondissement
* Circonscription
* Commission de l'Intérieur
* Conférence interministérielle
* Facilités
* Forum institutionnel
* Groupe de travail
* Sonnette d'alarme

INFOGRAPHIES
carte BHV
Cliquez ici pour consulter une carte de BHV qui renseigne notamment la population des différentes communes, le pourcentage de francophones dans l'arrondissement et la proportion d'élus francophones au sein du Conseil communal.
Ce site est protégé par droit d'auteur - Copyright © La Libre Belgique 2001-2010

Cgil, de profundis dell'Espresso

Cgil, de profundis dell'Espresso - PRIMO PIANO - Italiaoggi



italiaoggi.it 20100911

Mulè: In tanti videro il sabotaggio a Melfi ma temono le ritorsioni e tacciono - Opinioni - Panorama.it

Mulè: In tanti videro il sabotaggio a Melfi ma temono le ritorsioni e tacciono - Opinioni - Panorama.it




blog.panorama.it/opinioni/2010/09/06/Mulè

jeudi, septembre 09, 2010

Mentana poco curioso e Fini furbo

Mentana poco curioso e Fini furbo -

italiaoggi.it   20100909
Le domande che il direttore del tg di La7 non ha fatto al suo prestigioso ospite
Mentana poco curioso e Fini furbo
di Piero Laporta

Resterò presidente della Camera per tutta la legislatura, ha detto Gianfranco Fini, intervistato dal TgLa7 di Enrico Mentana. Va bene, questa risposta era scontata, così come la domanda che l'ha propiziata. È mancata tuttavia un'altra domanda:«Resterà proprietario della casa a Montecarlo?» oppure «Ci può dire una volta per tutte la storia della proprietà di quella casa e come mai vi abita suo cognato?» o un'altra:«Come mai l'ha venduta a un costo stracciato?». Queste domande non sono arrivate e molti si sono chiesti come mai le varie agenzie, le varie polizie e le varie magistrature che quotidianamente vessano il cittadino se sgarra per un divieto di sosta, patiscano la medesima carenza di curiosità di Mentana. E qui s'apre un altro discorso sul giornalismo italiano. Può capitare a un primo della classe di sbagliare un compito in classe e tuttavia godere della clemenza della maestra, memore delle solerzie passate. La seconda volta la maestra sarebbe più severa. Il guaio è che l'opinione pubblica (o ciò che passa sotto questo nome) è molto più smemorata della nostra maestra e casca nei meccanismi del divismo, dei quali il giornalismo televisivo si giova oramai in maniera alquanto sporca. Non è la prima volta che Mentana si mostra giornalista poco curioso.

Era il 2 di settembre del 2007, anniversario dell'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Mentana lo commemorava nella trasmissione Matrix. In studio una stupenda Rita Dalla Chiesa, molto pacata, molto determinata, assolutamente chiara. Lo fu così tanto che, quando Mentana le chiese chi avesse voluto la solitudine di suo padre, la solitudine che, a giudizio di tutti, aveva fatto da battistrada al sicario, Rita Dalla Chiesa, figlia devota, non ebbe esitazioni a dire nome e cognome di chi fu sordo alle richieste del generale: Ciriaco De Mita. Che cosa fa in questi casi un giornalista? Ringrazia Dio per lo scoop e approfondisce, cerca i dettagli, chiede se altri agirono come De Mita. Lo chiama a casa in diretta. Che ne pensa? che ne dice? Se il telefono squilla a vuoto promette una replica per costui. Insomma, fa tutto ma non quello che fece Mentana: impallidì e portò il discorso su un altro binario, morto più del generale Dalla Chiesa. Quell'intervista, se fu vista da Gianfranco Fini, gli fece dire: «Questo sì che è un bravo giuornalista. Prima o poi mi faccio intervistare da lui». Detto e misfatto.

prlprt@gmail.com

Mentana poco curioso e Fini furbo

Mentana poco curioso e Fini furbo

italiaoggi.it  20100909

Il Tempo - Berlusconi ha una sorpresa

Il Tempo - Berlusconi ha una sorpresa

Il Tempo 20100909

Torino: Bonanni contestato alla festa del Pd e costretto a lasciare il palco

«Ambrosoli? Se l'andava cercando»

«Ambrosoli? Se l'andava cercando»

corriere.it    20100909


Danza: ecco la mossa che fa la differenza. Un team di psicologi ha identificato i movimenti che

