samedi, septembre 14, 2013

"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...

"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...
La Boccassini attacca a testa bassa i suoi colleghi: "Ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro". E ancora: "Provo disagio quando la gente inneggia ai pm". Che dire del suo fervore antiberlusconiano?
Andrea Indini - Sab, 14/09/2013 - 11:00   ilgiornale.it

Sempre sulla cresta dell'onda, sempre alla ribalta dei tiggì e giornali. A poche settimane dalla condanna monstre di Silvio Berlusconi per il Rubygate, il pm Ilda Boccassini va all'attacco dei suoi colleghi, i giudici.

Una sparata senza precedenti contro le toghe politicizzate, contro quella branca della magistratura che ha usato le aule di tribunale per spiccare il volo in parlamento. A Ilda la Rossa, che la politica l'ha sempre fatta direttamente nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Milano, proprio non vanno giù i vari Antonio Di Pietro, Luigi De Magistris e Antonio Ingroia che, negli ultimi anni, hanno amaramente tentato di accaparrarsi una poltrona."Non è una patologia della magistratura - ha spiegato la pm di Milano - ma ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro per altro".
Dai processi alla mafia infiltrata nel Nord Italia alla valanga giustizialista ribattezzata Tangentopoli, fino a quei sette anni inflitti al Cavaliere per il teorema montato ad arte suKarima el Mahroug, la Boccassini ha conquistato prime pagine sui quotidiani e lunghi servizi nei telegiornali nazionali spettacolarizzando il Rubygate con telefonate piccanti, scene di burlesque e gossip di seconda mano e trasformando il tribunale nella succursale di una rivista patinata. Ilda la Rossa, un po' per il colore dei capelli, un po' per la sua tenacia nell'attaccare Berlusconi. Che sia proprio lei a tirare le orecchie a quei magistrati che hanno usato le cause, che gli venivano affidate, per farsi strada nella politica. Non fa nomi. Li lascia aleggiare nell'aria. In occasione della presentazione del libro L'onere della toga di Lionello Mancini, ha duettato col direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli sul "ruolo eccessivo" di "supplenza" che, troppo spesso, le procure hanno assunto. "Se avessi avuto l’impressione di una patologia - ha garantito - avrei avuto la forza di tirami indietro". Il pm del processo Ruby ha riconosciuto che negli ultimi vent’anni c’è stato uno "scontro tra mass media, magistratura e politica". Uno stato di "conflittualità talmente alta" che, a suo giudizio, ha impedito lo svolgimento di una "riflessione" anche all’interno della categoria professionale. È mancata, è il ragionamento della Boccassina, una autocritica che la categoria avrebbe dovuto fare (e non ha fatto) dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ricordando gli anni di Tangentopoli e la sua esperienza nel team di Mani pulite, la Boccassini ha rivelato di aver "provato una cosa terribile" quando le capitò di assistere alla gente che inneggiava ai pm, scandendone i nomi. "La vivo come una situazione di disagio - ha spiegato - non è quello (l’approvazione della gente, ndr.) che mi deve spingere ad andare avanti, ma fare bene il mio mestiere""Anche se i nostri nomi posso essere usciti dieci volte in più sui giornali rispetto ai pm la cui storia è raccontata nel libro, io e Giuseppe Pignatone siamo persone normali", ha concluso la Boccassini rivolgendosi al procuratore di Roma, intervenuto anch’egli alla presentazione. "Siamo persone normali che, nella normalità, cercano di "affrontare l’invasione mediatica". In realtà, le campagne contro Berlusconi raccontano tutta un'altra Boccassini.

jeudi, septembre 12, 2013

Ecco la prova: i giudici fanno politica

Ecco la prova: i giudici fanno politica
Lo studio di due ricercatori svela: i magistrati di sinistra indagano di più la destraEcco la prova: i giudici fanno politicail caso La persecuzione degli avversari rilevata in un saggio scientifico
Luca Fazzo   - ilgiornale.it     12/09/2013 - 08:00

Alla fine, la questione può essere riassunta così, un po' cinicamente: ma d'altronde il convegno si tiene nella terra del Machiavelli. «Chiunque di noi fa preferenze. Se può scegliere se indagare su un nemico o su un amico, indaga sul nemico. È l'istinto umano. E vale anche in politologia». Parola di Andrea Ceron, ricercatore alla facoltà di Scienze politiche di Milano. Che insieme al collega Marco Mainenti si è messo di buzzo buono a cercare risposte scientifiche a una domanda che si trascina da decenni: ma è vero che in Italia i giudici indagano in base alle loro preferenze politiche? La risposta Ceron e Mainenti la daranno oggi a Firenze, presentando il loro paper - anticipato ieri dal Foglio - in occasione del convengo annuale della Società italiana di Scienza politica. È una risposta basata su tabelle un po' difficili da capire, modelli matematici, eccetera. Ma la risposta è chiara: sì, è vero. La magistratura italiana è una magistratura politicizzata, le cui scelte sono condizionate dalle convinzioni politiche dei magistrati. I pm di sinistra preferiscono indagare sui politici di destra. I pm di destra chiudono un occhio quando di mezzo ci sono i loro referenti politici. Una tragedia o la conferma scientifica dell'esistenza dell'acqua calda? Forse tutte e due le cose insieme.
Ventidue pagine, rigorosamente scritte in inglese, intitolate «Toga Party: the political basis of judicial investigations against MPs in Italy, 1983-2013». Dove MPs è l'acronimo internazionale per «membri del Parlamento». I politici, la casta, quelli che da un capo all'altro della terra devono fare i conti con le attenzioni della magistratura. Racconta Ceron: «Nei paesi dove i magistrati sono eletti dalla popolazione, come l'America o l'Australia, che si facciano condizionare dalla appartenenza politica è noto e quasi scontato. Ma cosa succede nei paesi, come l'Italia, dove in magistratura si entra per concorso e dove non c'è un controllo politico? Questa è la domanda da cui abbiamo preso le mosse».
Ricerca articolata su due hypothesis, come si fa tra scienziati empirici: 1) più l'orientamento politico di un giudice è lontano da quello di un partito, più il giudice è disposto a procedere contro quel partito; 2) i giudici sono più disponibili a indagare su un partito, quanto più i partiti rivali aumentano i loro seggi.

