A qualcuno non piacerà, ma dobbiamo rendere onore a Carlo De Benedetti e alla sua perspicacia. Nel 2010, interpellato su Pier Luigi Bersani che l’anno precedente era diventato segretario del Pd scalzando Dario Franceschini, l’Ingegnere si espresse così: «Bersani è stato un eccellente ministro. Ma come leader del Partito democratico è totalmente inadeguato». Confesso che anche a me la bocciatura apparve eccessiva. De Benedetti aveva sparato a Bersani due colpi alla nuca. Con un avverbio senza scampo, «totalmente», e un aggettivo micidiale, «inadeguato». Conoscendo bene l’Ingegnere, mi sembrò soltanto uno dei molti verdetti che ama stilare, con la boria del potente che si considera un vincitore perenne. E giudica il prossimo con arroganza un po’ sadica. Ho cominciato a pensare che forse De Benedetti aveva ragione qualche mese dopo. Accadde la sera che madama Gruber, sempre splendida nel completino Armani, a Otto e mezzo su La7 ebbe di fronte Bersani. La rossa Lilli chiese al segretario del Pd che cosa replicava all’Ingegnere. Lui cominciò a bofonchiare anche più del solito. Borbottò: «Quello di De Benedetti è un giudizio legittimo, sul quale non concordo, forse dettato dal fatto che non è stato lui a scegliermi come segretario del Pd, e bla, bla, bla...». Avrei voluto gridare a Bersani: un leader politico non replica con tanta pavida prudenza, deve tirare un cazzotto verbale all’Ingegnere. E anche al suo giornalone- partito, la Repubblica, che insieme a lui pretende di guidare la sinistra senza farsi eleggere. Ma il povero Pigi si guardò bene dal farlo. Se avesse avuto tra le dita il sigaro toscano, vietato negli studi televisivi, forse lo avrebbe ingoiato, per aiutarsi a tacere.
La sentenza dell’Ingegnere - Mi sono rammentato della sentenza dell’Ingegnere il pomeriggio di martedì quando, con un giorno di ritardo, Bersani si è deciso ad affrontare la prima conferenza stampa dopo il voto. L’esperienza mi ha insegnato che la faccia dei politici rivela sempre il loro stato d’animo. Bersani mi è sembrato un uomo perso. Era stanco, nervoso, ancora choccato dalla sconfitta o dalla non-vittoria. Ho pensato che anch’io, come tanti altri, avevo giudicato Silvio Berlusconi un morto che pretendeva di camminare. Ma forse il morto vero era il suo avversario, un Bersani alle prese con un kappaò terribile.
Al tappeto - Sono stati i suoi elettori a mandarlo al tappeto. Il passivo del 24-25 febbraio è orrendo per il Pd. Nelle politiche del 2008 aveva conquistato 12 milioni e mezzo di voti, il 34,2 per cento. Adesso si ritrova con 8 milioni e 600 mila suffragi, il 25,4 per cento, con una perdita secca di quasi 4 milioni di votanti. A Bersani sono sfuggiti di mano anche molti elettori di aree cruciali: meno 300 mila in Emilia Romagna, idem in Toscana, meno 400 mila nel Lazio, meno 330 mila nella Puglia di Nichi Vendola. Tutta colpa di Grillo? In parte sì. Ma il vero fattore negativo si è rivelato la campagna elettorale condotta da Bersani. Prima o poi, i politologi diranno la loro. Per il momento la cronaca suggerisce qualche spiegazione. La famose primarie dell’autunno 2012 erano state una trappola congegnata al solo scopo di battere Matteo Renzi. Eppure il vertice del Pd ne aveva ricavato una sicumera sfrontata. Bersani si affrettò ad annunciare che il suo partito era «una squadrone», pronto «a una nuova avventura: la conquista del governo».
