lundi, octobre 25, 2010

Piccoli fasciocomunisti crescono

Piccoli fasciocomunisti crescono - PRIMO PIANO - Italiaoggi
Piccoli fasciocomunisti crescono

Una volta erano nemici, ora vogliono fare un partito

di Franco Adriano   italiaoggi.it  20101025

Ma al di là di Italo Bocchino e Carmelo Briguglio, chi diavolo sono quelli di Futuro e Libertà? C'è un gran dibattito sul chi è chi della base del nuovo partito di Gianfranco Fini che si sta formando. Un processo che richiede molta osservazione e poco ragionamento per avere la possibilità di raggiungere qualche brandello di verità.

Perché, a ben vedere si tratta di un rassemblement davvero particolare. Tanto per cominciare Italia Oggi ha osservato da vicino i volti, i contenuti e il luogo di un'assemblea di simpatizzanti che si è tenuta nei giorni scorsi a Roma. Una riunione a porte chiuse (ai giornalisti), alla quale si poteva partecipare solo su invito personale. Era domenica mattina, eppure erano in 500, provenienti da varie parti d'Italia. Attirati dai nomi dei politici di grido? Acqua. Sì, alcuni eletti c'erano: Adolfo Urso, Silvano Moffa, Antonio Bonfiglio, Aldo Di Biagio. Seduti in prima fila; ma sono stati invitati ad ascoltare soltanto, senza prendere la parola. Il promotore dell'incontro, poi, non è un politico di prima fila nazionale. Si chiama Giulio Buffo, già candidato Pdl alle regionali del Lazio nella lista mai presentata e coordinatore di una federazione di associazioni (vicine alla destra) Arcipelago Nazionale. Potrebbe essere indicato come il prototipo di fasciocomunista, che oggi evidentemente fa più fine chiamare futurista. Da missino, infatti, nel 1992 conquistò la prima pagina del Corriere della Sera perché fu il primo fascista a essere invitato nella sezione romana del Pds a parlare di sperperi, sprechi, truccati e lottizzazione nella sanità romana. Simbolico anche il luogo scelto per l'incontro: il Teatro Greco nel quartiere Trieste-Salario, che nella geopolitica capitolina significa tanto: lì i vecchi capi di An, Gianni Alemanno, Fabio Rampelli, Andrea Augello, non hanno mai attecchito più di tanto. Il vero spettacolo, dunque, stava seduto in sala: «Un terzo dei presenti aveva una storia di sinistra», racconta una fonte, «ma sembrava sentirsi pienamente a proprio agio tra vecchi militanti di destra, esponenti delle forze dell'ordine, rappresentanti di associazioni, come per esempio Nicola Colicchi di Compagnia delle opere, e intellettuali, associati a Confindustria e sindacalisti, liberi professionisti e dirigenti ministeriali, docenti universitari (come Mary Prezioso di Tor Vergata), dirigenti Rai come Bruno Soccillo e Angelo Mellone e tanti giovani». E, soprattutto, «Niente tacchi a spillo e tette rifatte». Almeno, si potrebbe indovinare, qualcuno si è alzato dalla sedia quando sono intervenuti i vecchi missini. Un rinsavimento (da sinistra) per dire: «Ma che ci sto a fare io qui?», che pari pari potrebbe essere trasposto in qualche ex fascista presente, all'udire le parole di qualche ex trinariciuto. E, invece, no. Sono stati bene insieme. Da non credere. L'assemblea è durata due ore e si potrebbe sintetizzare in poche frasi: «C'è la necessità del superamento delle classiche contrapposizioni destra/sinistra». «A nessuno viene chiesto di rinnegare le proprie origini, ma di prendere il meglio per costruire il nuovo». «Il discrimine non può più essere l'appartenenza, ma l'onestà e il merito». Temi tipici del grillismo? «No, non c'era nessuna voglia di anti-politica, né di cedere al grillismo o al girotondismo di destra, tutt'altro», continua la fonte, «piuttosto il desiderio di farsi ascoltare, confrontarsi e parlare senza bava alla bocca. Per la prima volta, forse dal '94, non si sono evocati complotti della magistratura, non si sono ipotizzati poteri occulti che eterodirigono la politica, non si sono lanciati strali e promesso sfaceli contro i poteri dello Stato». E Silvio Berlusconi, dove sta? «Mai citato da nessuno». Chi è, allora, la base dei simpatizzanti di Fli, a giudicare da questa riunione? «Sono elettori scossi dagli scandali che hanno coinvolto il governo e dai criteri di selezione della classe dirigente che non possono e non devono più essere riproposti. E rappresentanti politici stanchi di subire l'asse politico Lega Nord-Giulio Tremonti in chiave anti-unitaria e contro il Mezzogiorno». I più «arrabbiati» erano i romani: per «la rivoluzione mancata» con la conquista del Campidoglio e della Regione. «Delusi», conclude la fonte, «dal mancato ricambio dei vertici del partito dopo l'affaire Alfredo Milioni (per la mancata presentazione della lista Pdl ndr), infastiditi da una vittoria trasformata in resa dei conti e dalla cappa asfissiante imposta sulla città dai plenipotenziari ex di An, perennemente in lotta tra loro».

Invettiva di un europeo libero contro la burocrazia senz’anima né testa di Bruxelles

La democrazia Potemkin - [ Il Foglio.it › La giornata ]
La democrazia Potemkin

Invettiva di un europeo libero contro la burocrazia senz’anima né testa di Bruxelles

ilfoglio.it  20101024

Noi europei apprezziamo la democrazia poiché ci dà la possibilità di tenere sotto controllo i governi a cui siamo soggetti. Riusciamo a figurarci ben pochi mali peggiori di un governo che sia invece esso a controllare incontrollatamente noi. Ciò nonostante, la maggior parte delle leggi che ci vengono imposte dall’Unione europea vengono oggi scritte e varate da burocrati che nessuno ha mai eletto e che a nessuno rendono conto dei propri errori. Alcune delle decisioni più importanti che pesano sulle nostre esistenze promanano dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, un organismo composto da giudici non eletti molti dei quali provengono da paesi privi di una solida tradizione di stato di diritto.

Voi italiani ne avete fatto recentemente esperienza quando è stato deciso che il crocifisso dovesse essere rimosso dalle aule scolastiche giacché ritenuto lesivo appunto dei diritti umani. La maggior parte di noi, dunque, a fronte delle irreversibili “direttive” emanate a migliaia dalla Commissione europea e delle “sentenze” pronunciate per ragioni ideologiche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, considerano tutto questo una vera e propria minaccia per la democrazia, eppure sembra non esistere alcuna riforma di quelle istituzioni in grado di ovviare al problema. Senza che nessuno lo volesse, noi europei siamo giunti a un punto in cui la maggior parte delle leggi che ci riguardano vengono imposte da persone che nessuno ha mai eletto e che non rispondono affatto dei propri errori.

Alcuni si sono adattati a coesistere con questo problema, ritenendo che i benefici portati dall’Unione europea superino i costi. Altri – specialmente gli “euroscettici” del mio paese – pensano invece che i costi superino i benefici. Per questi ultimi, la confisca del processo decisionale operata da élite non elette è un difetto fatale dell’intero progetto eurofederale. Da qualsiasi delle due parti ci si schieri, è comunque evidente che la spinta verso una governance mondiale configura un movimento che si allontana dalla democrazia. Ora, possiamo pure ritenere la globalizzazione un fenomeno inevitabile, ma non è necessario pensare che essa debba includere anche il governo del mondo. Per il vero democratico, la politica deve controbilanciare la globalizzazione, non esserne assorbita.

Immaginiamoci un villaggio che commerci con i propri vicini, vicini con i quali convive pacificamente. Tutte le decisioni che incidono su quel villaggio vengono prese da un consiglio elettivo. A propria volta, questo consiglio invia un rappresentante al governo centrale affinché questi promuova gli interessi di detto villaggio presso l’Assemblea nazionale. Questo processo, ci dice la storia, è il migliore che possiamo instaurare per via democratica. E’ peraltro possibile immaginare l’esistenza di più livelli rappresentativi fra il villaggio del nostro esempio e il governo a cui esso fa capo: rappresentanze, cioè, a livello di contea, di regione, di cantone o di qualsiasi altra sia l’unità amministrativa adottata. Ma il principio è chiaro: democrazia significa controllo dal basso, con il popolo che decide.

Supponiamo però adesso che si affermi un movimento di riforma politica il quale dice che il villaggio è una unità troppo piccola per prendere le decisioni che sono necessarie al bene comune. A scopo elettorale, il villaggio deve venire quindi considerato adesso come parte di una grande città che dista dieci chilometri. Le argomentazioni a favore di questa modifica sono facili da immaginare: le relazioni commerciali, gli interessi reciproci e le esigenze di buon vicinato vengono infatti seriamente compromesse dallo stato di fattuale indipendenza in cui vive il villaggio. C’è per esempio bisogno di una strada che tagli fuori la città ormai congestionata dal traffico. Ma l’unico tracciato possibile per costruirla corre in prossimità del villaggio, a totale detrimento della tranquillità fino a quel momento goduta dai suoi abitanti. Naturalmente, il villaggio si opporrà al progetto della strada e questa non verrà costruita. Ma se invece il villaggio è inglobato in una città, i voti dei suoi abitanti verranno superati da quelli dei residenti urbani e la strada si farà. L’aumento della capacità d’intervento governativa viene insomma acquisito a scapito della democrazia del villaggio. L’esempio illustra bene un principio di ordine generale: più è ampia la capacità d’intervento governativa, minore è la possibilità di controllo che il popolo ha sullo spazio che direttamente lo circonda.

Ve n’è riprova estremamente chiara nelle questioni inerenti le pianificazioni e le infrastrutture. I villaggi svizzeri hanno mantenuto parecchi dei diritti democratici altrove invece confiscati dai governi centrali. Ne deriva che è comprovatamente impossibile costruire grandi autostrade attraverso i numerosi passi alpini che connotano il paese, dal momento che le popolazioni locali votano costantemente contro di esse. Il traffico della Svizzera rurale è notevolmente più lento che altrove e lì i confini tra i villaggi assai più netti e marcati. In Francia, invece, le autostrade vengono imposte dal governo, la terra acquisita per decreto e nell’intera faccenda nessuno fuorché l’Assemblea nazionale ha gran voce in capitolo. Ne consegue che in Francia il traffico scorre più rapidamente, l’economia nazionale ne trae vantaggio e la vita lungo le autostrade è un inferno. La Francia è dunque più o meno democratica della Svizzera? Alcuni direbbero che il potere dei villaggi e dei cantoni elvetici impedisce la realizzazione di progetti che sarebbero altrimenti positivi per l’intero paese e che quindi esso si oppone alle aspirazioni della maggioranza.
In Francia, invece, la capacità del governo centrale di superare gli interessi locali indica che il bene comune può essere promosso nonostante gli egoismi localistici e che quindi la maggioranza svolge un ruolo assai più grande nelle decisioni che la riguardano direttamente. Altri però direbbero che questa sottrazione dei poteri e dei processi decisionali alle comunità locali a tutto vantaggio del governo centrale configura una perdita di democrazia giacché indica che le decisioni non vengono più prese da coloro che ne sono direttamente toccati in misura maggiore e che dunque la voce delle autentiche comunità umane è ascoltata solo di rado. Che ne pensiamo noi?

Quando un gruppo di stati nazionali si unisce per dare vita a una unione dotata di poteri legislativi, ognuno di essi perde il diritto di decisione su materie d’interesse nazionale in cambio di una voce in decisioni che interessano quell’unione nel suo insieme. Quando e in relazione a cosa ciò è giustificato? Un trattato fra due stati confinanti finalizzato alla difesa dei reciproci territori in caso di attacchi esterni è un contratto franco e leale. Nessuno dei contraenti perde più di ciò che guadagna e ognuno mantiene il controllo sovrano sugli affari interni. Un simile contratto di mutua difesa non implica alcuna resa di sovranità ed è esso stesso soggetto al controllo democratico. I popoli di ciascuno dei due stati contraenti il patto possono infatti votarne la rescissione in qualsiasi momento. Raramente si sono dunque considerati i trattati bilaterali una minaccia alla democrazia: al contrario, sono stati visti come esiti naturali del processo appunto democratico con cui i cittadini conferiscono ai governi a cui sono soggetti la libertà e il dovere di agire per parte loro.