Come si fa a dare una risposta che non sia una chiacchiera da bar? Andando a prendere una per una le richiesta di autorizzazione a procedere inviate dalle procure di tutta Italia al Parlamento nel corso di trent'anni, prima, durante e dopo Mani Pulite; catalogando il partito di appartenenza dei destinatari. E andando a incrociare questo dato con l'andamento, negli stessi anni e negli stessi tribunali, delle elezioni per gli organi dirigenti dell'Associazione nazionale magistrati, l'organizzazione sindacale delle toghe, catalogandoli in base al successo delle correnti di sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia), di centro (Unicost) e di destra (Magistratura indipendente); e dividendo un po' bruscamente in «tribunali rossi» e in «tribunali blu». «Il responso è stato inequivocabile», dice Ceron. Ovvero, come si legge nel paper: «I risultati forniscono una forte prova dell'impatto delle preferenze dei giudici sulle indagini. I tribunali dove un numero più alto di giudici di sinistra appartengono a Md e all'Mg, tendono a indagare maggiormente sui partiti di destra. La politicizzazione funziona in entrambe le direzioni: un aumento di voti per le fazioni di destra fa scendere le richieste contro i partiti di destra».
I numeri sono quelli di una gigantesca retata: 1.256 richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di 1.399 parlamentari. Di queste, i due ricercatori hanno focalizzato quelle relative ai reati di corruzione e finanziamento illecito: 526, per 589 parlamentari. Fino al 1993, come è noto, l'autorizzazione serviva anche per aprire le indagini, oggi è necessaria solo per arrestare o intercettare.
Ma, secondo la richiesta di Ceron e Mainardi, non è cambiato nulla: almeno nella componente ideologica dell'accusa, che i due considerano scientificamente e platealmente dimostrata. Dietro due grandi alibi, che sono la mancanza di risorse e la presunta obbligatorietà dell'azione penale, di fatto vige la più ampia discrezionalità. È un pm quasi sempre ideologicamente schierato a scegliere su quale politico indagare. E quasi sempre dimentica di dimenticarsi le sue opinioni.

«L'analisi dei dati - spiega Ceron - dice che i comportamenti sono lievemente diversi tra giudici di sinistra e di destra: quelli di sinistra sono più attivi nell'indagare gli avversari, quelli di destra preferiscono risparmiare accuse ai politici del loro schieramento». Ma in ogni caso, di giustizia piegata all'ideologia e all'appartenenza politica si tratta. Unita ad un'altra costante, di cui pure qualche traccia si coglie a occhio nudo: fino a quando un partito è saldamente al potere, i pm sono cauti. Ma quando il suo potere traballa e si logora, allora si scatenano.

jeudi, août 29, 2013

La storia del patto indecente tra giornali e magistrati

La storia del patto indecente tra giornali e magistrati
Ecco perchè i giudici di Mani pulite si accanirono su Gardini e ignorarono De Benedetti
di Filippo Facci                           liberoquoditiano.it                                27/08/2013



Beh, è interessante che anche un signore come Piero Ostellino - un ex direttore del Corriere della Sera, insomma non il primo scemo che passa (...)
(...) - abbia messo nero su bianco quello che definisce «un pactum sceleris fra il mondo dell’informazione e la parte della magistratura interessata a sovvertire gli equilibri politici esistenti». Ostellino l’ha scritto ieri su Il Foglio e partiva essenzialmente dal periodo di Mani pulite, quando il patto, cioè, secondo lui, sarebbe stato più o meno questo: «Voi - dissero i media a magistrati - tenete fuori da Mani pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la responsabilità della corruzione alla politica». Partendo da questo, dice Ostellino arrivando così all’oggi, «si realizzò la trasformazione dell’Italia in un Paese nelle mani di una magistratura inquirente e di un sistema informativo che ignoravano l’Habeas corpus e istruivano processi e comminavano condanne sulle pagine dei giornali prima ancora che a farlo fossero i tribunali». Poi Ostellino parla di un patto dei direttori, ma per ora fermiamoci qui. 
Sommersi e salvati - Anche perché, messa così, dar torto a Ostellino è davvero difficile. Nella prima parte di Mani pulite, la parzialità della magistratura nei confronti di certi grandi imprenditori e proprietari di mass media (Agnelli e Romiti, De Benedetti, ma attenzione, da principio anche Berlusconi) è riscontrabile non tanto da singoli atti giudiziari bensì dalla loro assenza. Sulla Fiat e sulla responsabilità dei vertici (Agnelli ma soprattutto Romiti) c’è tutta una letteratura probatoria pubblicata e stra-pubblicata: «Sono stati i magistrati di Mani Pulite a suggerire a Romiti di scrivere la lettera-articolo sul Corriere della Sera nella quale il 24 aprile 1993 si rivolge agli industriali invitandoli a collaborare con i giudici»: questo, per esempio, lo si legge in «Storia segreta del capitalismo italiano» (Longanesi, prefazione di Ferruccio de Bortoli) tutti i cronisti dell’epoca restano convinti, a tutt’oggi, che fu questo a evitargli l’arresto: al pari di un discorso pro-giudici pronunciato da Agnelli il 17 aprile 1993 al Teatro la Fenice di Venezia. Dopodiché il procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, disse che «i legali della Fiat hanno espresso disponibilità a collaborare». Nei fatti, successivamente, a Romiti fu concesso di presentarsi come semplice teste e di produrre un semplice memorialetto difensivo: ciò che non fu assolutamente permesso, ad esempio, a un Raul Gardini. Romiti, per contro, non fu arrestato neppure quando si appurerà che proprio in quei giorni aveva fatto bruciare delle carte: «A Vaduz (Liechtenstein, ndr) dovevano scegliere chi doveva attribuirsi i fatti... hanno deciso di distruggere tutto il resto del conto Sacisa, in modo da dare ai magistrati qualche informazione per farla contenta e chiudere il conto con la Procura... ritengo che tutto ciò sia stato coordinato e disposto da Romiti, in quanto fu lo stesso Romiti che dette ordine in tal senso». Questo l’avrebbe messo a verbale un manager Fiat, Antonio Mosconi. Tuttavia la maggior parte dei giornali scrisse della deposizione di Romiti definendola «una svolta»: da far impallidire il filo-berlusconismo del Tg4. La Fiat, in ogni caso, fu messa sotto torchio, sì: ma anni dopo, e dalla magistratura di Torino. Così come fu la magistratura di Roma, sfuggevolmente, a mandare Carlo De Benedetti agli arresti domiciliari in data 30 novembre 1993. A Milano, invece, De Benedetti - proprietario del gruppo Repubblica-Espresso - si presentò in Procura una domenica, il 16 maggio, con un memoriale lunghissimo nel quale sosteneva che la sua Olivetti era stata sistematicamente concussa dalle Poste italiane. «De Benedetti», scriverà Di Pietro in un suo memoriale difensivo, «si presentò spontaneamente». E tutti a crederci. Non manca una certa letteratura anche un Silvio Berlusconi lasciato miracolosamente stare dai magistrati di Milano almeno fino alla fine del 1993 - quando, ricordiamo, i suoi telegiornali sostenevano Mani pulite a spada tratta - il che è stato ammesso e documentato anche dai suoi più feroci detrattori di oggi. Ma non è certo a Berlusconi che Ostellino si riferiva nel suo articolo.  
Poi c’è il discorso dei direttori di giornale e dei giornali, cioè, che appartenevano ai succitati imprenditori. Ai tempi, nel 1992, si mormorava che i direttori si telefonassero per concordare spazi e titoli comuni: un pool di vertice, in pratica. Si stupirono in molti, diversi anni dopo, quando Piero Sansonetti, condirettore de l’Unità nel 1992-1993, raccontò che era tutto vero: «Nel biennio 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore de l’Unità era Walter Veltroni, alla Stampa c’era Ezio Mauro, il caporedattore di Repubblica era Antonio Polito. 
Titoli concordati - Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di riferimento di tutti era Paolo Mieli». Paolo Mieli ed Ezio Mauro non hanno confermato, ma Antonio Polito sì:  «Le cose funzionavano pressoché come dice Sansonetti… il governo perse in pochi mesi una decina di ministri che si dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle nostre campagne di stampa. Abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme… Quella scelta di federarsi fra giornali non fu buona, non la rifarei. Ma lo dico oggi». 
In effetti stiamo parlando di roba di vent’anni fa. Che cos’è cambiato, da allora? Molte cose, compreso un diluvio di intercettazioni che ai tempi non c’era, e che oggi, troppo spesso, si accompagna a procedimenti che poi non reggono il vaglio dei processi. Quelli dei tribunali, almeno: i processi imbastiti sui giornali funzionano ora come allora.