Sondaggi - Poi arrivò la droga dei sondaggi. Dicevano che il Pd stava sul 36 per cento e la coalizione con Sel e i socialisti addirittura al 43 per cento, ventidue punti in più rispetto al Pdl di Berlusconi e soci. Queste previsioni spinsero Bersani a concepire la campagna elettorale come una guerra di posizione. Al riparo di uno slogan da vittoria annunciata, «L’Italia giusta», bastava rimanere fermi in trincea per incassare i voti di chi stava lasciando Berlusconi. E Grillo? Al Nazareno, la centrale democratica, ruggivano: «Chi se ne frega di quel comico esagitato! Comunque vada, il governo lo faremo noi». Tuttavia, la mela pronta a essere mangiata nascondeva un verme. Lo ha spiegato a Fabio Martini della Stampa un dirigente politico che la sinistra ha dimenticato con troppa fretta, Iginio Ariemma, il portavoce di Achille Occhetto: «Dare per scontata la vittoria è stato uno di quegli errori che la sinistra ha sempre cercato di evitare. Dal momento che così liberi due sentimenti. Da una parte, ti viene addosso il voto di protesta. Dall’altra la prospettiva di successo induce i più incerti a votare per liste diverse, perché tanto si vince lo stesso».
L'errore fatale - L’errore fatale di Bersani è stato di mettersi conVendola e di sottovalutare Grillo. Eppure era facile non compiere questi passi falsi. All’inizio di febbraio, tre settimane prima del voto, tutti i sondaggi dicevano che il Napoleone stellare stava crescendo. Aveva già superato il 17 per cento e si avviava a raggiungere quota 20. Nel vertice del Pd pochi se ne curavano. Max D’Alema e Walter Veltroni lanciavano segnali d’allarme, ma i pasdaran del cerchio magico di Pigi alzavano le spalle. Adesso la frittata è fatta. E sta seminando il caos nel vertice democratico. Bersani si è dichiarato disposto a trattare con Grillo, però è stato subito respinto. Napoleone lo ha irriso con disprezzo. Definendo Pigi un morto che parla. Oppure, nel caso migliore, uno stalker, un molestatore che fa proposte indecenti agli eletti delle Cinque stelle. Il disordine sotto le tende democratiche acceca troppi dirigenti. Non possiamo allearci con Grillo? Allora andiamo a votare di nuovo, il più presto possibile.
L’esercito inamovibile - Ma un dirigente ostile al voto anticipato mi spiega quale sia l’ostacolo più forte al ricorso alle urne: «Il voto di febbraio ha rinnovato in modo profondo la nostra rappresentanza in Parlamento. Oggi abbiamo 297 nuovi deputati e 109 nuovi senatori. È un piccolo esercito di 406 eletti. Quanti di loro sarebbero disposti a rinunciare al posto appena conquistato? È facile immaginare che risulterebbero pochi, molto pochi». L’unica prospettiva concreta è di dar vita, subito, senza tentennare, a un governo di emergenza con Berlusconi. Il povero Bersani tentenna. Sa bene che il suo partito considera da sempre il Cavaliere un diavolo immondo. Teme che un’intesa con il Pdl possa spaccare i democratici. E forse si augura che sia Giorgio Napolitano a obbligarlo all’accordo.
Prigioniero - Il leader del Pd scopre di trovarsi prigioniero delle circostanze che lui stesso ha creato. E forse si rende conto che a rischiare il disastro non è soltanto l’Italia, ma la sua ben più piccola sorte personale. Nel partito crescono i dissensi che riportano a galla lo spettro di Matteo Renzi. Ci sono dettagli da far tremare. Il sindaco di Bologna, Virginio Merola, si è già schierato con il compagno Matteo. Uno dei suoi assessori, Luca Rizzo Nervo, ha scritto su Facebook: «Penso che Bersani dovrebbe presentare le dimissioni da segretario del Pd». E le file dei dissidenti si stanno ingrossando giorno dopo giorno. La nemesi delle primarie torna ad agitare le notti di Pigi. Insieme all’incubo di trovarsi all’ultimo giro da leader democratico. E riporta alla memoria una vecchia teoria matematica, quella chiamata di Peter. Sostiene che tutti gli esseri umani prima o poi scoprono di avere di fronte a sé la curva della competenza. Se la oltrepassi, sei finito, perché diventi incompetente a onorare l’impegno o l’incarico che hai ricevuto. E cadi di errore in errore. È il caso di Bersani? Lo scopriremo presto.