Anche i trattati multilaterali possono di per sé non costituire minacce alla sovranità degli stati nazionali o all’intero processo democratico. Anche quando quei trattati istituiscono infatti organismi burocratici esclusivamente dediti al perseguimento dell’accordo che ne sta alla base – come per esempio avviene per la Nato –, essi non minacciano la democrazia fintanto che non si spingono oltre i propri scopi statutari. I paesi firmatari di quegli accordi mantengono la propria sovranità in qualsiasi ambito, inclusi quelli che rientrano nelle provvisioni del patto comunemente e concordemente sottoscritto. Benché il trattato ponga loro dei vincoli, questi obblighi si verificano soltanto in determinate circostanze specifiche e sono liberamente accettati dagli organi legislativi dei paesi sottoscrittori come giusto prezzo pagato per ottenere i benefici che ne conseguono.
I trattati multilaterali sono un modo concreto per amministrare la globalizzazione. Man mano che su di essi si esercitano pressioni esterne sempre crescenti, gli stati nazionali possono unirsi siglando accordi e stabilendo procedure comuni che permettano di resistere a dette pressioni: trattati che proteggono gli spazi abitati comuni, le risorse naturali comuni (come la pesca e l’acqua) e le comuni esigenze di sicurezza. Qui il punto qualificante è che un trattato, proprio come un contratto, conferisce potere di veto a ciascuno dei suoi firmatari. Se i termini di esso non vengono onorati da uno dei contraenti, gli altri sono liberi di chiamarsi fuori ponendo così fine al patto stesso.
In questo modo, i trattati possono essere efficacemente adoperati per controllare la globalizzazione poiché l’assoggettano alla disciplina della democrazia esattamente come il processo politico attivo in Svizzera è soggetto a quella disciplina della democrazia locale che in merito alle decisioni riguardanti le comunità appunto locali esige il consenso di queste stesse.

Ma non tutti i trattati hanno il carattere dei contratti. A far data dalla Seconda guerra mondiale (1939-1945) è divenuta pratica comune un nuovo tipo di trattato: un accordo mediante il quale le parti contraenti si accordano per abdicare al proprio potere decisionale negli ambiti che rientrano nelle leggi del patto stesso, trasferendo agli organismi istituiti dal trattato ciò che i propri elettorati nazionali non sono in grado di controllare. L’Unione europea ne è il caso paradigmatico. Come la Corte penale internazionale, l’Organizzazione mondiale del commercio e la Corte europea dei diritti dell’uomo, la Ue è una forma di globalizzazione e non un modo per resistere a essa. Benché create mediante trattati, queste istituzioni confiscano i poteri legislativi dei soggetti che vi aderiscono, imponendo agli stati nazionali leggi e regolamentazioni che i loro cittadini mai avrebbero votato, ma che pure non possono respingere.
Consideriamo le normative circa la libertà di movimento istituite dai Trattati di Roma. Danno ai cittadini della Ue il diritto si spostarsi in qualunque luogo dell’Unione al fine di cercare lavoro o stabilire la propria residenza là dove trovano lavoro. Quando gli originari Trattati di Roma furono firmati, nei paesi sottoscrittori vigeva una sostanziale parità fra redditi e livelli occupazionali, e nessuno immaginava che il risultato di quelle decisioni sarebbero state le migrazioni di massa da un capo all’altro del continente. Se fossero stati consultati, i cittadini italiani avrebbero certamente votato a favore di un emendamento ai Trattati che escludesse la clausola relativa al diritto di libera circolazione per le persone oppure negando l’ingresso della Romania nella Ue. Ma i cittadini non sono stati consultati.

Di conseguenza, gli italiani si trovano oggi costretti ad accettare l’immigrazione nel proprio paese di gente proveniente dalla Romania senza che nessuno prenda in seria considerazione il fatto che la maggioranza di essi è fortemente contraria. Con ciò non intendo dire che gli italiani abbiano ragione. Ma questo è ciò che essi pensano, oltre che ritenere un proprio diritto democratico l’imporre, attraverso i propri rappresentanti politici, controlli sui flussi migratori: dopo tutto, si tratta del loro paese. E però questo diritto è stato loro confiscato. Qualsiasi partito votino alle elezioni, i cittadini italiani non possono fare alcunché per rivendicare il proprio paese a se stessi. E’, questo, solo un esempio delle lagnanze che si levano oggi in tutti gli stati membri della Ue nell’Europa occidentale e settentrionale. Abbiamo perso cioè il controllo dei nostri confini e non vi è modo compatibile con la permanenza di ognuno di noi nella Ue per riguadagnarlo. Per di più, non vi è modo per emendare le istituzioni della Ue affinché esse se ne facciano carico. Le norme incorporate nei Trattati di Roma non sono leggi ordinarie: non possono cioè essere corrette in sede parlamentare e così, una volta in vigore, divengono di fatto irreversibili; oppure reversibili solo attraverso la dismissione dei Trattati e di tutta la sovrastruttura d’istituzioni e di procedure che sono state costruite su di essi. E questo nessun partito politico ha il coraggio di farlo, giacché le conseguenze sono incalcolabili.

Ora, coloro che hanno progettato i Trattati di Maastricht e di Lisbona erano consapevoli del fatto che la Ue stava perdendo credibilità presso i popoli d’Europa. Ma erano altresì membri di un nuovo ceto politico, transnazionali quanto alle proprie fedeltà, ben ricompensati nelle proprie vite professionali e completamente dipendenti dai privilegi assicurati loro dai meccanismi eurofederali. Del resto, questo ceto politico è anche parte in causa dell’economia globale. Riesce a relazionarsi più facilmente con le multinazionali che con le comunità locali, contratta apertamente con le élite estere e onora disinvoltamente gli incarichi fittizi che si è dato dentro la Ue. Un tipico membro di questo nuovo ceto politico è l’attuale Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Ue, cioè di fatto il suo ministro degli Esteri, Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, britannica. In Gran Bretagna nessuno sapeva chi fosse finché non n’è stata annunciata la nomina. La Ashton non si è mai candidata a elezioni per nessuno degli incarichi che ha ricoperto: dal Partito laburista e dalla rete di organizzazioni non governative che fa capo a esso ha fatto carriera fino a raggiungere la Camera dei Lord senza mai nemmeno una volta attirare l’attenzione su di sé ed è stata nominata come nostra rappresentante agli Affari esteri senza che nessuno nel mio paese abbia avuto la possibilità di proferire parole nella vicenda, a eccezione dei suoi colleghi dentro quel medesimo nuovo ceto politico. Questo ceto politico è dunque davvero molto più interessante per le multinazionali che per la gente comune, dato che controlla una macchina legislativa in grado di aggirare i cittadini. Attraverso il lavoro lobbistico che svolgono le burocrazie di stanza a Bruxelles, il mondo dei grandi affari mondiali ha insomma il potere di modificare a proprio favore le leggi di qualsiasi stato nazionale.

Appartenenti a questo ceto politico, coloro che redigono i trattati della Ue sono naturalmente inclini a salvaguardare queste posizioni. Gran parte dei loro sforzi è infatti stata profusa per creare un tipo di “democrazia presunta” in cui un Parlamento modello Potemkin finge di vagliare leggi e di esercitare su di esse diritto di veto, ma in cui nessuno degli stati membri della Ue può di fatto esercitare potere. I Trattati comunitari ci assicurano continuamente che nell’Unione vige il principio di “sussidiarietà”, in base al quale le decisioni debbono essere sempre assunte al più basso livello possibile: ma essi implicano anche che sono la Ue e le sue Commissioni a decidere quale sia quel livello. Da ciò deriva che in essi la sussidiarietà è semplicemente un sinonimo di quel controllo onnipervasivo esercitato dall’alto al basso che ha confiscato i nostri poteri legislativi nazionali e che ci permette di esercitarli solo quando alcuni funzionari non eletti ci permettono di farlo.

Ciò che vediamo all’opera nella Ue, così come in ogni nuova forma di tribunale internazionale o di agenzia legislativa tipo l’Organizzazione mondiale del commercio e le sussidiarie dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, è la globalizzazione della politica. Invece di difendere la sovranità nazionale dall’invasione globale, oggi il processo politico auspica ulteriore invasione globale ai danni dello stato nazionale. E perché no?, ci si domanderà a questo punto. Che c’è di tanto male? Dato che viviamo in una società globale, non c’è forse bisogno di un governo globale che risolva i nostri problemi comuni?
Il lato problematico di questo approccio è che esso ignora il fatto da cui dipende la legittimità di ogni democrazia: il fatto dell’identità nazionale. In una democrazia, i cittadini si identificano come parte di una prima persona plurale: un “noi” fondato da una eredità e da una storia, evidente nella lingua, nella religione e nell’attaccamento al territorio e alla comunità. In Europa, questo “noi” è un “noi” nazionale, ed è in nome di esso che gli uomini politici possono ottenere il consenso delle persone in merito a decisioni politiche che a breve termine possono pure danneggiarle. Gli italiani vogliono un governo che difenda e promuova l’interesse nazionale italiano. Non vogliono un governo che promuova l’interesse di un ceto politico internazionale o quello di una rete globale di multinazionali. Ma il numero delle leggi nazionali che quel ceto politico internazionale impone loro sotto la pressione degli interessi economici che lo influenzano cresce di continuo.

Cosa fare? E’ mio parere che in assenza di cambiamenti radicali la Ue entrerà in un periodo di crisi. Le sue decisioni verranno disattese e respinte in numero sempre maggiore, e le persone faranno di tutto per riconquistare i poteri erroneamente consegnati a essa. In un modo o nell’altro, la Ue deve insomma cessare di essere un agente della globalizzazione per divenire un centro di resistenza a essa: un modo, cioè, d’imporre l’ordine politico all’entropia sociale ed economica. E penso che questo potrà accadere solo attraverso la restaurazione della sovranità nazionale in tutti gli ambiti in cui essa è andata persa, ancorché come ciò possa essere concretamente fatto è materia da uomini politici, non da semplici filosofi.

(discorso tenuto alla Camera dei Deputati, Sala Aldo Moro, Roma, 15 ottobre 2010. Traduzione italiana di Marco Respinti)

di Roger Scruton

Why Not, anche il Pd vuol far luce

Why Not, anche il Pd vuol far luce - PRIMO PIANO - Italiaoggi
Laratta (Pd): bisogna capire come è stato possibile un tale disastro. E l'ex pm: il gup non parlava di me

Why Not, anche il Pd vuol far luce

Una commissione d'indagine sull'inchiesta di De Magistris

di Sergio Luciano   italiaoggi.it   20101023

Un deputato del Parlamento italiano prende l'iniziativa di chiedere una commissione d'inchiesta sul caso Why-Not, l'inchiesta-monstre dell'ex pm Luigi De Magistris, oggi europarlamentare dell'Italia dei Valori, finita praticamente in nulla, con 8 condannati, a pene lievi e per reati minori, sui 150 indagati e con un costo di sole consulenze esterne superiore ai 9 milioni di euro: ma la notizia è che il deputato promotore della commissione, al quale è già arrivato un consenso vasto e soprattutto bipartisan, milita nelle file del Partito Democratico.

Si tratta di Francesco Laratta, calabrese del Pd, giornalista: «Sì, io credo che sia indispensabile non lasciar finire il caso in una bolla di sapone priva di conseguenze pratiche e politiche», spiega.

E aggiunge: «È stato un caso eclatante di macelleria mediatico-giudiziaria, i cui principali protagonisti hanno acquisito grande notorietà pubblica, utile poi nel caso del pm a candidarsi, e hanno addirittura dato una spallata determinante al governo Prodi indagando il guardasigilli e lambendo anche il premier. E poi? Tutto in fumo!».

Laratta ricorda, ad esempio, la mitica «Loggia di San Marino», su cui la Procura e i giornali scrissero fiumi d'inchiostro, e che era puro frutto di una battuta telefonica male interpretata, e tanti altri qui pro quo. «All'inizio tutti fummo entusiasti della possibilità che una grande inchiesta giudiziaria arrivasse finalmente al cuore della corruzione che grava nel sistema istituzionale calabrese, grave quanto o più della stessa 'ndrangheta», ricorda Laratta, «ma presto ci si accorse che la componente di show mediatico iniziava a prevalere su tutte le altre. Alla fine, lo scrive anche il Gup nella sua sentenza: è una storia sostanzialmente priva di fondamento, ore e ore di intercettazioni inutili, salvo rovinare la vita di gente perbene, come Tonino Acri, presidente della Provincia di Cosenza, uomo di assoluta trasparenza e di onestà addirittura maniacale, che si ritrova sui giornali tra gli inquisiti, non riesce a spiegarsi, a chiarire, si ammala, muore. E naturalmente è tra gli assolti».