Filippo Facci

lundi, août 19, 2013

La legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita

La legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita
Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della discrezionalità. E le toghe di Md si salvano 
Stefano Zurlo  Lun, 19/08/2013 - 07:35     ilgiornale.it
La legge è uguale per tutti. Ma non al tribunale dei giudici. Vincenzo Barbieri, toga disinvolta, viene inchiodato dalle intercettazioni telefoniche, ma le stesse intercettazioni vengono cestinate nel caso di Paolo Mancuso, nome storico di Magistratura democratica.
Eduardo Scardaccione, altro attivista di Md, la corrente di sinistra delle toghe italiane, se la cava anche se ha avuto la faccia tosta di inviare un pizzino al collega, prima dell'udienza, per sponsorizzare il titolare di una clinica. Assolto pure lui, mentre Domenico Iannelli, avvocato generale della Suprema corte, si vede condannare per aver semplicemente sollecitato una sentenza attesa da quasi sette anni.
Sarà un caso ma il tribunale disciplinare funziona così: spesso i giudici al di fuori delle logiche correntizie vengono incastrati senza pietà. Quelli che invece hanno un curriculum sfavillante, magari a sinistra, magari dentro Md, trovano una via d'uscita. Non solo. Quel che viene stabilito dalla Sezione disciplinare del Csm trova facilmente sponda nel grado superiore, alle Sezioni unite civili della Cassazione, scioglilingua chilometrico, come i titoli dei film di Lina Wertmüller, per indicare la più prestigiosa delle corti.
E proprio le Sezioni unite civili della Cassazione, nei mesi scorsi, hanno teorizzato il principio che sancisce la discrezionalità assoluta per i procedimenti disciplinari: se un magistrato viene punito e l'altro no, si salva anche se la mancanza è la stessa, pazienza. Il primo se ne dovrà fare una ragione. Testuale.
Così scrive l'autorevolissimo collegio guidato da Roberto Preden, dei Verdi, l'altra corrente di sinistra della magistratura italiana, e composto da eminenti giuristi come Renato Rordorf e Luigi Antonio Rovelli, di Md, e Antonio Segreto di Unicost, la corrente di maggioranza, teoricamente centrista ma spesso orientata a sua volta a sinistra.
A lamentarsi è Vincenzo Brancato, giudice di Lecce, incolpato per gravi ritardi nella stesura delle sentenze e di altri provvedimenti. La Cassazione l'ha condannato e le sezioni unite civili confermano ribadendo un principio choc: la legge non è uguale per tutti. O meglio, va bene per gli altri, ma non per i giudici. Un collega di Lecce, fa notare Brancato, ha avuto gli stessi addebiti ma alla fine è uscito indenne dal processo disciplinare. Come mai? È tutto in regola, replica il tribunale di secondo grado. «La contraddittorietà di motivazione - si legge nel verdetto del 25 gennaio 2013 - va colta solo all'interno della stessa sentenza e non dal raffronto fra vari provvedimenti, per quanto dello stesso giudice». Chiaro? Si può contestare il diverso trattamento solo se i due pesi e le due misure convivono dentro lo stesso verdetto. Altrimenti ci si deve rassegnare. E poiché Brancato e il collega più fortunato, valutato con mano leggera, sono protagonisti di due sentenze diverse, il caso è chiuso.
Senza se e senza ma: «Va ribadito il principio già espresso da queste sezioni unite secondo cui il ricorso avverso le pronunce della sezione disciplinare del Csm non può essere rivolto a conseguire un sindacato sui poteri discrezionali di detta sezione mediante la denuncia del vizio di eccesso di potere, attesa la natura giurisdizionale e non amministrativa di tali pronunce». Tante teste, tante sentenze. «Pertanto non può censurarsi il diverso metro di giudizio adottato dalla sezione disciplinare del Csm nel proprio procedimento rispetto ad altro, apparentemente identico, a carico di magistrato del medesimo ufficio giudiziario, assolto dalla stessa incolpazione». Tradotto: i magistrati, nelle loro pronunce, possono far pendere la bilancia dalla parte che vogliono.
Il principio è srotolato insieme a tutte le sue conseguenze e porta il timbro di giuristi autorevolissimi, fra i più titolati d'Italia.
È evidente che si tratta di una massima sconcertante che rischia di creare figli e figliastri. È, anche, sulla base di questo ragionamento che magistrati appartenenti alle correnti di sinistra, in particolare Md, così come le toghe legate alle corporazioni più strutturate, sono stati assolti mentre i loro colleghi senza reti di rapporti o di amicizie sono stati colpiti in modo inflessibile.
Peccato che questo meccanismo vada contro la Convenzione dei diritti dell'uomo: «L'articolo 14 vieta di trattare in modo differente, salvo giustificazione ragionevole e obiettiva, persone che si trovino in situazioni analoghe».
Per i giudici italiani, a quanto pare, questo criterio non è valido. Non solo. La stessa Cassazione, sezione Lavoro, afferma che la bilancia dev'essere perfettamente in equilibrio. Il caso è quello di due dipendenti Telecom che avevano usato il cellulare aziendale per conversazioni private. Il primo viene licenziato, il secondo no. E dunque quello che è stato spedito a casa si sente discriminato e fa causa. La Cassazione gli dà ragione: «In presenza del medesimo illecito disciplinare commesso da più dipendenti, la discrezionalità del datore di lavoro non può trasformarsi in arbitrio, con la conseguenza che è fatto obbligo al datore di lavoro di indicare le ragioni che lo inducono a ritenere grave il comportamento illecito di un dipendente, tanto da giustificare il licenziamento, mentre per altri dipendenti è applicata una sanzione diversa». Il metro dev'essere sempre lo stesso. Ma non per i magistrati, sudditi di un potere discrezionale che non è tenuto a spiegare le proprie scelte.
La regola funziona per i dipendenti Telecom, insomma, per i privati. Non per i magistrati e il loro apparato di potere. La legge è uguale per tutti ma non tutti i magistrati sono uguali davanti alla legge.