Mai più libero. Osservo con attenzione quasi maniacale ogni evento legato alla Giustizia, lo osservo da quel 13 ottobre del 1998 quando alle sei di mattina vennero a «catturarmi», così era scritto nell'ordinanza di custodia cautelare, a casa.
Avevo, all'epoca dei fatti, poco più di trent'anni, un figlio di cinque che, presente all'arresto, passò qualche anno a nascondersi sotto il letto ogni qualvolta il campanello suonava. Passai tre mesi in carcere fin quando una sentenza della Suprema Corte della Cassazione mi liberò ritenendo errata la tesi accusatoria e stigmatizzando come «delirio di onnipotenza» gli atti fatti dalla Procura di Milano. Tre mesi che furono suddivisi tra isolamento giudiziario ad Opera e massima sicurezza nel carcere speciale di Novara.
Ricordo gli occhi lucidi di mio padre alla prima visita in carcere ad Opera, ricordo il suo sguardo triste e stanco quando, spostato al carcere di Novara, veniva di sabato a trovarmi in treno per portarmi conforto. In quei tre mesi di carcere mio padre si ammalò, una ciste visibile appena sotto l'orecchio, divenne sempre più grande. Era un tumore. Quando uscii dal carcere, mio padre fu operato ma non ci fu più nulla da fare. Da lì a poco morì e non riuscì mai a vedere la mia definitiva assoluzione dal reato di corruzione così come non vide mai la nascita del suo secondo nipote, Giulio Antonio.
Di questo la responsabilità, da cristiano, non è della Provvidenza ma della Giustizia che sommariamente aveva costruito un impianto accusatorio senza senso pensando che il carcere preventivo potesse diventare uno strumento per recuperare prove e notizie che avallassero le loro tesi. Così da quel 13 ottobre del 1998 io non mi sono mai più sentito un uomo libero. Ogni qualvolta vedo un blindato della polizia penitenziaria mi viene in mente quando mi legarono mani e piedi per trasferirmi dal carcere di Opera a quello di Novara. Quando sento un campanello suonare penso che possa essere ancora per me; per portarmi via.
Ma soprattutto ho dentro il cuore lo sguardo di mio padre al colloquio in carcere che mai saprò interpretare correttamente. È la giustizia, con la g minuscola, che tende a costruire tesi accusatorie e dispensare avvisi di garanzia e richieste di custodia cautelare con una facilità disarmante. È quella Giustizia che viene utilizzata dai tuoi nemici quando hanno voglia di farti fuori da qualsiasi momento della vita civile, sociale, politica. Intanto nulla cambia e le vittime di malagiustizia sono state, nel 2011, 2369 con una spesa dello Stato di circa 40 milioni di euro. A nulla serve il riconoscimento economico per ingiusta detenzione (io ricevetti dallo Stato circa 30mila euro) perché la ferita per chi ingiustamente è stato accusato non è rimarginabile.