Consiglieri assunti (ma assenti) Dal Comune stipendi e gettoni

Consiglieri assunti (ma assenti) Dal Comune stipendi e gettoni

corriere.it     20100909     Gianantonio Stella


Fidel Castro: «Il modello economico di Cuba non è più adatto al Paese»

L'Eurozone hésite à renforcer la discipline budgétaire

L'Eurozone hésite à renforcer la discipline budgétaire

http://bruxelles.blogs.liberation.fr/coulisses/2010/09/leurozone-h%C3%A9site-%C3%A0-renforcer-la-discipline-budg%C3%A9taire.html#more



mercredi, septembre 08, 2010

E il Quirinale non può fare nulla. Sulle dimissioni decide solo Fini. La sfiducia? Impossibile

E il Quirinale non può fare nulla

italiaoggi.it   20100908      di Alessandra Ricciardi 


Quelle contraddizioni di Napolitano

Quelle contraddizioni di Napolitano
 
italiaoggi.it   20100908      di Carmen Rizzacasa Gianni Regolin


Disdetta contratto metalmeccanici Marcegaglia: «Un atto di chiarezza»

La marcia trionfale di Mentana

Il Tempo - La marcia trionfale di Mentana

iltempo.it 20100908

Caro Lapo, nonno Gianni pensava solo alle giacche

Il Tempo - Politica - Caro Lapo, nonno Gianni pensava solo alle giacche

Perché la marea nera è una bufala come l’aviaria e il buco nell’ozono

      Perché la marea nera è una bufala come l’aviaria e il buco nell’ozono
Perché la marea nera è una bufala come l’aviaria e il buco nell’ozono

ilfoglio.it      20100908


mardi, septembre 07, 2010

Agnelli, che autogol - Transazione da 100 milioni di euro

Agnelli, che autogol

italiaoggi.com     20100907     di Giulio Genoino

Se il partito della “cacciata” invocato da Di Pietro si prende le piazze - Schifani contestato a Torino

Se il partito della “cacciata” invocato da Di Pietro si prende le piazze

Schifani contestato a Torino


ilriformista.it    20100907 

Ormai è un movimento. Il cui obiettivo è “cacciare” dalle piazze i nemici politici. Non c'è dunque da minimizzare: contestazione, gazzarra, popolo viola. Di viola questa gente ha solo il livore, che è l'abito mentale necessario delle minoranze violente, le quali da sempre hanno solo un modo di dimostrarsi forti: prendendosi le “piazze”.

I segnali c'erano da tempo. Renato Schifani, seconda carica dello Stato, ha ricevuto a Torino, durante il suo dibattito con Piero Fassino alla Festa del Partito democratico, lo stesso trattamento riservato a Como a Marcello Dell'Utri, condannato per mafia: questa gente non va molto per il sottile, anzi il sottile non sa neanche dove sta di casa, perché le fonti di informazione cui oggi si abbeverano gli opposti estremismi sono grossolane per definizione e per tiratura.

Era stato il leader dell'italia dei valori, Antonio Di Pietro, a dire che la “cacciata” dalle piazze doveva diventare un movimento. Proprio il Di Pietro osannato dalla festa del Partito democratico a Torino, mentre il buon Franco Marini usciva tra i fischi.

Vedremo che cosa capiterà oggi pomeriggio nel campo del centrodestra a Mirabello, anche se lì Gianfranco Fini la sua dose di bastonatura dal “movimento della cacciata” l'ha già presa sui giornali.

Ma nel Partito democratico c'è poco da scherzare. Questa degerazione della lotta politica sta avvenendo anche nelle sue file, tra la sua gente. Lo riguarda quindi, e può distruggerlo, sia travasando voti e militanti e stile politico verso il modello psico-viola, sia spaventando quel po' di elettorato moderato che fosse tentato di lasciare un Popolo della libertà proprio perché in piena rissa da saloon.

Ci dispiace, ma le forbite prese di distanza non bastano più. Con movimenti più violenti, ma non meno aggressivi, Enrico Berlinguer sorprese il suo partito definendoli con sprezzo “diciannovisti”. Segnò lo spartiacque che salvò la sinistra italiana da una fine sudamericana. Oggi solo il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - con il comunicato di solidarietà a Schifani, in cui definisce quanto successo «intimidatorie gazzarre» - ha saputo trovare parola all'altezza della gravità di quanto sta accadendo. Quelli che “cacciano” non sono compagni che sbagliano. E un partito che non riesce a tenerli fuori dalla propria casa non è degno di questo nome.