dimanche, août 04, 2013

Bufale criminali Tutti a credere che con la recessione e le difficoltà economiche aumentino i reati. Peccato che fatti e numeri dicano il contrario


Bufale criminali

Tutti a credere che con la recessione e le difficoltà economiche aumentino i reati. Peccato che fatti e numeri dicano il contrario

L’idea che povertà e ingiustizia sociale vadano a braccetto con un aumento della violenza e della criminalità dovrà essere dimenticata, e sepolta. Le prove empiriche e quelle statistiche hanno finora dimostrato che il mito sociologico “più crisi, più crimini” rappresenta un trabocchetto mentale che è stato più volte smentito dai fatti nel corso dei decenni; per quanto segua un ragionamento apparentemente logico. La realtà è però controintuitiva e più complessa di una semplice deduzione lineare di causa-effetto. Molti praticanti quotidiani del pensiero unico sono comunque tuttora restii ad ammettere questa verità, nonostante i numeri li smentiscano puntualmente. A cinque anni dall’inizio della crisi economica internazionale, si possono però ripercorrere le analisi del contropensiero, si possono analizzare le tendenze passate e paragonarle a quelle odierne, per scoprire infine che nulla è cambiato: i crimini diminuiscono nonostante la crisi. Punto.
Fu il Wall Street Journal a ribellarsi tra i primi alla bufala globale con un editoriale pubblicato nel 2010. All’epoca circa 7 milioni di disoccupati si aggiravano per le strade d’America, le file fuori dai discount erano all’ordine del giorno, e un numero più alto del solito di persone senza dimora si accampava nei parcheggi o investiva i propri (pochi) risparmi rimasti in una roulotte di ferro (e non in una casa di legno come quelle che erano garantite dalla bolla dei mutui subprime) per ridurre spese e consumi. Una situazione talmente deprimente, per com’era stata dipinta dai media, da apparire quasi postbellica. Eppure – notava il Wall Street Journal – la gente non si aggrediva, non si accoltellava a vicenda e non rubava nulla al prossimo in misura maggiore di prima. Non si è per niente avverata la profezia che scienziati sociali, criminologi vari e politici gridavano a squarciagola all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, allarmati per l’imminente ondata di crimini in arrivo. I crimini non stavano affatto crescendo, il tasso di criminalità continuava invece a scendere fino ad attestarsi ai livelli più bassi dai primi anni Sessanta, gli anni in cui il mondo occidentale ha sperimentato il “boom” economico della modernità.
E’ successo anche durante la Grande depressione del 1929. E lo stesso è accaduto nel 2009. Qualche esempio? Negli Stati Uniti, durante i primi sei mesi di quell’anno, gli omicidi sono scesi del 10 per cento, i crimini violenti del 4,4 e del 6,1 le aggressioni alla proprietà. E dove la disoccupazione era molto alta? Uguale. Contea di Los Angeles, anno 2009, disoccupazione al 12,3 per cento, omicidi in calo del 25. La statistica continua a dare sostegno a questa tesi “contrarian”. Anche nel resto del mondo occidentale.
E’ l’Economist ad avere messo in fila qualche altro numero più fresco cercando di dare una spiegazione al complesso fenomeno. I giornalisti del settimanale inglese hanno fatto come i detective sulle tracce di un delitto misterioso (“The curious case of the fall in crime”, era il titolo di copertina del numero uscito il 20 luglio), seguendo il flusso dei dati e cercando le più varie (e solide) motivazioni possibili. Prima i numeri.
Nei paesi del G7, il gruppo dei paesi considerati più ricchi del pianeta, dal 1995 al 2010 le rapine sono calate del 20 per cento, gli omicidi del 30, i furti d’auto del 60. Per di più il crollo si fa evidente a partire dal 2007, data d’inizio della recessione in diversi paesi d’Europa (come anche l’Italia). E’ utile guardare ancora alle statistiche fornite dall’Economist: “In America la caduta [dei reati] è cominciata nel 1991; in Gran Bretagna nel 1995, il tasso di omicidi ha seguito la stessa china dalla metà degli anni Duemila. In Francia i crimini contro la proprietà sono aumentati fino al 2001, ma da allora sono scesi di un terzo. Altri crimini stanno invece scomparendo. Nel 1997 in Inghilterra e Galles sono state rubate qualcosa come 400.000 automobili: nel 2012 sono state 86.000”, scrive l’Economist. C’è poi l’esempio paradigmatico dell’Estonia, dove – è una forzatura – più aumentano i disoccupati più sembrano diminuire i crimini. Il paese baltico è entrato in recessione nel 2009, una recessione che ha lasciato senza impiego il 19 per cento dei cittadini. I crimini nel paese dal passato sovietico sono però crollati “precipitosamente”, dice l’Economist, da ormai dieci anni.
Le spiegazioni sono diverse. Nessuna da trascurare. Bisogna partire dal periodo più critico per capire come e perché il fenomeno si è sgonfiato. Dal 1950 al 1980 si è registrato un aumento generalizzato della criminalità, il che va però considerato un’anomalia statistica e in quanto tale l’Economist la liquida di getto. In quei trent’anni si è registrata al contempo una diffusione capillare delle droghe e delle malattie mentali e fisiche ad esse connesse. Si parla in particolare di droghe ad altissima assuefazione e dipendenza: eroina e cocaina. Sebbene il consumo sia ancora un problema attuale, non si può parlare di una diffusione “epidemica” come accadeva tra gli anni Ottanta e i Novanta. La ricerca delle sostanze stupefacenti da parte di coloro che ne erano dipendenti portava una spirale di violenza. I “tossici” senza impiego assumevano cioè atteggiamenti predatori nei confronti del prossimo pur di procurarsi una dose quotidiana. Quell’esplosione vista negli anni Ottanta è stata in larga parte riassorbita. Ci sono paesi come l’Olanda, dove gli ex eroinomani vengono assistiti in centri specializzati con la somministrazione controllata di surrogati degli oppiacei quali il metadone. C’è chi tuttora fa uso di droghe ma finché se lo può permettere, usando il proprio guadagno personale senza ricorrere alle ruberie.
C’è poi la spiegazione demografica e riguarda in particolare l’urbanizzazione e la “civilizzazione” delle periferie. E’ la tesi sostenuta da George Kelling, un criminologo americano, secondo il quale perfino l’arredo urbano contribuisce ad allontanare o ad attirare il degrado civile. “Piccoli segni di scempio, come una finestra rotta, possono incoraggiare la criminalità, come accaduto ad esempio nel quartiere newyorchese di Harlem o nel quartiere “rosso” di Amsterdam”.
Fra le tante motivazioni utili a spiegare il curioso caso della caduta dei crimini, c’è poi quella del criminologo Jan van Dijk, docente della Tilburg University in Olanda. Secondo Van Dijk, i crimini calano perché esistono sempre più antifurti sofisticati e perché poi, a conti fatti, a fare i topi d’appartamento si corre un rischio troppo alto rispetto alla ricompensa. Dagli anni Cinquanta in poi, i cittadini benestanti dei paesi più ricchi hanno accumulato oggetti (televisioni, videoregistratori, auto, gioielli eccetera) ma in quegli anni ancora non c’erano sistemi di protezione efficaci. Con l’avanzare del tempo e i progressi della tecnologia,  rubare è diventato un “mestiere” sempre più difficile. Chi aveva accumulato ricchezze, a partire dalla metà degli anni Novanta si è potuto difendere a dovere. E così, ad esempio, negli ultimi vent’anni sono raddoppiate le case dotate di sistemi antifurto in Inghilterra. Peraltro le cose che si possono trovare da rubare in una casa stanno perdendo costantemente valore: un lettore Dvd è arrivato a costare circa 30 euro (vale la pena farsi beccare con un piede di porco tra gli infissi di una finestra per pochi spiccioli?). Ovviamente non si possono dimenticare il controllo di polizia sul territorio e l’effetto deterrenza dovuto alle pene comminate dalla giustizia.