Laratta ha organizzato una riunione, la prossima settimana a Montecitorio, per formalizzare la richiesta della commissione d'indagine: «Bisogna capire come sia stato possibile un simile disastro», sintetizza. E conclude: «Leggere la sentenza del Gup è illuminante. Le dichiarazioni della principale teste d'accusa sono state ritenute inattendibili, ''non solo in quanto intrinsecamente incredibili, ma perché smentite dagli esiti delle attività investigative di riscontro compiute dagli inquirenti'. E le migliaia di intercettazioni telefoniche, durate per anni, sulle quali l'inchiesta si poggiava saldamente ''non forniscono alcuna prova dell'esistenza del sodalizio descritto'' Ecco, io dico che dobbiamo capire com'è possibile che un'inchiesta vada così avanti e coinvolga così tanta gente, facendo un così grande effetto mediatico-politico, avendo così poca sostanza al suo attivo».

Nel frattempo, l'ex pm, dando prova, se non altro, di grande trasparenza, accoglie sul suo blog sia molti messaggi di sostegno e solidarietà sia durissime critiche. Dalle quali, però, si difende e contrattacca: «Nel descrivere alla Procura di Salerno le pesanti collusioni di non pochi magistrati del distretto di Catanzaro parlai anche del magistrato Abigail Mellace, il giudice estensore di quella parte del processo Why Not per il quale vi è stato il giudizio abbreviato. In realtà il procedimento Why Not dopo che mi è stato sottratto illegalmente è diventato altra cosa. Non entro nel merito della decisione del Giudice in questa sede, che a onor del vero fa acqua da tutte le parti (_), se non per premettere che non è il procedimento da me originariamente diretto, con risultati molto positivi, ma quella parte ricostruita da altri magistrati. Pertanto è falso imputarmi l'esito di quel procedimento».

Come dire: la commissione parlamentare d'indagine appare davvero indispensabile per arrivare, sul caso Why Not, ad almeno un po' di verità.


Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica

Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica - PRIMO PIANO - Italiaoggi
Dal 1948 al '93 la Costituzione prevedeva la tutela
Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica
di Marco Bertoncini   italiaoggi.it  20101025

Il lodo Alfano costituzionale rode, e molto, all'intero mondo del centro-sinistra. Se Pier Luigi Bersani tira fuori minacce ostruzionistiche e di ricorso al referendum confermativo (del tutto scontato, posto che nessuno ne aveva mai prima dubitato), la Repubblica si scatena con pagine e pagine a metà fra politica e diritto costituzionale. Ovviamente sono stati (come spesso) tirati in ballo supposti timori quirinalizi (ieri sera Giorgio Napolitano ha scritto una lettera al presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, esprimendo «profonde perplessità» sulla norma che prevede «la sospensione dei processi penali anche per il presidente della Repubblica» in quanto contrasterebbe con la Costituzione), presuntamente avallati dal solito stuolo di consulenti e consiglieri che dai tempi di Ciampi affliggono la vita parlamentare, posto che sembrerebbe scopo primario di costoro la ricerca di motivi di presunta incostituzionalità in leggi approvate dal centro-destra.

La scarsa memoria di troppi fa dimenticare qual era la situazione non del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, bensì di tutti i parlamentari italiani, prima che la ventata di demagogia conseguente a Tangentopoli facesse strame di uno scudo giudiziario a ragione introdotto dalla Costituente.

L'articolo 68 della Costituzione fino al 1993 prevedeva: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale». Ben più, quindi, del lodo Alfano quale emerge dalla commissione del Senato.

In sostanza, il lodo stabilisce per il presidente del Consiglio garanzie inferiori a quelle riservate, dal 1948 al 1993, a tutti i deputati e i senatori. Sarà bene ricordare che guarentigie simili esistevano pure nel periodo regio. Lo Statuto albertino stabiliva: «Nessun Deputato può essere arrestato, fuori del caso di flagrante delitto, nel tempo della sessione, né tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera». Altrettanto opportuno è rammentare che l'immunità copre gli europarlamentari.

Ebbene, una statuizione come quella del lodo Alfano viene interpretata come un sovvertimento dell'ordine costituzionale, addirittura come una surrettizia introduzione della repubblica presidenziale. C'è, al proposito, da chiedersi se le verginelle vestali della Costituzione ritengano che sia veramente impossibile modificare la Carta introducendo sul serio la Repubblica presidenziale (proposta, tra parentesi, un tempo sbandierata dal Msi, ma oggi giacente nel dimenticatoio sia di Fli sia del Pdl).


Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica

Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica - PRIMO PIANO - Italiaoggi
Dal 1948 al '93 la Costituzione prevedeva la tutela
Tutti contro il lodo Alfano ma l'immunità è antica
di Marco Bertoncini   italiaoggi.it  20101025

Il lodo Alfano costituzionale rode, e molto, all'intero mondo del centro-sinistra. Se Pier Luigi Bersani tira fuori minacce ostruzionistiche e di ricorso al referendum confermativo (del tutto scontato, posto che nessuno ne aveva mai prima dubitato), la Repubblica si scatena con pagine e pagine a metà fra politica e diritto costituzionale. Ovviamente sono stati (come spesso) tirati in ballo supposti timori quirinalizi (ieri sera Giorgio Napolitano ha scritto una lettera al presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, esprimendo «profonde perplessità» sulla norma che prevede «la sospensione dei processi penali anche per il presidente della Repubblica» in quanto contrasterebbe con la Costituzione), presuntamente avallati dal solito stuolo di consulenti e consiglieri che dai tempi di Ciampi affliggono la vita parlamentare, posto che sembrerebbe scopo primario di costoro la ricerca di motivi di presunta incostituzionalità in leggi approvate dal centro-destra.

La scarsa memoria di troppi fa dimenticare qual era la situazione non del presidente della Repubblica o del presidente del Consiglio, bensì di tutti i parlamentari italiani, prima che la ventata di demagogia conseguente a Tangentopoli facesse strame di uno scudo giudiziario a ragione introdotto dalla Costituente.

L'articolo 68 della Costituzione fino al 1993 prevedeva: «Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale». Ben più, quindi, del lodo Alfano quale emerge dalla commissione del Senato.

In sostanza, il lodo stabilisce per il presidente del Consiglio garanzie inferiori a quelle riservate, dal 1948 al 1993, a tutti i deputati e i senatori. Sarà bene ricordare che guarentigie simili esistevano pure nel periodo regio. Lo Statuto albertino stabiliva: «Nessun Deputato può essere arrestato, fuori del caso di flagrante delitto, nel tempo della sessione, né tradotto in giudizio in materia criminale, senza il previo consenso della Camera». Altrettanto opportuno è rammentare che l'immunità copre gli europarlamentari.

Ebbene, una statuizione come quella del lodo Alfano viene interpretata come un sovvertimento dell'ordine costituzionale, addirittura come una surrettizia introduzione della repubblica presidenziale. C'è, al proposito, da chiedersi se le verginelle vestali della Costituzione ritengano che sia veramente impossibile modificare la Carta introducendo sul serio la Repubblica presidenziale (proposta, tra parentesi, un tempo sbandierata dal Msi, ma oggi giacente nel dimenticatoio sia di Fli sia del Pdl).


Le dieci assurdità di Fini sull’aumento delle tasse

Il Giornale - Le dieci assurdità di Fini sull’aumento delle tasse - n. 422 del 25-10-2010
Le dieci assurdità di Fini sull’aumento delle tasse
di Claudio Borghi   ilgiornale.it   20101025
L'idea di alzare il prelievo sulle rendite è l'ultimo autogol del leader di Futuro e libertà. Colpisce le famiglie, fa fuggire i capitali all'estero e tradisce gli elettori

Ma che bella pensata! La prima proposta programmatica comprensibile a tutti di Fini è stata nientemeno che il raddoppio delle tasse sui risparmi, un livello addirittura superiore a quanto sognato in passato da Bertinotti. Fini non si è fatto quindi problemi a rinnegare un programma sulla base del quale è stato eletto e che aveva scritto in grosso e in rosso l’impegno a non alzare in nessun caso le tasse. Posto che la scusa di finanziare l’università è una foglia di fico - dato che i soldi non sono diversi - non si capisce perché, per reperire fondi, una tassa sui risparmi sarebbe meglio di, ad esempio, un taglio al suo stipendio o ad altri sprechi, ecco un piccolo promemoria dei motivi per cui quest’idea è dannosa, sbagliata e molto pericolosa.

1) I risparmi sono ciò che rimane da redditi già tassati. Non possono quindi essere messi sullo stesso piano degli altri guadagni.

2) L’interesse sui risparmi serve in gran parte a compensare l’inflazione. Se l’inflazione è il 2% e il rendimento dei Bot è l’1,5%, il risparmiatore ha in pratica perso soldi, non c’è nessun guadagno da tassare. Inoltre, gli investimenti si possono anche perdere, chiedere informazioni a chi aveva titoli Parmalat, Lehman, Cirio o, più semplicemente, a chi ha messo i propri risparmi in Borsa negli ultimi anni.

3) I beni accantonati delle famiglie sono una ricchezza dell’Italia e sono uno dei punti di forza che ci differenzia dagli altri Paesi, consentendoci una maggiore stabilità in periodi di crisi, nonostante le nostre debolezze profonde e strutturali. Criminalizzarli è come minacciare di bucare il salvagente che ci ha tenuto a galla.

4) Il denaro si può spostare con enorme velocità e semplicità. Se vi fossero proposte e timori sulle tassazioni, la conseguenza immediata sarebbe la fuga dei capitali (per i quali incertezza uguale pericolo) all’estero, così come avvenuto durante gli anni del governo di sinistra.

5) Non esiste nessuna «media europea» per i risparmi, dato che le aliquote, le esenzioni, le detrazioni e le franchigie sono del tutto diverse. In ogni caso, dato che il nostro Paese è meno affidabile politicamente e più a rischio degli altri (anche grazie a politici come Fini), in assenza di convenienza fiscale non si capisce perché uno dovrebbe lasciare i propri capitali depositati in Italia.

6) La tassazione sulle obbligazioni è una partita di giro per lo Stato (che pagherebbe interessi lordi più alti, riprendendoseli pari pari sotto forma di tassa), ma è un aggravio netto sulle obbligazioni societarie, gli emittenti delle quali dovrebbero pagare cedole lorde maggiori per offrire un rendimento netto accettabile senza potersi riprendere nulla. In un periodo dove le banche hanno stretto i rubinetti del credito, colpire l’emissione di titoli da parte delle imprese significa penalizzarle proprio nell’unico canale di finanziamento che si è rivelato efficace anche nei periodi peggiori della crisi e che ha salvato molte grandi aziende da conseguenze drammatiche.

7) I dividendi delle azioni vengono da utili rimanenti dopo una tassazione che è già fra le più penalizzanti in Europa. I guadagni da capitale, invece, sono un miraggio che, ai risparmiatori colpiti da ribassi epocali delle Borse e anni di rendimenti negativi dei fondi, suonerebbe come una beffa, mirata a colpire la speranza di un eventuale recupero dei prezzi dopo anni di sofferenza.

8) Gli italiani non sono obbligati a mettere i propri risparmi in titoli: è lo Stato che deve sperare caldamente che i cittadini gli usino la cortesia di finanziare il suo debito smisurato acquistando Bot e Btp. Inoltre, il risparmio dev’essere incoraggiato in quanto fonte di comportamenti virtuosi e autosufficienza famigliare. Se per un qualsiasi motivo il mettere da parte qualche soldo non dovesse essere più conveniente, un cittadino rimarrebbe comunque libero di andare a Parigi a spendersi la liquidazione in champagne e ballerine per poi tornare «da povero» e provare a chiedere un sussidio. Se il debito italiano non venisse più sottoscritto dai risparmiatori, addio stipendi, addio pensioni e (modesta consolazione) addio Fini.

9) La crisi ha comportato un aumento mondiale del debito pubblico: pertanto ci sarà sempre più competizione fra gli Stati sovrani per convincere i risparmiatori a sottoscrivere i propri titoli. Dato che il «porcellino salvadanaio» delle famiglie italiane fa gola a tutti e che una parte importante della nostra ricchezza è proprio reinvestita in Italia, gli unici che avrebbero da guadagnare se il nostro Paese diventasse meno accogliente per il risparmio sarebbero proprio gli altri Stati, pronti ad accogliere i denari in fuga con tappeti rossi e grandi risate indirizzate alla nostra stupidità. La sparata di Fini è in questo senso talmente dannosa per le nostre finanze che, se non dovesse derivare da errore, superficialità o faciloneria si potrebbe addirittura pensare che sia stata ispirata da qualche Stato estero, nel qual caso si tratterebbe di tradimento puro e semplice.