La mia è la condizione privilegiata di una persona che ha avuto al suo fianco amici, parenti e che ha potuto ricostruire la propria dignità sociale anche grazie all'aiuto di persone che non hanno mai smesso di credere in me. Il nostro Paese purtroppo è colpito da una doppia ingiustizia che costruisce spesso due vittime, sia chi ingiustamente è accusato di un reato sia le famiglie vittime del reato stesso che non avranno mai il vero colpevole. A questo la politica ha l'obbligo di dare delle risposte legislative in caso contrario ogni nuovo parlamentare deve ritenersi complice delle morti di malagiustizia che ogni anno purtroppo ci sono. Twitter @terzigi o
ROMA - E pensare che se solo si fosse rispettata la volontà degli elettori, il finanziamento pubblico ai partiti non esisterebbe più da 20 anni, da quando cioè più di 34 milioni e mezzo di italiani dissero di sì al referendum abrogativo promosso dal partito radicale di Marco Pannella. Invece stiamo ancora parlando di come eliminare il finanziamento. Anzi l'argomento non è mai stato vivo come ora mentre, paradossalmente, ad essere scomparsi, almeno dal Parlamento, sono proprio i radicali. Adesso quella loro antica battaglia è diventata di nuovo di massa grazie al Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, che ieri ha annunciato la rinuncia alla propria quota di rimborsi per le elezioni appena tenute, 42,7 milioni di euro, in attesa di ottenere, nel nuovo Parlamento, una legge che abolisca per tutti i partiti i finanziamenti elettorali. Finora si è trattato di quasi 200 milioni di euro l'anno, considerando i rimborsi per tutte le elezioni - politiche, europee e regionali - che vengono incassati appunto in rate annuali. Ora, dopo la riforma dello scorso luglio, questa cifra si è all'incirca dimezzata. E per le sole elezioni politiche del 24 e 25 febbraio la torta che i partiti dovrebbero spartirsi durante la legislatura ammonta, secondo l'Ansa, a 159 milioni. Una somma che verrà ripartita proporzionalmente ai voti presi.
Ma perché il finanziamento c'è ancora? Perché, nonostante il 90,3% di sì al referendum del 1993, i partiti di allora si inventano un sotterfugio per farlo rinascere, attraverso appunto i rimborsi elettorali o meglio il «contributo per le spese elettorali», come lo definisce la legge 515 del 10 dicembre 1993. Del resto, il ragionamento che fanno allora tutti i partiti, radicali esclusi ovviamente, è che il voto è stato condizionato dal clima di protesta dovuto a Tangentopoli e che se la politica non deve essere appannaggio solo dei ricchi una qualche forma di finanziamento è necessaria. E pazienza se gli elettori non sono d'accordo, col tempo capiranno. Non è andata così. L'indignazione popolare è cresciuta di pari passo con l'entità dei rimborsi.
Calcolando tutto in euro (fino al 2001 c'era la lira), si è infatti passati, considerando solo i rimborsi per le elezioni politiche, dai 47 milioni di contributi erogati complessivamente ai partiti per le politiche del 1994 agli oltre 500 milioni previsti per le consultazioni del 2008. La spesa a carico dei contribuenti si è insomma decuplicata in 14 anni. Ma soprattutto è aumentato il divario tra il contributo e quanto effettivamente speso. Se nel 1994 a fronte dei 47 milioni incassati le spese documentate erano state di 36 milioni, nel 2008 il rapporto era di quasi cinque a uno: 503 milioni di rimborsi previsti a fronte di 110 milioni di spese. Un meccanismo illogico e indifendibile. Che gli stessi partiti, senza vergogna, hanno perfezionato negli anni. E così nel 1999 con la legge 157 il contributo viene sganciato dalle spese sostenute e ritorna a tutti gli effetti un finanziamento alimentato da un fondo per le politiche di quasi 200 milioni di euro per la legislatura.
Ma non passano neppure tre anni e nel 2002 l'ingordigia dei partiti si sfoga nella legge 156 che più che raddoppia il fondo, portandolo a 469 milioni, e nell'abbassamento dal 4% all'1% della soglia di voti da prendere alle elezioni per accedere al bottino. Il risultato sarà un altro dei tanti intollerabili paradossi di questa storia: che anche i partiti che non entrano alla Camera perché non superano la soglia di sbarramento del 4% prevista dalla legge elettorale, accedono ugualmente ai rimborsi purché abbiano preso almeno l'1%. Ma la ciliegina finale arriverà nel 2006 quando con la legge 51 si stabilirà addirittura che i soldi sono dovuti per l'intero ammontare previsto dal fondo anche se la legislatura finisce anticipatamente. Prima invece le rate annuali si interrompevano in caso di elezioni anticipate. Succede così che, dal 2008, a causa della brusca fine della quindicesima legislatura (governo Prodi), i partiti mentre cominciano a prendere le rate del rimborso delle politiche di quell'anno continuino a riscuotere anche le rate della legislatura precedente che doveva finire tre anni dopo. Doppio rimborso, insomma. Un'enormità davanti alla quale gli stessi partiti si rendono conto che conviene tornare indietro e la norma infatti viene presto cancellata.