Alcuni criminologi rifiutano però l’approccio marxista, in base al quale tutto ruota attorno alla condizione economica di una persona. Non avrebbe senso, dicono i più critici, accostare il denaro alla criminalità tout court perché allora dovremmo chiederci con esattezza quali aspetti della crisi agiscono su precisi aspetti della criminalità, tesi sostenuta dal criminologo italiano Francesco Bruno sul Riformista nel 2010. Altre sfaccettature riguardano invece la cultura e la psicologia.“Ormai gli scienziati sono concordi nel ritenere che stiamo vivendo in un mondo sempre più pacifico e progressivamente meno violento”, dice al Foglio Roberta Sacchi, psicologa e criminologa. Quindi indipendentemente dai periodi storici, più o meno lunghi di crisi. Questo andamento progressivamente decrescente del crimine e della violenza, in generale, è dovuto a due ordini di fattori. Il primo è di origine culturale: quanto più diffusa è la cultura nel mondo, tanto più la violenza diminuisce. Diminuiscono tutti i tipi di crimini: stupri, omicidi, violenza terroristica. Ma anche, per esempio, i genocidi. Il secondo fattore è più di natura geopolitica e attiene alla dottrina dell’Assured Mutual Destruction, secondo la quale a nessuno dei due contendenti conviene belligerare, perché in guerra non c’è nessuno che vince ma entrambi perdono”. Una strategia che prende le mosse dalla teoria degli equilibri di John Nash e che sembra applicabile anche agli individui. “Stimola quella che gli psicologi chiamano empatia: una violenza applicata sugli altri provocherebbe di rimbalzo una violenza su se stessi, sebbene non sia percepita in maniera razionale. E ciò agirebbe come deterrente”. Secondo l'ultimo rapporto Eures-Ansa, inoltre, l’Europa, che tra tutti i continenti è quello che sta vivendo il più forte periodo di crisi economica, è “un’isola felice”, dice Sacchi. “Quando valutiamo la forma di violenza più estrema, l’omicidio, paradossalmente sono i cosiddetti Paesi emergenti a registrare l’indice di rischio più forte”. Per tornare in Europa, l’Italia, nel 2012, non solo non vede aumentare il numero di omicidi ma anzi registra il numero più basso da oltre quarant’anni. “Curiosamente le ‘nazioni più violente’, sempre in termini di omicidi, sono l’Inghilterra e la Francia, due paesi che certamente non stanno soffrendo la crisi economica quanto noi”. “La diminuzione del numero di omicidi in Italia si riscontra nel centro e nel nord, le zone che sembrano soffrire maggiormente la crisi economica. Il sud fa eccezione, ma il dato rimane pressoché stabile dal momento che è legato alla criminalità organizzata”. “I dati del nord e del centro confermano non solo che non ci sarebbe nessuna correlazione tra crimini e crisi economica ma, se ci fermiamo solo agli omicidi, il dato viene addirittura sconfessato”, aggiunge la Sacchi. “L’unico elemento su cui vale la pena riflettere è l’accresciuta incidenza del numero di omicidi per furto e rapina, specialmente a carico di anziani e di persone che vivono da sole”.
Secondo un’indagine Istat, riassunta nel bollettino “Italia in cifre 2012”, gli omicidi sono calati da 627 nel 2007 a 526 nel 2010, con un trend simile per i tentati omicidi e gli omicidi colposi, rispettivamente in calo del 17 e del 13 per cento nell’arco dei tre anni. Le rapine agli sportelli bancari sono poi scese del 14 per cento nel 2012 rispetto al 2011 passando da 1.097 a 940, secondo il centro di ricerca dell’Associazione bancaria italiana (Abi). E’ diminuito anche il cosiddetto indice di rischio, e cioè i colpi realizzati ogni cento sportelli: l’indice è passato dal 3,3 a 2,8 per cento a fronte di un “bottino” nel complesso più magro, del 2,5 per cento (da 25 milioni di euro del 2011 a 24,5 milioni del 2012). E’ una tendenda che prosegue da almeno tre anni, anche in forza dei maggiori controlli di polizia e dei sistemi di vigilanza delle banche stesse (nel 2012, ad esempio, oltre il 40 per cento dei rapinatori sono stati individuati dalle telecamere di sorveglianza, dice sempre l’Abi). Solo di recente, almeno dalla fine del 2012, nella comunità scientifica italiana si discute sull’aumento recente dei crimini di strada e delle ruberie messo in luce anche dalla Banca d’Italia (secondo cui tra il 2008 e il 2009 la diminuzione del 10 per cento dell’attività economica ha prodotto – a livello locale – un incremento del 6 per cento dei furti, senza incidere però sulle rapine) e dal ministero dell’Interno con le parole dell’ex ministro Anna Maria Cancellieri (“Attraversiamo una fase molto complicata. Da un lato c’è un imbarbarimento dei costumi, un modo violento di agire, che porta poi a reazioni comportamentali conseguenti, c’è uno stato d’ansia diffuso anche tra le categorie più abbienti, c’è un’incertezza complessiva per il futuro. C’è inquietudine e smarrimento tra la gente”, disse Cancellieri già nel gennaio 2012 constatando un clima di pessimismo tra i cittadini). Qui, in Italia, le teorie accreditate a livello internazionale devono ancora confrontarsi in parte con la realtà, in attesa di una prova empirica che demolisca definitivamente il falso mito “più crisi, più crimini” o che lo rimetta in discussione. Il dibattito è aperto, ci sono resistenze nell’accettare una tesi non allarmistica. Non c’è concordia in particolare per via dell’allarme, più volte rilanciato dai media, in merito a un presunto aumento delle violenze domestiche, questione segnalata dalla criminologa Roberta Bruzzone sul Foglio del 3 novembre scorso. Alla prova dei fatti, però, anche questa convinzione vacilla: stando al rapporto Eures-Ansa, infatti, il tasso di omicidi in famiglia è diminuito (dal 35,4 per cento nel 2011 al 33,3 per cento nel 2012) con “un andamento complessivamente costante negli ultimi dieci anni”, dice il rapporto.
Secondo i sociologi e gli psicologi sociali, resta improbabile che durante un periodo di crisi economica – di per sé limitato nel tempo – si verifichino simili tendenze criminali generalizzate. Molto però dipende da quanto la condizione negativa si protrae. Al contrario è dimostrato che in occasione di eventi “traumatici” e prolungati, come per esempio le migrazioni, si riscontri un aumento della violenza e degli atti predatori. Va però valutata la condizione psicologica: “Quando l’individuo si trova di fronte ad un evento critico reagisce con una sequenza chiamata ‘Modello a cinque fasi di Kübler-Ross’. Nella prima fase il soggetto nega o rifiuta l’evento. Probabilmente è un meccanismo di difesa attraverso il quale il soggetto ‘prende tempo’ per capire e riorganizzarsi. Segue una fase della rabbia e della paura, generalmente intensa ma di breve durata, che può sfociare in atti violenti. Ma tendenzialmente la rabbia e la paura sono emozioni ‘positive’, nel senso che ci consentono di liberare le risorse psicologiche per escogitare una soluzione. Se così è, come è nella maggior parte dei casi, si entra nella fase del patteggiamento, in cui il soggetto comincia a verificare cosa è in grado di fare per uscire dalla situazione di crisi. Solo nel caso in cui la situazione di crisi perdura il soggetto può entrare nella fase depressiva, dove il senso di sconfitta prende il sopravvento. L’ultima fase è detta dell’accettazione. In questa fase i momenti di relazione e comunicazione con i familiari e, in generale, con l’ambiente prossimo, diventano molto intensi. Sappiamo che in Italia la famiglia ha costituito un paracadute economico alla crisi, facendo da ammortizzatore sociale”, conclude Sacchi.
Infine, non c’è dubbio che l’allarmismo abbia prodotto effetti deleteri nello sviluppo dei modi più efficaci per prevenire i crimini e affrontarli. Spiega sempre l’Economist che un atteggiamento punitivo ed eccessivamente coercitivo nei confronti dei criminali, soprattutto se accusati di reati minori, costituisce un costo crescente per la collettività (vista la spesa dello stato per il sistema carcerario) e genera il fenomeno della recidiva, per cui l’ex galeotto tenderà a commettere altri reati una volta in libertà perché è stato punito, e non riabilitato. Così come l’approccio alla criminalità, anche “l’attività di polizia può essere modificata, e in un periodo di austerity dovrà esserlo”, aggiunge il settimanale inglese. “Ora che i poliziotti non sono più troppo occupati a contrastare i ladri di macchine o i topi d’appartamento, possono concentrarsi sulla prevenzione”. E poi “le misure tradizionali non tendono a includere i crimini finanziari, come ad esempio le frodi sulle carte di credito e l’evasione fiscale, che, al contrario di omicidi e stupri, non eccitano la pubblica paura. Ma mentre la polizia si adatta all’èra tecnologica, è bene ricordare che anche i criminali stanno facendo lo stesso”.
La tendenza moderna dovrebbe essere quindi quella di prevenire i crimini, anche nel senso di prevederli, facendo uso delle nuove tecnologie per anticipare le decisioni dei delinquenti e fermare le loro azioni prima che si compiano (un po’ come racconta il film “Minority Report”, tratto dall’omonimo racconto di fantascienza di Philip K. Dick, in cui gli agenti sono impegnati nel contrastare i “precrimini”). Uno sviluppo possibile questo, nella moderna lotta alla delinquenza, che potrebbe rivelarsi più efficace delle pratiche tradizionali ormai superate dai fatti e aggredite dalle statistiche controcorrente.