10) In regime di tassi bassissimi come l’attuale, a fronte dei danni di cui sopra, in ogni caso il gettito sarebbe minimo.
Ovviamente (sempre meglio specificarlo, non si sa mai) si suppone che l’ipotesi di aumento delle tasse si intenda sui titoli di nuova emissione, dato che, in caso contrario, sarebbe un rimangiarsi impegni dello Stato, analogo a un default. Ci sono in circolazione titoli anche trentennali venduti ai risparmiatori con la garanzia di una ben precisa tassazione. Nemmeno il governo Prodi aveva osato pensare di tassare lo stock di debito già emesso. Vorrebbe forse farlo Fini?


Finocchiaro vs Forleo Anche la sinistra querela i magistrati

Finocchiaro vs Forleo Anche la sinistra querela i magistrati - Interni - ilGiornale.it del 25-10-2010
Finocchiaro vs Forleo Anche la sinistra querela i magistrati
di Redazione  ilgiornale.it   20101025

RomaNon è vero che solo la destra litiga con i magistrati, lo fa anche la sinistra. A condizione, però, che le inchieste riguardino loro. A quel punto è guerra, e a colpi di denunce. Lo ha appena fatto la capogruppo del Pd al Senato, Angela Finocchiaro, che tra le altre cose è anche un magistrato in aspettativa. La Finocchiaro ha querelato il gip Clementina Forleo, la quale ha risposto denunciandola per calunnia. Il motivo? Lo racconta il giornalista Carlo Vulpio sul suo blog: «La vicenda riguarda un “summit” che si è tenuto il 6 giugno 2007 nell’ufficio della Finocchiaro. L’incontro è stato raccontato da Ferdinando Imposimato – ex senatore Ds ed ex magistrato – in due verbali ai magistrati di Brescia. Fu un incontro – dice Imposimato – in cui si decise di inviare un’ispezione ministeriale alla procura di Milano, il cui fine nemmeno tanto coperto era quello di mettere sotto procedimento disciplinare per “incompatibilità ambientale” l’allora gip di Milano, Forleo, che si stava occupando delle famose scalate bancarie dei “furbetti del quartierino”». In quella inchiesta, allora seguita dalla Forleo, erano finite diverse telefonate tra politici - tra cui Fassino, D’Alema e Latorre - e personaggi legati alle scalate bancarie - tra cui Consorte, Ricucci, Fiorani. «A Roma sono molto preoccupati - racconta Vulpio, citando un suo libro, Roba nostra, del 2009 - Tanto che decidono di tenere un “summit” al volo in una qualche stanza del Parlamento. Chi partecipa a questa riunione ristretta e di cosa si discute? Lo rivela ai giudici l’ex senatore Ds ed ex magistrato Ferdinando Imposimato». E cioè un gruppo di fedelissimi dalemiani, riuniti nell’ufficio della Finocchiaro, per sollecitare un’ispezione ministeriale a Milano. Questa la ricostruzione di Vulpio, sulla base di due verbali di Imposimato ai magistrati di Brescia. La Finocchiaro ha querelato. Ma non Imposimato, solo la Forleo.


Talk show con il filo spinato

Il Riformista
Talk show con il filo  spinato

di Giampaolo Pansa   ilriformista.it  20101023
Nella foto: Michele Santoro
ultima puntata di “Annozero”, andata in onda giovedì, si è aperta con una gran paraculata o, se preferite, una mignottata superlativa. Michele Santoro ha preso un dirigente della Rai, non della sua rete, bensì della Terza, e l’ha mostrato dietro una barriera di filo spinato. Sì, proprio il filo usato nei campi di concentramento. O nei posti dove vengono fatti transitare i prigionieri, prima d’essere condotti in galera oppure in un lager. Poi Santoro ha cominciato a interrogarlo sulle faccende della Rai e su come procedeva la questione di Roberto Saviano da mandare in onda accoppiato a Fabio Fazio.
Anche il più gnocco fra gli spettatori di “Annozero” ha capito che cosa voleva suggerire il filo spinato. La Rai è diventato un carcere per gli oppositori di Silvio Berlusconi. Le chiavi delle celle le tiene il direttore generale Mauro Masi, uno schiavo del Cavaliere.
Ma è già cominciata la lotta di liberazione. Guidata da Santoro, affiancato da un aiutante, il presidente della Rai, Paolo Garimberti. Presto arriverà un nuovo 25 aprile. Il Caimano verrà appeso al traliccio di un distributore di benzina. E tutti canteranno “Bella Ciao”. Come Santoro ha già fatto una volta in diretta tivù.
Sarà questo il futuro della Rai e dell’Italia? Non lo so, ma è di certo quanto si augura Santoro. Per intuire quanto accadrà, bisogna seguire le mosse di Michele. È lui il leader dei tanti sultani rossi che hanno occupato la televisione pubblica. Sotto lo sguardo indifferente di un centro-destra dove i fessi abbondano. E sotto gli occhi strabici del centro-sinistra dove gli sciocchi sono anche di più e non si accorgono che i sultani gli stanno mangiando la terra sotto i piedi. Tanto da essere diventati ben più potenti della truppa sconnessa e rissosa capeggiata dal trio suicida Bersani, Di Pietro & Vendola.
Santoro ha tutto per essere un vero capo politico. Per cominciare è il più anziano dei sultani: in luglio ha compiuto 59 anni, nel 2011 l’Italia festeggerà a dovere il suo sessantesimo compleanno. Poi è il televisionista rosso di più lunga durata. Sta sugli altari dal 1987, quando ancora esisteva la Prima Repubblica. Il suo successo d’esordio fu “Samarcanda”, seguita da “Il Rosso e il Nero” del 1992, entrambi sulla Rete Tre.
In quel tempo, Michele era alto, magro, astuto e ambiguo quanto occorreva. Un giorno andai a intervistarlo per l’Espresso e mi resi conto che era certo di sinistra, però non dimezzato a favore delle Botteghe oscure. Il partito di Santoro era uno solo: quello di Santoro. Con un timbro anarco-populista, derivato dalla militanza maoista in Servire il Popolo.
Essendo già il capo di un partito personale, si sentì così forte da passare a Mediaset, la corazzata di Berlusconi. Se debbo credere al Catalogo dei viventi di Giorgio Dell’Arti e Massimo Parrini, edito da Marsilio, anche nel fortino del Cavaliere mise in mostra l’abilità nel trattare gli affari. Ottenne un miliardo di lire all’anno e l’assunzione di tutta la sua squadra con compensi al massimo livello. E costruì altro due talk show di successo: “Tempo reale” nel 1994 e “Moby Dick” nel 1996.
Ma al Cavaliere, più furbo di tanti dei suoi dirigenti, Michele non piaceva. In lui fiutava l’avversario e per di più gli stava sui santissimi per l’aria da padrone. Lo liquidò e Santoro divenne il Grande Epurato dell’editto bulgaro di Sofia. Correva il 2004 e a Michele la sinistra offrì una exit strategy di lusso: il 14 giugno lo fece eleggere deputato europeo. Ma il parlamento di Strasburgo era il luogo più noioso del mondo per una star da battaglia come lui. Lo sopportò per meno di due anni. Si dimise e nel 2006, accolto da mamma Rai come il figliol prodigo, diede vita ad “Annozero”.
Sotto la nuova sigla, Santoro inaugurò un’altra stagione personale: il conduttore da guerra. Contro chi? Ma che domanda! Contro Berlusconi, il nemico da sconfiggere, il demonio da scacciare, il caimano da uccidere. Oggi è lui il più mussoliniano fra i sultani rossi da talk show. E infatti ogni giovedì, in prima serata, ci impone di credere, obbedire e combattere contro il Berlusca.
Il pubblico di sinistra lo adora. Michele è la prova vivente che il regime fascista del Cavaliere esiste, come dimostra il filo spinato che ingabbia un burocrate rossiccio della Rai. Ma può essere battuto. Santoro conta più di dieci Garimberti. E più di cento Masi, il direttore dei miei stivali che s’illude di mettere le briglie a Michele. Anche gli altri sultani rossi che dominano sulla Rai sono dei cartavelina. Persino l’accoppiata Fabio Fazio e Roberto Saviano, pur assistita da Michele Serra, la mente più lucida del Gruppo Espresso-Repubblica, sembrerà una squadretta da oratorio rispetto alla potenza di fuoco di “Annozero”.
La forza di Michele è ormai così tanta che anche i sultani minori ne risultano contagiati. La voglia di strafare dilaga ai piani bassi. Lo si è visto venerdì sera nel salottino di Lilli Gruber sulla 7. L’affannata Dietlinge ha battuto se stessa. Convocando ben tre avversari del Berlusca: Miriam Mafai, Claudio Fava e Rocco Buttiglione. In totale, un quartetto in teoria micidiale, senza nessuno a rappresentare le ragioni del Caimano.
Morale della favola? I quattro sono riusciti a litigare fra di loro. E su che cosa? Nientemeno che sui destini delle sinistre italiche. Salvali tu, o super-sultano! Prendi in disparte la povera Gruber. E usa il tuo fascino salernitano per spiegarle come si fa a liberarsi dei vestiti di Armani per indossare la tuta da battaglia partigiana.


Da Gomorra allo show-business

Il Riformista
Da Gomorra allo show-business

di Gianfranco Polillo  ilriformista.it   20101023

La metamorfosi di Saviano

Settimana di passione quella della Rai e non è finita. Da Santoro, sospeso ma presente in video, alla Gabanelli, in causa con Silvio Berlusconi. Da Minzolini accusato dall’Agcom - troppo spazio dato al Governo nel tg - a Fabio Fazio, reo di voler condurre una trasmissione (“Vieni via con me”) che allarma. Non c’è pace all’ombra del Cavallo di viale Mazzini.
Intanto il direttore generale Mauro Masi discute con i vicedirettori un piano industriale lacrime e sangue che tra dismissioni immobiliari, riduzione di personale e richieste al Tesoro - il canone pagato con la bolletta elettrica - dovrebbe portare nelle esangui casse della Rai qualche centinaia di milioni di euro per evitare lo sfascio. E se ancora non bastasse: ecco il referendum contro il direttore generale promosso dall’Usigrai. Se ne vada - dice la Cgil - per il bene dell’azienda.
Tanta carne al fuoco. Ma la cosa che ci ha più sorpreso sono state le dichiarazioni di Roberto Saviano nella piazza di Michele Santoro, alla presenza di Loris Mazzetti, capo struttura di Raitre, che con il suo assenso ne ha avallato la portata. Il tema era di quelli complessi: la remunerazione degli ospiti che intervengono alle trasmissioni televisive. Problema per la verità antico. Fu sollevato, forse per la prima volta, una trentina d’anni fa in Commissione di vigilanza nei confronti di Adriano Celentano e delle sue famose esternazioni che fecero infuriare la politica di allora. La Commissione parlamentare chiese di vedere il contratto per avere contezza delle eventuali clausole d’ingaggio. Nessuna. Tre striminzite paginette ed una cifra da capogiro. A quanto sembra le cose non sono cambiate. Questa volta è Loris Mazzetti che ci dice che non è possibile conoscere in anticipo il costo del programma “Vieni via con me”. Sarà fatto solo a consuntivo. Non ci sembra una buona idea.
Partendo da questi presupposti, Roberto Saviano ha esposto candidamente la sua teoria. Non esiste un problema di costi e quindi di limiti al cachet dello star system. Le cifre che pure sono circolate - un costo del programma di circa 700/800 milioni di euro a puntata - sono solo un ingranaggio della “macchina del fango”. Il programma fa paura e per questo si accampano pretesti senza senso. È proprio così?
Nel 2008 la Rai ha chiuso il bilancio con una perdita di 37 milioni di euro. Le previsioni per il 2010 dicono che potrebbe aumentare fino a 130. Due anni dopo la progressione (un cumulato di 600 milioni) sarebbe tale da azzerare il capitale sociale determinando il fallimento dell’azienda. La ricetta di Saviano è semplice. Lo star system aumenta gli introiti pubblicitari. È, quindi, giusto che una parte di queste maggiori risorse si traducano in compensi adeguati - ma meglio sarebbe dire milionari - per gli ospiti illustri delle trasmissioni. Due sono i limiti di questo ragionamento. Non tiene conto dei costi fissi che gravano sui singoli programmi, che si portano via circa il 70/80 per cento del relativo fatturato. Questo riduce notevolmente il margine dei maggiori introiti pubblicitari e pone un limite oggettivo al costo del nuovo programma. Se si va oltre esso contribuisce non alla riduzione, ma all’aumento del deficit complessivo dell’azienda.
Seconda considerazione. Nei bilanci Rai (dati 2008) la pubblicità contribuisce ai ricavi complessivi solo il per il 38 per cento. Una percentuale ben più alta (il 55,7 per cento) proviene dal canone pagato da ciascuno di noi. Ne consegue che per quanto possa aumentare la pubblicità per trasmissioni pure prestigiose i vincoli finanziari non possono essere aggirati. Il ragionamento di Saviano sarebbe più giusto se riferito alla televisione commerciale, che vive prevalentemente di pubblicità. Ma qui siamo nell’ambito del servizio pubblico, dove il “mercato”, nonostante l’invocazione di Pierluigi Battista sul Corriere di ieri, ha lo spazio che abbiamo indicato. Sono considerazioni - sempre per riprendere Battista - di destra o di sinistra? Non sapremo dire. A noi sembrano solo di buon senso.