Ci sono però voluti gli scandali che nel 2012 hanno colpito i tesorieri della Margherita e della Lega e le spese folli che sono venute fuori anche alla Regione Lazio per riaprire il dibattito. E arrivare a una prima risposta con una legge approvata il 5 luglio: taglio del 50% dei rimborsi ai partiti. Dai previsti 182 milioni incassati nel 2011 sommando le rate dei rimborsi elettorali (politiche, europee, regionali) si passa a 91 milioni dal 2012. Il 70% di questi saranno erogazioni ricevute direttamente dallo Stato (63,7 milioni), il 30% (27,3 milioni) «cofinanziamenti»: in pratica per ogni euro di contributi privati ricevuti da persone fisiche o enti i partiti avranno anche 50 centesimi dallo Stato. Diventa obbligatoria la certificazione dei bilanci; viene istituita una Commissione di controllo formata da 5 magistrati designati dai presidenti della Corte dei Conti, della Corte di Cassazione e del Consiglio di Stato; i conti dei partiti devono essere pubblicati in Internet; sono previste dure sanzioni per chi viola le regole; la soglia oltre la quale le donazioni private devono essere dichiarate scende da 50 mila a 5 mila euro. Per avere i contributi bisogna avere almeno un eletto in Parlamento.
Pensavano di aver fatto abbastanza i partiti questa volta. I 163 milioni che si risparmieranno nel 2012 e nel 2013 andranno ai terremotati, si vantavano. E il Pd sul suo sito spiegava che i 91 milioni di contributi previsti per il 2012 per tutti i partiti equivalgono a 1,5 euro per italiano contro i 2,4 che vengono dati in Francia e i 5,6 in Germania. Solo che accanto ai rimborsi elettorali andrebbero conteggiati anche i contributi ai gruppi parlamentari erogati dai bilanci di Camera e Senato, fino al 2011 circa 75 milioni l'anno, e i finanziamenti ai giornali di partito, una cinquantina di milioni l'anno. E questo senza contare tutti i finanziamenti a livello regionale, altri 75 milioni circa l'anno, prima delle ultime riforme. Un sistema che non poteva andare avanti se anche un vecchio comunista come Ugo Sposetti, strenuo difensore del finanziamento pubblico, giusto un anno fa, davanti al moltiplicarsi degli scandali, diceva all'Espresso: «L'indignazione dei cittadini ci metterà tutti sullo stesso piano. E ci spedirà a casa tutti. Tra sei mesi». Sulla data è stato precipitoso, ma sul resto ci è andato molto vicino.
Chi è Peer Steinbruck: ex posteggiatore, insulta Berlusconi e Grillo e può mandare a casa la Merkel
Il candidato del partito socialdemocratico (Spd) alla Cancelleria tedesca da ragazzino era soprannominato dai compagni di classe "Kasper". Cioè pagliaccio...
di Enzo Piergianni
La voglia di dare del pagliaccio agli altri,Peer Steinbrück se la porta appresso da quando andava a scuola al Johanneum di Amburgo (con pessimo profitto). Per le sue baggianate era stato bollato “der Kasper” (pagliaccio) dai compagni di classe. Lo ha raccontato il biografo Daniel Friedrich Sturm, molto prima del suo comizio di martedì sera a Potsdam col pesante attacco a Beppe Grillo e Silvio Berlusconi («un clown di professione e un clown ad alto tasso di testosterone») che ha indotto il presidente Napolitano ad annullare l’invito a cena nel sontuoso Hotel Adlon (un «cinque stelle», neanche a farlo apposta) nel centro storico di Berlino.