Se Silvio è colpevole arrestateci tutti

Se Silvio è colpevole arrestateci tutti
Sbagliato contestare il reato di frode fiscale: con i criteri applicati al Cav qualsiasi partita Iva può essere condannata
Francesco Forte - Dom, 04/08/2013 - 10:30    ilgiornale.it
Coi criteri con cui Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale e all'interdizione dai pubblici uffici, potenzialmente tutti i contribuenti con partita Iva potrebbero essere condannati al carcere e privati del diritto a essere eletti.
Ma si tratta di una interpretazione erronea della legge penale tributaria del 10 marzo 2000 numero 74 approvata sotto il governo D'Alema con Oliviero Diliberto ministro della Giustizia e segretario dei Comunisti italiani. Questa legge non prevede come frode fiscale ciò per cui è stato condannato Berlusconi, eppure non si tratta certo d'una legge berlusconiana. L'articolo 2 considera la frode fiscale consistente nell'uso di fatture inesistenti.
Non è il caso dei diritti televisivi venduti a Mediaset da Frank Agrama, con fatture vere e prezzi realmente pagati. L'articolo 3 considera come frode fiscale l'evasione dell'imposta sul reddito o l'Iva da parte di chi «sulla base d'una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie ed avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l'accertamento indica, in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, elementi attivi per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi» quando l'imposta evasa è superiore a un certo ammontare. Il termine «mezzo fraudolento» indica un «artificio atto a trarre in inganno». Non è applicabile a una fattura che indica un prezzo effettivamente pagato, che risulta da una operazione commerciale palese con un soggetto vero. Né essa è «idonea a ostacolare l'accertamento» e non è neppure «fittizia», essendo vera, anche se forse «gonfiata».
Il reato infine riguarda chi effettua le dichiarazioni annuali, non gli azionisti, come Berlusconi a quell'epoca. Dunque, nei tre gradi di processo Berlusconi è stato condannato sulla base di tre interpretazioni analogiche: quella per cui una fattura è fraudolenta anche se è vera e palese solo perché ha un prezzo maggiore di quello di mercato, quella per cui essa è «una fattura fittizia», anche se è realmente pagata solo perché ad essa corrisponde un rimborso del venditore a un'altra società, che la mette a bilancio e - terzo - quella per cui il socio di controllo è responsabile delle dichiarazioni fiscali degli amministratori perché «non può non sapere».