jeudi, octobre 21, 2010

La televisione è morta

Blog di Beppe Grillo
La televisione è morta

http://www.beppegrillo.it/   20101021

Le discussioni sui programmi televisivi, le parcelle da pagare o le ospitate gratis, i veti e i controveti, gli attacchi alla democrazia e la libertà di parola di questi giorni mi sembrano l'accanimento su un cadavere. La televisione è morta da un pezzo, gli unici a non saperlo sono quelli che ci vanno. Nessuno vieta al grande artista, al profondo comunicatore, all'intrattenitore colto di rischiare in proprio, o cercare un finanziatore, per diffondere le sue verità democratiche, o meno, in Rete. Apra un account su YouTube, si filmi e chi vuole lo guarderà. Chi lo paga? Questo può essere un problema. E quanto lo paga? Questo, per molti, è un problema ancora più grande. Un consiglio. Crei un sito, dei contenuti, li sviluppi e chieda alle folle oceaniche che sentirebbero la sua mancanza in televisione di finanziarlo on line. Sembra una provocazione, ma non lo è. Avrebbe la libertà di dire ciò che vuole e un probabile introito, forse piccolo, forse grande, ed essere indipendente da consigli di amministrazione, direttori, politici. Lui e il pubblico che, spontaneamente, si collega per ascoltarlo. Nessun altro. Giocherebbe d'anticipo.
L'integrazione internet/televisione è un dato di fatto, la scomparsa dei palinsesti generalisti solo un problema di tempo. Nessuna persona sana di mente e informata sui fatti investirebbe oggi in azioni di Mediaset, RAI (se si quotasse) o La 7. Sarebbe come investire in ferri da cavallo all'avvento delle prime automobili della Ford.
In un futuro non così lontano ti siederai in poltrona e navigherai sullo schermo di casa. Sceglierai tu chi seguire, non decideranno Masi o Confalonieri o i partiti o il digitale terrestre. Ad ogni minuto nel mondo qualcuno abbandona la televisione per Internet. E' come una clessidra con granelli di polvere che si trasferiscono da un luogo a un altro. Un posto con nuove regole e opportunità in cui ci si gioca tutto senza paracaduti. Nel quale la propria credibilità è l'unico valore economico. L'unico per cui qualcuno è disposto a pagare. Un mondo senza Minzolini, Vespa, Fazio, nel quale il caravanserraglio dei politici svanirebbe. Chi si collegherebbe e soprattutto pagherebbe per ascoltare Cicchitto, La Russa o Bersani? Dovrebbero essere loro a pagarli e forse non basterebbe. Ecco, alla televisione rimarrà solo questo, il telespettatore pagato, come le folle che sbarcano dai pullman pagati con il pranzo al sacco pagato per le manifestazioni pagate dai partiti finanziati dai cittadini. Il telespettatore pagante si trasferirà invece armi e bagagli in Rete e sceglierà lui a chi dare i suoi soldi.


mardi, octobre 19, 2010

La piccola borghesia ha vinto. Vedi i cortei Cgil

La piccola borghesia ha vinto. Vedi i cortei Cgil - PRIMO PIANO - Italiaoggi
Con buona pace di Marx e dei suoi rilassati epigoni in auto blu

La piccola borghesia ha vinto. Vedi i cortei Cgil

di Diego Gabutti   italiaoggi.it     20101019

Era inevitabile che qualcuno, anche a sinistra, prima o poi s'accorgesse che l'imperatore della favola progressista è nudo. Che anzi è peggio che nudo: veste abiti firmati, infatti, e possiede una barca a vela.

«Comprendo i deputati ex-sindacalisti», ha dichiarato Francesco Boccia, coordinatore (di fede lettiana, da Enrico Letta) delle commissioni economiche del partito democratico, «ma sono francamente nauseato dalle finzioni».

Mentre ad altri, per dire, viene un po' da ridere, a Boccia viene la nausea quando guarda «sfilare per qualche ora» nel centro della capitale, dietro le bandiere rosse della Fiom, «intellettuali che guadagnano milioni di euro l'anno, ex deputati che vivono col vitalizio e politici che dopo la sfilata e la passerella davanti alle televisioni tornano a casa con le loro auto blu».

Sergio Cofferati e Pierluigi Bersani, da parte loro, giurano invece che gli abiti nuovi dell'imperatore progressista sono bellissimi.

Devono pensare che, come una volta era meglio avere torto col partito che ragione contro il partito, oggi sia meglio avere ragione con questi fighetti che torto con gli operai.

Ma sanno bene che, quand'era il popolo (anzi, «la classe operaia») a scendere in piazza, nessuno avrebbe associato il verbo «sfilare», più adatto a illustrare l'attività delle top model, a una manifestazione sindacale.

Non c'era niente di frivolo, né di nauseante e tanto meno di ridicolo, nelle manifestazioni operaie, e in quelle dei metalmeccanici in particolare, prima che l'erre moscia dei nuovi leader risuonasse dai megafoni e dagli altoparlanti insieme alle canzonette puerilmente impegnate dei cantautori, al delirio da maniaci ossessivi dei giustizialisti e agli slogan scomposti dei nostalgici del sessantotto.

«Mangia ananas, mastica fagiani, più non ti resta borghese un domani», cantava ai suoi tempi Vladimir Majakovskij, che mai avrebbe pensato d'augurare, con questi versi, un canchero alla sinistra.

Ma alla fine, con buona pace di Marx e dei suoi epigoni la borghesia e (peggio ancora) la piccola borghesia hanno vinto su tutta la linea. Dopo avere rubato la parte in commedia al proletariato, questi ricchi parassiti adesso ridono alle sue spalle mentre la recitano al suo posto.






lundi, octobre 18, 2010

La linea rossa della fuffa accademica

La linea rossa della fuffa accademica - n. 421 del 18-10-2010
La linea rossa della fuffa accademica

di Alessandro Gnocchi  ilgiornale.it  20101018 n°421

Per Eco, l’università è ridotta male causa "3+2". Secondo Fofi, il Dams produce sottocultura conformista applaudita a sinistra. E un libro spiega come Galimberti arrivò in cattedra con saggi "copia e incolla"
In questi giorni, alcuni intellettuali molto in vista sembrano preoccupati. Guardano l’accademia e vedono spuntare (sotto piani di studio, crediti e dispense) la sottile linea rossa della fuffa. O, se preferite, una generale crisi dell’istruzione universitaria. Non che il fenomeno non fosse da tempo sotto gli occhi di tutti ma la sincronia di certe uscite merita di essere sottolineata.
Umberto Eco scrive sull’ultimo numero della rivista Alfabeta, interamente dedicato all’università, un articolo in cui si scaglia contro la famigerata formula 3+2 in salsa italiana (cioè laurea triennale, seguita da altri due anni per conseguire la specializzazione, riforma voluta dal governo di centrosinistra nel 1999). Idea in origine buona, sostiene il professore, ma rovinata da un’applicazione dissennata. I crediti, il modo di quantificare il lavoro degli studenti, sono calcolati «in base alle ore passate a casa a studiare (una stupidaggine o una finzione) o al numero di pagine da portare all’esame» e non sono «legati al numero e al risultato degli esami». Ed ecco che «in base ai crediti a cui ha diritto per quel modulo, lo studente non deve studiare più di - diciamo - cento pagine, al punto da protestare se il docente gli dà un testo di centoventi pagine». In poche parole: lo studente è incoraggiato a leggere poco e in fretta e ad accumulare crediti a discapito della qualità dell’apprendimento. E ci sarebbe altro da aggiungere. Le cattedre si moltiplicano per accontentare docenti vecchi e giovani. I corsi monografici sono sempre più simili alle lezioni di un ottimo liceo. La ricerca e la didattica hanno preso strade diverse. In alcune facoltà, specie umanistiche, finiscono ai margini le materie un tempo considerate fiore all’occhiello degli atenei italiani proprio perché fortemente specialistiche: la filologia, la paleografia e così via. Col risultato che le facoltà straniere, inglesi e americane su tutte, offrono qualità superiore perfino negli studi classici (Luciano Canfora dixit). Così, prosegue Eco, oggi è possibile laurearsi in filosofia senza aver letto coi propri occhi Platone o Heidegger. Impensabile non solo ai suoi tempi ma almeno fino agli inizi degli anni Novanta.
L’università è imbottita di fuffa? Il Dams (Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo, nato a Bologna nel 1970) di Umberto Eco non è da meno, secondo Goffredo Fofi. Il critico e scrittore, in un articolo sull’Unità di ieri, ricorda l’entusiasmo e l’energia di tanti insegnanti, fra cui spiccava proprio il semiologo (nonostante la definizione che ne diedero alcuni studenti «scrivendo sulle mura dell’università bolognese nel ’77: “Umberto Eco coiffeur pour Dams”»). Poi arriva la domanda cruciale: «Che tipo di cultura hanno diffuso e prodotto i Dams»? La risposta è un cazzotto nello stomaco: «Lo confesso - scrive Fofi - ho una forte idiosincrasia nei confronti dei laureati dai Dams, e occupandomi di cultura e spettacolo sono stato obbligato a conoscerne tanti». Che gente è? Secondo Fofi «al Festival di Venezia il pubblico dominante sono loro, e ridono quando c’è da piangere e viceversa, battono le mani quando c’è da fischiare e viceversa». Sono «schiavi delle mode», hanno gusti «barbarici» e non vanno «oltre la superficie del vistoso e del finto-nuovo». Insomma, «una sottocultura imbarazzante». I responsabili? A parere del critico sempre più incavolato: «Un ceto pedagogico che ha semplicemente sostituito alla pedanterie dei vecchi professori di estetica una involuta “artistica” allegria cresciuta su se stessa, figlia di quei teorici del Settanta che esaltavano il nuovo e si avvoltolavano fuori sincrono nelle proprie chiacchiere». Finale al napalm: «Un copiaticcio imbarazzante che riscosse il massimo successo sulle pagine dei giornali letti dagli intellettualini ahimé di sinistra». E «i guru di allora sembrano dei personaggi preistorici».
La fuffa è tanta ma non sembra preoccupato dalla situazione il professor Umberto Galimberti, nota firma di Repubblica. Dopo l’inchiesta di alcuni anni fa, condotta dal Giornale, emerse un fatto inquietante. Il docente, nei suoi scritti, aveva saccheggiato intere pagine di colleghi quali Giulia Sissa, Alida Cresti, Salvatore Natoli. Si venne a sapere che addirittura i testi presentati come titoli per accedere all’insegnamento universitario non erano immuni dal vizietto di fare copia e incolla. La commissione non se ne accorse. Ne furono presi veri provvedimenti in seguito al colossale sputtanamento. Francesco Bucci, in giugno, aveva pubblicato sul sito dell’Indice dei libri del mese, un articolato saggio sul modus operandi di Galimberti. Come raccontammo su queste colonne, c’era proprio di tutto: I miti del nostro tempo, ultimo libro del «filosofo» risultava così composto: «al 75% riciclo di articoli di Repubblica e per un ulteriore 10% riciclo di altre opere di Galimberti». Insomma, oltre a prendere in prestito brani altrui, egli «fotocopia» anche se stesso. Bucci, racconta il Riformista di ieri, vorrebbe ora pubblicare in volume il risultato dei suoi studi ma non trova editore. Mentre Galimberti siede in cattedra, scrive su Repubblica (dopo un rapido passaggio al pit stop) e sforna «capolavori» premiati dalle vendite. È il trionfo della fuffa di origine accademica.
Per fare piazza pulita forse un mezzo ci sarebbe: abolire il valore legale del titolo di studio al fine di ricondurre l’università alla sua funzione, che non è quella di sfornare diplomi. Gli atenei si decongestionerebbero e la ricerca (forse) recupererebbe la centralità che le compete. Ma nel nostro Paese è possibile una riforma liberale in un settore politicizzato come questo? Le speranze non sono molte.


Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere

Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere


Ecco perché chi ha talento oggi fa fatica a emergere

di FRANCESCO ALBERONI  corriere.it  20101018

Ci sono dei luoghi in cui, per un certo periodo, fioriscono i geni, in seguito torna la mediocrità. Atene fra il 450 e il 350 ospitava figure come Socrate, Platone e Aristotele, poi nulla. L'Italia ha avuto lo splendore del Rinascimento, poi le occupazioni straniere e la decadenza. Alla fine del secolo a Vienna c'erano Freud, Klimt, Mahler poi il deserto. In Francia negli anni Sessanta e Settanta Sartre, Simon de Beauvoir, Levy Strauss, Barthes. Oggi non c'e più nessuno come loro. In tutta Europa la cultura sembra avvizzita.

Perché? Perché non nascono più persone di genio oppure perché il nuovo ambiente non le aiuta a crescere, ad affermarsi, ma le ostacola e valorizza altri tipi di personaggi? Io credo che sia questa la vera causa. Quand'è che fioriscono i geni? Quando la società ha slancio, ottimismo, fame di futuro e quindi di persone competenti e geniali. Come in Italia nel dopoguerra, quando tutti volevano lasciarsi alle spalle la miseria e creare prosperità. Ed erano pronti a lavorare duramente, a prodigarsi. Gli operai lottavano per diventare piccoli imprenditori, gli studenti facevano a gara per sapere di più. I più bravi erano subito richiesti dalle imprese. In una piccola città come Pavia gli studenti universitari più brillanti erano conosciuti da tutti e ricercati dalle ragazze.

Poi è venuta la globalizzazione e una crisi dei sentimenti morali collettivi. Abbiamo una popolazione invecchiata, una economia stagnante, una scuola scadente, una università satellite di quelle anglosassoni, con studenti che non hanno più la passione del sapere. Fra cui si è radicato il devastante convincimento che chi fa bene, chi si prodiga, chi lavora duramente, chi merita, non verrà ricompensato, non avrà successo. Mentre riuscirà chi è spregiudicato, chi appare in televisione, chi trova protezioni politiche.

Si è diffusa l'idea che siamo in una «società liquida» in cui non conta ciò che hai fatto, non valgono la lealtà, la parola data. Cosa non vera perché se non resistessero questi valori la società smetterebbe di funzionare. E anche nel lavoro vediamo che i giovani preparati, pronti a lavorare e ad adattarsi, lo trovano. Ma con più fatica. Come fa più fatica chi ha grandi doti e si trova in un ambiente culturale che non lo aiuta e non lo capisce. Per riuscire deve avere una grande fede, un grande ideale e una fiducia di fondo nella natura umana per vincere ogni giorno la sfiducia, il cinismo, l'indifferenza di chi lo circonda.



Tremonti ha respinto l'attacco alla diligenza

Tremonti ha respinto l'attacco alla diligenza - I COMMENTI - Italiaoggi
Tremonti ha respinto l'attacco alla diligenza
di Pierluigi Magnaschi  italiaoggi.it   20101016

Fra il disappunto di molti ministri (che, a loro volta, debbono dire no alle inesauribili richieste di finanziamento) e le proteste delle enormi clientele che domandano sempre più soldi allo Stato, il ministro dell'economia, Giulio Tremonti, è riuscito a tenere ferma la linea del rigore che non consiste, per ora, nella riduzione del debito pubblico ma che punta alla sua non esplosione. Grazie alle nuove norme che impediscono l'assalto della diligenza da parte dei parlamentari di ogni colore (come ai tempi delle vecchie finanziarie allegre) e grazie anche alla fermezza di Tremonti che, incurante dell'impopolarità, crede nella finanza pubblica sostenibile, l'Italia, che pure ha un debito pubblico superiore a quello della Grecia, non ha fatto la fine della Grecia. Quest'ultima infatti, per cercare di tenersi a galla, deve adesso licenziare un sacco di dipendenti pubblici, ridurre lo stipendio a quelli che restano in servizio, vendere ai cinesi i suoi porti, mettere sul mercato molte sue isole e via tagliando. Perché l'Italia, pur avendo un debito pubblico astronomico (quasi il doppio di quello che il Trattato di Maastricht considera sia quello ideale) e più alto della Grecia, non ha fatto la fine della Grecia (ma anche della Spagna, del Portogallo o dell'Irlanda)? Perché, grazie alla politica proposta dal duo Tremonti-Sacconi, in questi due ultimi anni, l'aumento dell'indebitamento pubblico è stato molto più basso di quello degli altri paesi europei che oggi sono in crisi conclamata. Ciò significa che, agli occhi delle autorità di regolazione e soprattutto a quelli degli investitori internazionali (che non fanno sconti a nessuno e misurano tutto), l'Italia, in questi due ultimi anni, ha dimostrato di avere sotto controllo i suoi conti pubblici. Agli occhi quindi di chi deve mettere i suoi soldi nei titoli pubblici italiani, l'Italia si manifesta come un Paese che non è allo sbando perché alla sua guida ci sono istituzioni, norme e persone che sono affidabili. In mancanza di questa sensazione, gli interessi sul debito pubblico italiano salirebbero notevolmente. E siccome il debito pubblico italiano è molto alto, gli incrementi degli oneri derivanti dal servizio del debito sarebbero tali da mettere in ginocchio il paese. Chi oggi chiede che la spesa pubblica aumenti per spingere la ripresa, o non sa che cosa dice, o preferisce praticare le scorciatoie della demagogia. In genere sono gli stessi àmbiti politici che bloccano le grandi opere come il traforo del Frejus, già finanziato dalla Ue, o che, cinque anni e mezzo dopo che la Erg di Genova ha chiesto di poter investire 800 milioni di euro in un rigassificatore, non si è ancora sentita risponde né sì, né no.

La sinistra divora se stessa


La sinistra divora se stessa

di Giampaolo Pansa  ilriformista.it   20101017

Il 16 novembre 1977, quando le Brigate rosse spararono a Carlo Casalegno, alla Stampa accadde un fatto che molti hanno dimenticato.
Nella foto: metalmeccanici in corteo per protestare contro le politiche del lavoro del Governo
Il 16 novembre 1977, quando le Brigate rosse spararono a Carlo Casalegno, alla Stampa accadde un fatto che molti hanno dimenticato. Quella sera il Comitato di redazione e il Consiglio di fabbrica diffusero un volantino che definiva l’attentato «un vile atto di chiara marca fascista». La stessa formula bugiarda venne usata dai tre sindacati torinesi. La Cgil, la Cisl e la Uil chiamarono i cittadini a protestare «contro il terrorismo di stampo fascista».
Quella sera, arrivato a Torino come inviato di Repubblica, lessi i due volantini. Non credevo ai miei occhi. I colleghi della Stampa dovevano pur sapere chi erano gli assassini del loro vicedirettore. Lo stesso valeva per il Consiglio di fabbrica e per i tre sindacati torinesi. Mi sembrò una mostruosità. E pensai che era un passo senza precedenti nel percorso suicida delle sinistre italiane.
Mi sbagliavo: i precedenti esistevano. La sinistra era abituata da sempre a spacciare quel tipo di menzogne. Me ne resi conto quando studiai ciò che era accaduto nel novembre 1948 in un centro della provincia di Bologna, San Giovanni in Persiceto, dopo un delitto compiuto da sconosciuti. Era stato assassinato Giuseppe Fanin, ventiquattro anni, dirigente delle Acli e della Cisl, il sindacato nato quattro mesi prima. Gli avevano sfondato il cranio a sprangate, mentre ritornava a casa di sera.
Anche in quel caso il Pci, attraverso le cronache dell’Unità, cercò di far passare la tesi che Fanin era stato ucciso da un reduce della Repubblica sociale. Davide Lajolo, il direttore del quotidiano comunista, scrisse che Fanin «era un individuo provocatore, a tutti inviso, più volte minacciato dagli stessi fascisti». E da democristiano cislino «apparteneva ai sindacati neri del Governo della discordia, che istiga all’odio e alla violenza».
Dopo i primi fermi, il Pci mandò sotto la casa dei Fanin un corteo di donne comuniste. Infuriate, gridavano: «Accusate i lavoratori di aver ucciso vostro fratello, invece siete stati voi!». Trascorso qualche giorno, emerse la verità. Il segretario del Pci di San Giovanni in Persiceto si presentò agli investigatori e confessò di essere il mandante del delitto. Sulle prime sostenne di aver fatto tutto da solo. Poi svelò i nomi dei tre compagni che avevano massacrato Fanin. Pure loro confessarono.
Sbaglia chi sostiene che il passato non aiuti a capire il presente. Anche le vicende di questo ottobre nervoso ci confermano che la sinistra continua a divorare se stessa. Ossia a commettere errori su errori, senza rendersi conto di scavarsi da sola la fossa. Grazie a Dio, o al caso, non c’è un morto da piangere. Ma lo spettacolo resta indecente. E incomprensibile agli occhi di chi lo osserva con un minimo di razionalità. Volete qualche esempio?
In previsione del raduno della Fiom-Cgil a Roma, il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dice in un’intervista a Repubblica che esiste il rischio di infiltrazioni per opera di gruppi violenti, in arrivo anche dall’estero. E subito le sinistre lo accusano di essere un provocatore. Anzi di alimentare niente meno che la strategia della tensione.
Anche gli assalti alle sedi della Cisl e l’occupazione della sede padovana della Confindustria vengono addossati a misteriosi gruppi fascisti. Quando si scopre che sono imprese di gruppi antagonisti dell’estrema sinistra, l’opinione prevalente nell’arcipelago rosso non cambia. Persino il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, dopo aver rischiato di morire per il fumogeno che l’ha colpito a Torino, pronuncia giudizi che mi lasciano interdetto. Soprattutto perché le accuse contro di lui e il suo sindacato sono le stesse che sessant’anni fa venivano rivolte a Fanin.
SecondoRepubblica del 13 ottobre, Bonanni parla di «squadracce fasciste». Lo stesso giorno, sul Sole 24 Ore, il suo giudizio è riferito così: «Sono squadracce che si muovono con stile da fascisti. Il colore di cui vogliono tingersi è rosso. Ma è un rosso che porta al nero e alla simbologia fascista». Parole che fanno a pugni con quanto si era già scoperto. Il fumogeno portava il timbro del Centro sociale torinese Askatasuna. L’assalto alla sede nazionale della Cisl era stato compiuto e rivendicato dal gruppo Action diritti in movimento. L’irruzione nella Confindustria padovana era opera del Centro sociale Pedro.
Questi e tanti altri centri sociali sono corsi a Roma per irrobustire l’adunata della Fiom. Quello torinese aveva pure ricevuto la visita militante di due dirigenti dei metalmeccanici Cgil: il nazionale Giorgio Cremaschi e Giacomo Divizia, della Fiom di Cuneo. Cremaschi aveva spiegato alla truppa di Askatasuna il motivo del raduno romano del 16 ottobre. Antonio Rossitto, di Panorama, l’ha raccontato così: «Stiamo andando verso un regime e non è il regime di Berlusconi. Il programma vero del Cavaliere lo sta realizzando Sergio Marchionne. Lui vuole il monopolio della lotta di classe. Ma per fortuna ci siamo noi. Dobbiamo far crescere il conflitto sociale».
In questo scontro, quale sarà il ruolo del Partito democratico? Neppure una seduta spiritica con Togliatti, Longo e Berlinguer sarebbe in grado di spiegarcelo. In piazza con la Fiom, Pigi Bersani non c’è andato. Ma ha detto ai suoi: chi vuole ci vada. Doppiezza, prudenza, mossa obbligata? Vai a saperlo. Per il resto, c’è nebbia fitta sulla strategia democratica. Attenti a non mangiarvi da soli, signori del Pd. Il cannibalismo è un pessimo vizio. I cimiteri della politica sono pieni di partiti che si sono uccisi senza l’aiuto di nessuno.

lundi, octobre 11, 2010

BENEDETTO XVI/ Il Papa: “I capitali anonimi un pericolo per l’umanità”