La stampa libera non è infame

La stampa libera non è infame

iltempo.it       20100907  di Mario Sechi


politica industriale Napolitano

Ma, fatemi capire. Quando Napolitano parla di «nuova politica industriale secondo le grandi coordinate dell'integrazione europea e in ossequio ai principi della libera competizione» intende dire che anche in Italia i sindacati devono accettare contratti territoriali e aziendali, proprio come avviene ora nella grande Germania (ed è il vero segreto del suo boom attuale)? Perché, se è così, qualcuno deve avvisare Epifani e pure qualche altro signornó della sinistra.

Gianni Caracciolo                   italiaoggi.it   20100907   Numero 212  pag. 7 del 7/9/2010




jeudi, septembre 02, 2010

Giustizia/ Palamara: Troppe strumentalizzazioni delle inchieste

Il Riformista

Processo breve targato Pd - micromega-online - micromega

Processo breve targato Pd - micromega-online - micromega

Quando il centrosinistra proponeva il suo processo breve

Quando il centrosinistra proponeva il suo processo breve


http://blog.panorama.it/italia/2010/09/01/quando-il-centrosinistra-proponeva-il-suo-processo-breve/


Oltre ad avere la faccia di bronzo, il segretario del Pd Pierluigi Bersani ha anche la memoria corta. Soprattutto quando si parla di giustizia. E, in particolare, quando dice che il suo partito esprimerà un’opposizione “forte” in parlamento contro il cosiddetto processo breve.

Niente di nuovo: un copione già visto con il ddl intercettazioni, il provvedimento che il Pd chiamava “legge bavaglio”, da cui dipendevano, secondo i fogli della sinistra, le sorti della democrazia in Italia e che ora è finito in un cassetto. Bene, una bozza più o meno simile al ddl Alfano, come fece notare l’ex dalemiano Fabrizio Rondolino, c’era già nel programma elettorale del Pd guidato allora da Veltroni, senza contare che un provvedimento analogo fu votato alla Camera dal governo Prodi bis (il Guardasigilli era Mastella) dopo lo scandalo di Bancopoli, nato dalla pubblicazione di ampi stralci di intercettazioni telefoniche che riguardavano anche noti esponenti del centrosinistra.

E per trovare l’altro bersaglio dell’opposizione, il processo breve, basta andare al paragrafo precedente dello stesso capitolo del programma firmato da Veltroni, che evidentemente Bersani non ha letto. Riportiamo accuratamente. Il capitolo si chiama: Diritto alla giustizia giusta, in tempi ragionevoli. E sapete come chiama Alfano il processo breve? Processo con tempi certi e ragionevoli. Che tra l’altro ci viene chiesto dall’Europa.

Ma oltre al titolo, entriamo nel merito. Il Pd d’allora proponeva una riforma della giustizia per completare la “razionalizzazione e accelerazione” del processo civile e del processo penale, anche attraverso la prescrizione dei reati. Inoltre, metteva nero su bianco una serie di provvedimenti per snellire la macchina della giustizia, del tutto analoghi a quelli proposti oggi dal centrodestra, come l’incentivo a una “gestione manageriale degli Uffici giudiziari” o la realizzazione del “processo telematico” per eliminare “gli infiniti iter cartacei”.

Non solo. Il centrosinistra ci aveva già provato a limitare la durate dei processi in Italia sei anni fa: per mano di 5 senatori dei Ds (come ricordato da Libero lo scorso novembre e dal Fatto pochi giorni fa) il 22 gennaio del 2004 l’Ulivo presentò un disegno di legge (qui il testo integrale) per ridurre i termini del processo penale: il titolo era Disposizioni in materia di prescrizione del reato alla luce del principio di ” ragionevole durata ” del processo. Una proposta che Bersani fa finta di non ricordare.

Soprattutto quando oggi se la prende con la “norma transitoria”, che renderebbe applicabile la nuova legge anche ai processi in corso, ma solo per i reati commessi entro il 2 maggio 2006 (data dell’ultimo indulto), la cui pena massima sia di dieci anni. Perché anche nell’articolo 5 del disegno di legge dell’Ulivo di sei anni fa, firmato da Elvio Fassone, Giuseppe Ayala, Massimo Brutti, Guido Calvi e Alberto Maritati, era prevista

Le memorie di Blair: «Sapevo che Brown sarebbe stato un disastro» - Corriere della Sera

Le memorie di Blair: «Sapevo che Brown sarebbe stato un disastro» - Corriere della Sera