Ma le leggi penali non possono essere interpretate analogicamente né sulla base di semplici presunzioni. Ciò è vietato dall'articolo 1 del codice penale e dal 14 delle pre leggi. Resta un mistero: l'articolo 12 della legge 2000 stabilisce che l'interdizione dai pubblici uffici può essere al massimo di 3 anni. Come mai per due gradi di giudizio ne sono stati comminati 5? Possibile che i magistrati abbiano letto la legge del 2000 che applicavano senza arrivare all'articolo 12 di un testo così snello? O pensavano che la Cassazione non se ne accorgesse? Quesito inquietante per la certezza del diritto. Con questa interpretazione del diritto penale tributario siamo a «manette per tutti».

vendredi, août 02, 2013

Una questione di coerenza

Una questione di coerenza

Pubblicato: 01/08/2013 23:34      Lucia Annunziata  Direttore, L'Huffington Post


Leggerete molte parole nei prossimi giorni sulla sentenza della Cassazione.
Ma la sostanza dei fatti è (e rimarrà) molto semplice. Silvio Berlusconi è stato condannato, per evasione fiscale. Il che di questi tempi è, peraltro, un reato particolarmente odioso.
Questo mette il leader del Pdl in una condizione nuova, che cambia anche la situazione politica.
Il Pd non può in nessun modo evitare di prenderne atto, aprendo la crisi di questo governo in cui è alleato con Silvio Berlusconi. La dichiarazione del segretario Guglielmo Epifani ha già fatto un passo in questo senso.
Per i democratici è una questione di coerenza rispetto a tutta la sua identità, che riguarda non solo la giustizia, la pulizia del Parlamento, ma anche e soprattutto la natura e la qualità della politica.
Tra il Pd e il Pdl in questi ultimi venti anni è stato scavato un fossato le cui sponde sono state tracciate da quello che si pensava fossero la pratica, le regole e la finalità della vita pubblica. Per non parlare di programmi: per quanto critici si possa essere con il Pd, ci sono pochi dubbi che su tasse, lavoro, giustizia sociale, visione del sistema industriale, questo partito si è nettamente distinto dalla piattaforma del Pdl.
Capiamo le molte ragioni che hanno spinto Napolitano a lavorare per un governo di coalizione. Apprezziamo anche lo spirito di servizio con cui Letta si è preso l'incarico di guidare tale governo.
Ma la crisi delle nostre istituzioni maturata nella peggiore crisi economica degli ultimi anni, non sarà in nessun modo affrontata e ancora meno aiutata dal negare quello che è stata la storia di questo paese. Una storia di divisione, di lacerazioni, di ferite, che ha lasciato, in entrambi I lati, una sedimentazione dura di rancori, inimicizia e veri e propri odi.
Senza necessariamente dire che il Pd ha fatto tutto bene, o che il Pd è stata una forza politica senza macchia e senza paura - perché non è vero - non si esce da un lungo tunnel di scontri come quello che il paese ha vissuto in questi ultimi anni, semplicemente dichiarando una finta pace.
Se ne esce ricordando che, come si sente dire in queste ore, gli avversari non si battono per via giudiziaria, ma per via politica. Appunto. Si torni dunque alla politica. Si torni a un programma, a una proposta per la società, per uscire dalla crisi. Si prenda anche il rischio di nuove elezioni (ebbene sì, il porcellum si può cambiare velocemente se si vuole), per affrontare il giudizio del Paese.
Del resto, se mai avevamo bisogno di una dimostrazione del permanere in Italia di un clima di scontro, il messaggio con cui Silvio Berlusconi ha commentato la sua condanna è rivelatore. Se il Pd non prenderà atto che si è riaperta la Guerra dei Venti anni, come ama definirla il Pdl, glielo ricorderà con i fatti proprio il Cavaliere.


mercredi, juillet 31, 2013

De Gregori: non voto più. La mia sinistra si è persa tra slow food e No Tav

IL CANTAUTORE TORNA A PARLARE DI POLITICA SEI ANNI DOPO LE CRITICHE A VELTRONI


De Gregori: non voto più 
La mia sinistra si è persa tra slow food e No Tav
«Ringrazio Dio che il Pd non governi con Grillo» Forse potevamo farci meno domande su Noemi e più sull'Ilva

Aldo Cazzullo          corriere.it    31/07/2013


Francesco De Gregori, sono sei anni, da quando in un'intervista al «Corriere» lei demolì la figura allora emergente di Veltroni, che non parla di politica. Che cosa le succede? 
«Succede che il mio interesse per la politica è molto scemato. Ha presente il principio fondativo delle rivoluzioni liberali, "no taxation without representation?". Ecco, lo rovescerei: pago le tasse, sono felice di farlo, partecipo al gioco. Però, per favore, tassatemi quanto volete, ma non pretendete di rappresentarmi».