Il Sussidiario.net :: BENEDETTO XVI/ Il Papa: “I capitali anonimi un pericolo per l’umanità”
BENEDETTO XVI/ Il Papa: “I capitali anonimi un pericolo per l’umanità”

lunedì 11 ottobre 2010          http://www.ilsussidiario.net        

BENEDETTO XVI      FINANZA

Il Papa è intervenuto oggi aprendo a Roma il Sinodo sul Medio Oriente. Il suo discorso ha toccato diversi temi, tra cui quello della finanza. In particolare, Benedetto XVI ha voluto denunciare il capitalismo finanziario senza controlli: “I capitali anonimi potere distruttore che minaccia il mondo” ha detto.
Li ha poi definiti “una delle grandi potenze della nostra storia. I capitali anonimi pongono l'uomo in schiavitù essi non sono più cose dell'uomo sono invece un potere anonimo al servizio del quale gli uomini si mettono, e per il quale soffrono e muoiono”. Una critica forte a certo capitalismo selvaggio, “un potere distruttore che minaccia il mondo”. Un falso idolo, come anche, ha continuato Papa Ratzinger, “il potere delle ideologie terroristiche che dicono di agire a nome di Dio; ma non è Dio; sono false divinità che devono essere smascherate perché non sono Dio”.
E ancoa: “La droga, questo potere che come una bestia vorace mette le mani sulla terra e la distrugge” e “il modo di vivere propagato dall'opinione pubblica di oggi, in cui valori come la castità non contano più o il matrimonio non conta più”. Dunque: finanza, droga, terrorismo e libertinaggio. “Siamo - ha detto Benedetto XVI - in una lotta contro questo falsi dei che distruggono il mondo”. Occorre “il sangue dei martiri, il dolore del grido della Madre Chiesa che fa cadere, che trasforma il mondo... che non assorbe i falsi idoli”.

mardi, octobre 05, 2010

Oggi nasce Fli, ma Fini tramava già due anni fa

Il Giornale - Oggi nasce Fli, ma Fini tramava già due anni fa
Oggi nasce Fli, ma Fini tramava già due anni fa
di Gian Maria De Francesco  ilgiornale.it   20101005
L'ideologo del Fli, Alessandro Campi, ammette in tv che il leader gioca per sè dal 2008. Poi invita Gianfranco Fini alla svolta: "Assuma la guida del nuovo partito, lasciando la presidenza della Camera". Oggi il via al comitato promotore. Finiani, centristi e Pd preparano il ribaltone

Roma - «Nel momento in cui Fi­ni dovesse assumere - e dovrà farlo prima o poi - la guida di questo partito, esso funzione­rà se ci sarà un’offerta politica nuova che concretizzi il lavoro di questi due anni di Fini, altri­menti sarebbe un altro partiti­no di destra». Il virgolettato non appartie­ne a un editoriale del Giornale , ma ad Alessandro Campi, di­rettore scientifico di Farefutu­ro , uno degli strateghi più ascoltati dal presidente della Camera. Ieri mattina a Omni­bus su La7, però, lo storico ha nei fatti rivelato quanto il Gior­nale sostiene da più di un an­no ( nonostante i puntigliosi di­ni­eghi degli aficionados futuri­sti): Gianfranco Fini sta lavo­rando «per conto proprio» dal 2008, ossia ben prima della na­scita del Pdl. Non è stata, quindi, l’«in­compatibilità »proclamata dal­l­’ufficio di presidenza del 29 lu­glio a mettere in moto la mac­china. Il progetto-Fli era pree­sistente e ha avuto il momento di svolta dopo l’insperata vitto­ria delle Regionali, quando Fi­ni ha compreso che non avreb­be potuto mettere in atto il gol­pe contro Berlusconi. Ora que­sto «lavoro» va «concretizza­to »scendendo nell’agone poli­tico e abbandonando lo scran­no più alto di Montecitorio. Campi lo ha spiegato bene. «Dovendo metterci la faccia, dovendo impegnarsi a parlare al suo elettorato potenziale, la presidenza della Camera lo vincolerebbe alla scelta dei te­mi, delle parole e dei toni, men­tre lasciando la presidenza ac­quisterebbe una libertà di ma­n­ovra diversa che sarebbe fun­zionale al suo ritorno alla poli­tica attiva». Un ragionamento svolto con candore e nitidezza ancor maggiori di quelli mo­strati nel recente colloquio col Foglio . È chiaro, in quest’ottica, co­me sia giunto il momento di co­gliere i frutti di due anni di smarcamenti e di logoramen­to del governo. Ma la raccolta si potrà fare con il leader in pri­ma linea e senza deleghe ai bri­gadieri Bocchino, Granata & C. Non c’è altrettanta traspa­renza su tempi e dinamica del­le dimissioni. Oggi a mezzo­giorno nasce il nuovo partito con la riunione del comitato promotore di Futuro e libertà, ma per Campi è solo «un prelu­dio » e comunque non avverrà «in tempi brevissimi».

Il diret­tore di FareFuturo sembra fa­vorevole al traccheggiamento per non dar l’impressione che la rinuncia sia legata alle in­chieste giornalistiche scari­cando le colpe su «Tulliani­no ». «Fini ha un cognato che sarebbe preferibile nessuno di noi avesse», ha aggiunto. Il «falco» Fabio Granata ha idee ancor più bellicose: il pie­de in due scarpe non rappre­senterebbe un vulnus . «Fini ­ha dichiarato - non dovrebbe dimettersi» perché «sia Casini che Bertinotti erano presiden­ti della Camera e leader dei lo­ro partiti». La tabella di marcia è diversa da quella di Campi. «Se la situazione dovesse preci­pitare, allora Fini valuterà in campagna elettorale se guida­re in prima persona il partito, che sarà un movimento legge­ro, una sorta di “lista Fini”». La situazione politica è trop­po magmatica per stabilire quale opzione (dimissioni o permanenza) sia più attendibi­le. E sia Campi che Granata, al­meno a parole, hanno definito «poco praticabile» l’ipotesi, ri­lanciata da Bocchino, del go­verno tecnico per cambiare la legge elettorale. Entrambi, pe­rò, hanno ribadito che la lealtà andrà verificata sul campo. Gli esordi non promettono nulla di buono: il processo breve non passerà e le «tre settima­ne » indicate da Maroni per ve­rificare la tenuta della maggio­ranza sono una «forzatura». Un dato, però, è certo: i finia­ni continueranno a cavalcare l’antiberlusconismo d’antan e a ricattare il premier su tutto.

Ad esempio, Campi si è espres­so in termini quasi dipietre­schi definendo «patologia del­la democrazia» l’insediamen­to dell’ex manager Paolo Ro­mani al ministero dello Svilup­po. Mentre sull’eventuale staf­fetta Fini-Lupi alla presidenza della Camera, ha specificato che «non sarà facile per Berlu­sconi metterci il Martusciello o il Romani di turno, metterci il fedelissimo di provenienza Mediaset», ha argomentato in­terloquendo col direttore del Giornale Sallusti e sottolinean­do che «se Fini dovesse svinco­­larsi, rischia di diventare un pe­ricolo ancor più grande».


lundi, octobre 04, 2010

No taxation without translation !

No taxation without translation !

DI Jean Quatremere   20101003   Coulisses de Bruxelles / Liberation.fr


No taxation without translation !

20100224 Berlaymont Un porte-parole anglophone du commissaire européen chargé de la culture à peine capable de bafouiller quelques mots dans une autre langue que l’anglais pour annoncer la journée européenne des…langues qui a eu lieu le 26 septembre. Ce serait amusant si cela ne traduisait une réalité inquiétante pour l’avenir de l’Union : l’anglais est désormais la langue unique, ou presque, des institutions communautaires. Ainsi, en 2010, selon des chiffres obtenus par mes collègues d’Europolitique, l’anglais est la « langue source » de 75 % des documents rédigés par la commission, contre 8,32 % pour le français et 2,74 % pour l’allemand. Bien sûr, les documents définitifs seront, un jour ou l’autre, plutôt l’autre d’ailleurs, traduits dans les autres idiomes de l’Union, et notamment en allemand et en français, les deux autres langues de travail de la Commission. Mais, désormais, presque tout le travail préparatoire s’effectue en anglais ce qui oriente évidemment le fond des textes.

L’essor de l’anglais, qui a ramené toutes les autres langues de l’Union au rang de langues tribales, a été extrêmement rapide. Il a commencé avec l’élargissement aux pays nordiques, en 1995 (et non avec l’adhésion de la Grande-Bretagne et de l’Irlande en 1973, ces deux pays ayant toujours respecté les accords Pompidou-Heath et envoyé à Bruxelles des diplomates et fonctionnaires parlant français). En 1997, l’anglais passe devant le français comme langue source des documents (c’est-à-dire comme langue d’origine), avec 45 % contre 41 % pour le français et 5 % pour l’allemand. La part d’utilisation du français s’est ensuite littéralement effondrée : 32 % en 2000, 26 % en 2004, 12 % en 2008. Avec moins de 10 %, la langue française n’est désormais plus qu’une langue anecdotique au sein de la Commission. Cette tendance, même si je n’ai pas de chiffre aussi précis à ma disposition, est à peu près la même au sein du Conseil des ministres et au Parlement européen. Cette domination a ses aspects ridicules: outre tous les sites internets dotés d'un nom anglais, certaines directions générales, pour faire moderne, changent de nom. Ainsi, la DG "transport" est devenue "move". Si, si...

La responsabilité de cette hégémonie de l’anglais est en grande partie imputable aux Français, mais aussi aux pays européens qui revendiquent un statut pour leur langue. Ainsi, les élites françaises, lorsqu’elles sont à Bruxelles, abdiquent leur langue sans aucun problème, à l’image d’un Pascal Lamy qui, lorsqu’il était commissaire au commerce (99-2004), a privilégié l’utilisation de l’anglais au sein de sa direction générale. De même, Christine Lagarde, la ministre des Finances, ne s’exprime qu’en anglais lorsqu’elle siège au sein de l’Eurogroupe ou du conseil des ministres des Finances, à la consternation de la Belgique et du Luxembourg. Mais c'est aussi vrai des fonctionnaires français qui sont tellement habitués à ce qu'on leur renvoie leur arrogance supposée au visage qu'ils n'osent plus parler français voire penser en français. Un dirigeant d’entreprise français m’a ainsi raconté que, la semaine dernière, il a assisté à une conférence donnée par un fonctionnaire français de la Commission. À sa grande surprise, il a constaté que ses notes préparatoires étaient en anglais… Bref, Bruxelles, c'est la Grande-Bretagne, désormais!

Les Allemands ont beaucoup fait pour couler l’usage du français : faute de pouvoir imposer leur langue, ils ont privilégié l’anglais partout où ils le pouvaient. Ainsi, l'actuel secrétaire général du Parlement européen, un Allemand,a supprimé la signalétique en français des écrans, y compris à Strasbourg, pour ne laisser subsister que l’anglais, comme si la seule vue du français le rendait malade. L’intervention du gouvernement français a permis de revenir au statu quo ante.

Une logique pour le moins étrange : couler le français va-t-il sauver la langue allemande ? On la retrouve pourtant chez les Italiens ou les Espagnols, comme si l’anglais était une langue neutre et moins « arrogante » que le français. Sur ce point, un des mes collègues d’Afrique du Nord vient de m’en raconter une bien bonne : appelant un des conseillers (anglais, bien sûr) de Lady Ashton il y a quelques jours, il lui demande effrontément s’il parle français. Réponse : « non, nous sommes Anglais et nous parlons anglais ».

Cette domination de l’anglais est très loin d’être neutre. Comme j’ai souvent eu l’occasion de le dire, une langue, c’est un moyen de communiquer (argument de ceux qui défendent l’anglais langue unique), mais aussi de transmettre un système de valeurs. Vous ne verrez par exemple jamais un Américain accepter de négocier dans une autre langue que la sienne, à la différence d’un Français toujours prompt à complaire. En anglais, libéralisme, concurrence, administration, État, réglementation, gouvernement, élargissement ou OGM, par exemple, n’ont absolument pas la même connotation qu’en français (je parle pour ma langue). Est-ce un hasard si l’Union s’est lancée à corps perdu dans « l’ultra libéralisme », pour reprendre ce mot que je n’aime guère, au moment où l’anglais devenait dominateur ? Essayer de parler du rôle de l’État à un fonctionnaire européen (même Français) est parfois délicat, ses modes de pensées n’étant plus ceux de son pays d’origine, d’où une incompréhension grandissante entre les fonctionnaires européens « hors sol » et les États membres. Un autre exemple : la direction générale élargissement, qui ne travaille qu’en anglais et depuis longtemps, est curieusement aussi favorable à un élargissement sans fin que la Grande-Bretagne qui cherche la dilution de l’Europe…

On voit les risques : l’Union n’est pas une organisation internationale classique, car elle a une vocation fédérale. Or, l’on ne peut diriger un tel ensemble dans une langue, et donc un système de pensée, étrangère à la quasi-totalité de ses peuples (sinon cela porte un nom, le colonialisme). Il faut que les citoyens puissent se retrouver dans les textes qui sont adoptés à Bruxelles, ce qui devient de moins en moins le cas.