Cos'ha votato alle ultime elezioni? 
«Monti alla Camera e Bersani al Senato. Mi pareva che Monti avesse governato in modo consapevole in un momento difficile. Sono contento di com'è andata? No. Oggi non so cosa farei. Probabilmente non voterei. Con questo sistema, tanto vale scegliere i parlamentari sull'elenco del telefono».
Dice questo proprio lei, considerato il cantautore politico per eccellenza? L'autore de «La storia siamo noi», per anni colonna sonora dei congressi della sinistra italiana? 
«Continuo a pensarmi di sinistra. Sono nato lì. Sono convinto che vadano tutelate le fasce sociali più deboli, gli immigrati, i giovani che magari oggi nemmeno sanno cos'è il Pd. Sono convinto che bisogna lavorare per rendere i poveri meno poveri, che la ricchezza debba essere redistribuita; anche se non credo che la ricchezza in quanto tale vada punita. E sono a favore della scuola pubblica, delle pari opportunità, della meritocrazia. Tutto questo sta più nell'orizzonte culturale della sinistra che in quello della destra. Ma secondo lei cos'è oggi la sinistra italiana?».
Me lo dica lei, De Gregori. 
«È un arco cangiante che va dall'idolatria per le piste ciclabili a un sindacalismo vecchio stampo, novecentesco, a tratti incompatibile con la modernità. Che agita in continuazione i feticci del "politicamente corretto", una moda americana di trent'anni fa, e della "Costituzione più bella del mondo". Che si commuove per lo slow food e poi magari, "en passant", strizza l'occhio ai No Tav per provare a fare scouting con i grillini. Tutto questo non è facile da capire, almeno per me».
Alla fine la sinistra si è alleata con Berlusconi. 
«Questo governo non piace a nessuno. Ma credo fosse l'unico possibile. Ringrazio Dio che non si sia fatto un governo con Grillo e magari un referendum per uscire dall'euro. Se poi molti nel Pd volevano governare con Grillo e io non sono d'accordo non è un dramma. Ora il Pd è di moda occuparlo, prendere la tessera per poi stracciarla. Non ne posso più di queste spiritosaggini».
Apprezza Letta? 
«Le ho detto che seguo poco. Se mi chiede chi è ministro di cosa, magari non lo so. Quando viaggio compro sei giornali, ma dopo dieci minuti li poso e comincio a guardare fuori dal finestrino...».
Colpa dei giornali o della politica? 
«Magari è colpa mia. Mi sento, mischiando Prezzolini e Togliatti, un "inutile apota". Comunque nutro un certo rispetto per il lavoro non facile di Letta e di Alfano. Sono stufo del fatto che, appena si cerca un accordo su una riforma, subito da sinistra si gridi all'"inciucio", al tradimento. Basta con queste sciocchezze. Basta con l'ansia di non avere nemici a sinistra; io ho sempre avuto nemici a sinistra, e non me ne sono mai occupato. Ho votato Pci quando era comunista anche Napolitano. Ma viene il momento in cui la realtà cambia le cose, bisogna distaccarsi da alcune vecchie certezze, lasciare la ciambella di salvataggio ed essere liberi di nuotare, non abbandonando per questo la tua terra d'origine. Non ce la faccio più a sentir recitare la solita solfa "Dì qualcosa di sinistra". Era la bellissima battuta di un vecchio film, non può diventare l'unica bandiera delle anime belle di oggi. Proviamo piuttosto a dire qualcosa di sensato, di importante, di nuovo. Magari scopriremo che è anche di sinistra».
Di Berlusconi cosa pensa? 
«Berlusconi è stato fondamentalmente un uomo d'azienda. Nel suo campo e nel suo tempo una persona molto abile, non un vecchio padrone delle ferriere. Ha fatto politica solo per proteggere i suoi interessi, senza avere nessun senso dello Stato, nessun rispetto per le regole e, credo, con alle spalle una scarsa cultura generale. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. È imputato di reati gravi e si è difeso dai processi più che nei processi. Che altro vuole sapere? Aveva ragione l'Economist : Berlusconi era inadatto a governare l'Italia. Mi chiedo però anche se l'Italia sia adatta a essere governata da qualcuno».
Un premier non telefona in questura per far liberare un'arrestata dicendo che è la nipote di Mubarak, non crede? 
«Certo. Andreotti non si sarebbe mai esposto così. Però, guardi, ho seguito con crescente fastidio e disinteresse l'accanimento sulla sua vita privata. Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull'Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l'ossessione di vederlo in galera. Non condivido nulla dell'etica e dell'estetica berlusconiana, ma mi irrita sentir parlare di "regime berlusconiano": è una falsa rappresentazione, oltre che una mancanza di rispetto per gli oppositori di Castro o di Putin che stanno in carcere. E ho trovato anche ridicolo che si sia appiccicata una lettera scarlatta al sindaco di Firenze per un suo incontro col premier».
Renzi appare l'uomo del futuro. 
«Renzi è uno che ha sparigliato. Se il Pd avesse candidato lui probabilmente avrebbe vinto. Ma la scelta del termine rottamazione non mi è mai piaciuta, mi è sempre parsa volgare e violenta. E poi non sono più disposto a seguire nessuno a scatola chiusa».
Quindi non crede in lui? E non voterà alle primarie? 
«Il verbo "credere" non dovrebbe appartenere alla politica. Non basta promettere bene e saper comunicare. E poi penso di non votare alle secondarie, si figuri se voterò alle primarie. Il Pd sta passando l'estate a litigare. E magari anche Renzi ne uscirà logorato».
Aveva acceso speranze Grillo e l'idea della rete come veicolo di partecipazione. 
«Ho trovato inquietante la campagna di Grillo, il suo modo di essere e di porsi, il rifiuto del confronto, le adunate oceaniche. Condivido i tagli ai costi della politica e la richiesta di moralizzazione che viene da molti e che Grillo ha saputo ben intercettare. Molti elettori e molti eletti del M5S sono sicuramente persone degne e capaci di fare politica. Ma questa idea della Rete come palingenesi e istituzione iperdemocratica mi ricorda i romanzi di Urania».
Con Veltroni avete fatto pace? 
«Per quell'intervista mi saltarono addosso in molti, compresi alcuni colleghi cantanti. Qualcuno mi chiese addirittura "Chi ti ha pagato?". Con Veltroni ci siamo incontrati per caso un paio di mesi fa al Salone del Libro a Torino, abbiamo parlato qualche minuto e credo che questo abbia fatto piacere a tutti e due. È sempre una persona molto ricca sul piano umano. Ma non mi andava di essere catalogato tra i Veltroni Boys».
Non c'è proprio nessuno che le piaccia? 
«Papa Francesco, la più bella notizia degli ultimi anni. Ma mi piaceva anche Ratzinger. Intellettuale di altissimo livello, all'apparenza nemico del mondo moderno e in realtà avanzatissimo, grande teologo e per questo forse distante dalla gente. Magari i fedeli in piazza San Pietro non lo capivano. Ma il suo discorso di Ratisbona fu un discorso importante».

Oggi non canterebbe più «Viva l'Italia»? 
«Al contrario. Sono convinto che l'Italia abbia grandi chance per il futuro. E ogni volta che canto quella canzone sento che ogni parola di quel testo continua ad avere un peso. "L'Italia che resiste", ad esempio; e solo le anime semplici potevano pensare che c'entrasse qualcosa con lo slogan giustizialista "resistere resistere resistere". "L'Italia che si dispera e l'Italia che s'innamora". L'Italia che ogni tanto s'innamora delle persone sbagliate, da Mussolini a Berlusconi. Ma il mio amore per l'Italia, e per gli italiani, non è in discussione. Sono stato berlusconiano solo per trenta secondi in vita mia: quando ho visto i sorrisi di scherno di Merkel e Sarkozy».