La langue unique a d’ores et déjà engendré une « pensée unique européenne » — critiquer à Bruxelles les marchés où de remettre en cause certains aspects de l’économie de marché, ou encore l’élargissement, par exemple, vous vaudra la bastonnade. Ce qui ne peut qu’éloigner d’elle les citoyens dont elle prétend faire le bien. Je ne peux m’empêcher d’établir un lien entre le monolinguisme qui règne désormais à Bruxelles, la pensée unique européenne et la montée de l’euroscepticisme.

Bref, ne pas vouloir voir le problème de cet unilinguisme forcené, c’est prendre le risque de saper les bases multiculturelles du projet européen. Comme le disait récemment un de mes collègues italiens en rigolant, « no taxation without translation » !


dimanche, octobre 03, 2010

ECCO LA MAIL CHE INCASTRA TULLIANI

ECCO LA MAIL CHE INCASTRA TULLIANI
ECCO LA MAIL CHE INCASTRA TULLIANI
 di Valter Lavitola  avanti.it  Sabato 02 Ottobre 2010 10:21

Ha ragione l’Espresso: è stato il fuoco amico a indurre in errore Italo Bocchino (i DUE sono in buona fede, abituati a produrre “patacche” come la notizia di Renato Schifani indagato, sono portati a pensare che tutti facciano come loro).Insomma, sono la stupidità, l’invidia, e la pochezza d’animo - proprie degli stupidi che occupano ruoli più grandi di loro - la causa del suddetto errore. Per quanto mi riguarda, non mi sognerei di produrre un fuoco amico uguale e contrario. È una questione di stile. Messo da parte lo sfogo, veniamo ai fatti, così da capire chi realmente bluffa. A fine gennaio di quest’anno, l’Avanti! avvia l’inchiesta (da qui in avanti la definiremo “madre”) pubblicata sugli ultimi due numeri del quotidiano. È un’inchiesta che nasce dalla segnalazione di un mio amico personale (non un giornalista). Mi fa una confidenza. Mi rivela che in una grande città del nord del Brasile, della quale è consigliere comunale (e non faccio il nome né suo né della città in questione perché lì non si scherza), alcuni imprenditori - tra cui un napoletano - hanno comprato una grossa area agricola immediatamente trasformata dal Comune in terreno edificabile. Per questo avrebbero pagato una tangente enorme (come è stato appunto esposto sull’Avanti!). Seguendo questa pista, uno dei nostri collaboratori arriva a Santa Lucia. Qui, in due diverse banche, sono stati versati in contanti 60 milioni di euro. Inizia a raccogliere documenti sulla questione. È facile immaginare che cercando documenti su una connection parzialmente italiana ci si imbatta in altre questioni italiane, soprattutto chi vuole dimostrare di essere efficace come giornalista.A inizio giugno analizziamo le prime carte provenienti da Santa Lucia. Poco prima di ferragosto, mi raggiunge il collega che si occupa di Santa Lucia e Costa Rica. Mi evidenzia che tra la nuova documentazione acquisita vi sono alcuni documenti che riguardano la vicenda Fini-Tulliani. Anche lui, come il resto del mondo, ha visto su internet che sta riempiendo le pagine dei giornali. Mi manda una copia della documentazione via e-mail. È importante. Anzi, importantissima.Ora: se avessi voluto fare killeraggio o sensazionalismo, avrei pubblicato già allora, senza verificare ulteriormente i documenti. Invece no. Abbiamo scrupolosamente continuato a fare verifiche. Nel frattempo, un freelance guatemalteco, in viaggio di turismo a Santa Lucia, conosce una ragazza di colore. Gli racconta di essere stressata: è sotto pressione poiché sta lavorando in un equipe che sta indagando su alcune società collegate a uno scandalo che coinvolge politici italiani ad altissimo livello. Lui chiede a lei una copia delle carte in suo possesso e la ragazza, senza grosse difficoltà, gliela fornisce. Per intenderci bene: non mi risulta che sia stato pagato alcuna ricompensa. È soltanto bravo e fortunato il collega che, grazie a una cena in un posto elegante con una bella ragazza, riesce a ottenere il materiale per uno scoop.Questo freelance prova a vendere il documento, non ci riesce, non so precisamente a chi lo offre. So però che arriva a un altro collega, Antonio Torres, che lo acquista personalmente per poche centinaia di dollari (così almeno dice a me). Il principale quotidiano di Santo Domingo, El Nacional, ha pubblicato la notizia ma non il documento. È stato lui a consentire a El Nacional lo scoop. Aveva dunque ragione a fare l’investimento: ha guadagnato fama, valore della sua firma e anche un discreto contratto con l’Avanti! Svelato il primo mistero.Secondo mistero. Arrivo a Torres semplicemente, lo cerco al telefono dopo che aveva pubblicato il documento. Gli chiedo se ha un contratto in esclusiva e se è interessato a una collaborazione. Mi dà l’ok. Antonio si aggiunge a un gruppo di giornalisti che lavoravano assieme a me all’inchiesta madre. Ci incontriamo pochi giorni dopo. Mi accorgo di avere a che fare con un collega brillante, non un velinaro come è stato definito. Mi è stato chiesto come ho pagato le spese. È semplice: ho investito finora poco più di 30 mila euro, ho recuperato tra le tre e le cinque mila copie al giorno (circa 4 mila euro per 25 giorni). L’esperienza mi porta a contare su una fidelizzazione di almeno il 25 per cento di questi lettori. Chiarito anche il secondo mistero.Terzo mistero. Come faccio ad essere “più veloce della CNN”? Uso il cervello. Il 24 settembre 2010 il ministro L. Rudolph Francis consegna alla stampa un breve comunicato. Si capisce che a Santa Lucia sono nelle fasi conclusive dell’indagine tesa a fare luce sulla questione Timara e Printemps. La mia fonte sull’isola mi dice addirittura che l’inchiesta è di fatto chiusa. Tant’è che il ministro avrebbe avuto notizia della imminente consegna delle conclusioni. Perciò avrebbe convocato una conferenza stampa, poi trasformatasi nella sola lettura di un breve comunicato. Io sono subito partito per il centro America. Giunto a Santo Domingo, mi raggiunge la notizia che il ministro ha convocato una conferenza stampa. Pochi minuti dopo mi viene detto che è soltanto per la stampa locale, ma che certamente avrebbe parlato anche con la stampa italiana presente in forze. Pur di esserci chiedo ad un mio amico, un facoltoso imprenditore la possibilità di prestarmi il suo aereo. Era l’unico modo per arrivare in breve a Santa Lucia. L’aereo, a differenza di quanto è stato scritto, non è del sig. Pignero, né di alcun ministro o ex ministro. È della società di aereotaxi DOM ALIVE. Tra i clienti titolari di pacchetti ore volo sembra vi siano anche il sig. Pignero alcuni ministri ed ex ministri, nonché il mio amico Rogelio Oruna, che ha contribuito al nostro scoop con circa 4 ore volo regalatemi. Ho detto al collega Corrado Formigli di Annozero che ero arrivato con un volo di linea in quanto (i fatti dimostrano che avevo ragione) non volevo alimentare ulteriori leggende. Non sapevo fosse un peccato mortale farsi prestare da un amico un aereo per 4 ore. In ogni caso, mi scuso per la piccola bugia, anzi minuscola. Chiarito il terzo mistero. Quarto mistero. Perché il governo di Santa Lucia fa l’indagine sulle due società Timara e Printemps? Mi viene spiegato in modo semplice da una bravissima collega di Santa Lucia: se un paradiso fiscale non esce dalla lista nera dell’OCSE, le sue società valgono quasi nulla. Infatti, chi acquista una società in un paradiso fiscale lo fa o perché deve riciclare dei soldi, oppure ha necessità di metterli da parte lontano da occhi indiscreti o ancora deve intestare un immobile o anche scaricare dei costi da società nostrane. Ebbene, se le società sono di un Paese inserito nella lista nera, attirano l’attenzione delle forse dell’ordine. Insomma: se si vogliono vendere delle società, e incassare i diritti annuali, bisogna avere un prodotto che l’utente può utilizzare. Elemento essenziale per uscire dalla lista nera è dimostrare con azioni concrete la volontà di assicurare la segretezza solo alle operazioni che non sono in odore di malaffare. Walfenzeo (come gli impongono le norme anti corruzione), nel momento in cui si accorge che il suo cliente è un soggetto “politicamente sensibile”, attiva le verifiche di rito. Infatti, quando bussa alla porta di un gestore di società anonime una persona interessata a farla gestire fiduciariamente, tra le altre cose il gestore deve dichiarare se il suo cliente è un soggetto politicamente sensibile. È una qualifica, questa, che si attribuisce anche a ex politici e a parenti e collaboratori di politici. La mail che oggi pubblichiamo in prima pagina si riferisce esattamente a questo. Chiarito quarto mistero. Quinto mistero. Faccio anticamera assieme agli altri colleghi prima della conferenza stampa del ministro Francis (ho il video e l’audio registrato). Quindi non arrivo a conferenza stampa iniziata, come falsamente ha riportato qualche giornale. Prima di me alcuni colleghi pongono delle domande al ministro. Il monumentale addetto stampa scrive nomi sul foglietto e li mostra al ministro. Questo risponde alla gran parte delle questioni quasi sempre con un sorriso. Quando viene il mio turno, si verifica la stessa, identica procedura. Alla mia domanda sulla mail (ovvero: se fosse uno degli elementi essenziali dell’inchiesta) il ministro mi ha risposto con un no-comment. Chiarito quinto mistero.Alla fine della conferenza stampa vado via rapidamente. Avevo organizzato una riunione con i “miei” per fare il punto. I colleghi presenti mi chiedono di aiutarli a capire. Anzi, dicono che non sarei corretto a chiudermi a riccio, in quanto erano lì da giorni e volevano capirci di più. Francamente: mi sono sembrati anche loro stanchi e stressati. Sono convinto che l’etica professionale imponga collaborazione tra i colleghi. Quindi, senza indugio, accetto di vedermi con loro alla fine della riunione. Dico loro quanto posso dire. Il collega di Annozero mi chiede di fare qualche ripresa. Non penso certo che si tratti di un lungo servizio presentato come intervista, altrimenti presterei più attenzione. E poi la stanchezza inizia a farsi sentire: non dormo da 48 ore e fa un caldo terribile. Ma ognuno si regola come preferisce e risponde alla propria coscienza. Col senno di poi, l’unica cosa che mi è spiaciuto è che, con un taglio sapiente, mi sia stato fatto dire che l’inchiesta su Tulliani è iniziata a giugno. Come la curiosità morbosa che si è concentrata sull’incontro che ho avuto con Berlusconi venerdì 24 settembre. Domande del tipo: voleva nasconde l’incontro? O sulla macchina a vetri oscurati. Ma io non avevo e non ho nulla da nascondere. Sono sicuro che il Presidente è un amico, e che mi vuole bene. Era preoccupato del fatto che mi stessi infilando in qualche pasticcio. Voleva sapere la ragione per la quale Bocchino mi aveva tirato in ballo e se realmente “c’azzeccavo” con il confezionamento della “pseudo patacca”. Mi sono trattenuto una decina di minuti e poi sono andato a casa mia. Ancora: molti mi chiedono cosa c’entrino Laboccetta e Corallo in tutta questa storia. Non li conosco. Ma credo che siano stati loro a suggerire di affidarsi a Wolfenzao, che si è dimostrato un professionista scrupoloso ed onesto. Corallo a Santa Lucia è di casa, non mi risulta altrettanto di Laboccetta. Non mi risulta neppure che Corallo sia un poco di buono, come qualcuno ha detto o scritto.Per chiudere: non ho pubblicato finora i documenti solo perché ho dato la mia parola alla fonte di Santa Lucia che non avrei pubblicato nulla prima della chiusura dell’indagine da parte delle autorità locali. Lui, la fonte, mi dice da giorni che l’indagine è chiusa. Il Ministro lo ha smentito. Dopo il servizio su Annozero, è l’articolo dedicatomi dall’Espresso, mi sono consigliato ieri con il mio amico e collega Sergio De Gregorio, il quale è ancora uno dei migliori giornalisti di inchiesta che conosco. Per prima cosa mi ha chiesto se sul serio avevo in mano i documenti. Alla mia risposta affermativa, mi ha detto di pubblicarli al più presto, così da non fornire impressioni che stessi temporeggiando per chissà quali scopi. Non ha neppure escluso che l’autorità giudiziaria potesse sequestrarmeli i documenti. Alle quattro di pomeriggio di ieri ho iniziato a lavorarci.