Nelle elezioni politiche di settembre, il «Kasper» contenderà ad Angela Merkel la cancelleria federale. È il candidato del partito socialdemocratico (Spd), ma prima e dopo la sua designazione ne sono venute fuori talmente tante su di lui che molti suoi sostenitori farebbero volentieri marcia indietro. Il suo pesante sarcasmo amburghese risente probabilmente di quando faceva il posteggiatore nel quartiere a luci rosse di Reeperbahn dove, a suo dire, «le ragazze erano le più generose con le mance». In politica a fatto carriera fino a diventare ministro delle Finanze nel governo di «Grosse Koalition» sotto la Merkel. Nel marzo 2009 ha guerreggiato a parole contro il segreto bancario in Svizzera agitando la minaccia di «usare la frusta» e poi paragonando gli svizzeri ai pellerossa che si spaventavano solo “davanti al Settimo Cavalleria”. Un gran fracasso mediatico, ma senza effetti concreti. Due mesi dopo, sempre nel suo impetuoso quanto sterile assalto ai paradisi fiscali, Steinbrück se la prendeva col Lussemburgo. E accostava malignamente la capitale del Granducato a Ouagadougou, capitale di Burkina Faso. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn, gli rispose velenosamente che anche l’invasione nazista del suo paese era cominciata con i discorsi. La campagna elettorale del «Kasper» è stata compromessa in partenza da recenti rivelazioni sulle sue finanze private. Tornato semplice deputato, l’ex ministro, anziché tuffarsi nei lavori del Bundestag, è entrato nel giro del club Bilderberg e si è specializzato a fare conferenze in ambienti industriali e finanziari, incassando nella legislatura corrente circa 2 milioni di euro in aggiunta alla cospicua indennità parlamentare.
Elezioni, Cacciari commenta i risultati: “Sono teste di cazzo, era meglio Renzi”
L'ex sindaco di Venezia, da sempre critico all'interno del Partito democratico, è arrabbiato per l'esito delle urne: "Un disastro, dovevamo puntare su un rinnovamento radicale, invece siamo rimasti a metà". E la colpa è del "gruppo dirigente che circonda Bersani"
Se fossimo stati in televisione sarebbe stato un continuo “bip” “bip” per eliminare parolacce e improperi dalle parole di Massimo Cacciari. Ex sindaco di Venezia, filosofo, da sempre una voce critica all’interno del Partito democratico. È avvelenato. Ci parla con un tono tra l’avvilito di chi lo aveva detto da tempo, e l’arrabbiato di chi non vuole smettere di dirlo. “Senta, è un disastro. Un vero disastro”. Ancora non è definitivo (sono le sei del pomeriggio). “Eccome se lo è. Peggio di così…” Partiamo dai motivi. Sono gli stessi da vent’anni, da sempre, da quando perdiamo. Va bene, mi indichi i principali. Questa volta dovevamo puntare su un rinnovamento radicale. Dovevamo scegliere dove stare e cosa fare! Non restare a metà. Nel contesto. Le cito Kant, quando parlava della somma dell’inerzia… Nel pratico. Il Pd è rimasto a metà tra il voler interpretare le spinte arrivate dalla parte di Grillo e quella di strizzare l’occhio al gruppo di Monti e alla sua visione dello Stato e dell’Europa. Figure politiche antropomorfe. Come al solito siamo gente affetta da snobismo e da puzza sotto il naso. Come sempre! Sarebbe stato meglio avere Renzi? Aspetti. Prima di dire certe cose, legga i risultati locali. A quali si riferisce, in particolare? (Qui il tono della voce si alza) Al nord è una catastrofe sia per Pdl che per la Lega! Eppure il centrosinistra non ha fatto un cazzo. Non è cresciuto. Hanno sottovalutato l’avversario? Di più, peggio! (il tono cresce ancora, notevolmente) Sono delle teste di cazzo! Loro sanno tutto, loro capiscono tutto. Loro possono insegnare tutto a tutti. Mentre gli altri sono dei cretini. Quindi? Le faccio un esempio: è impossibile spiegargli che c’è una questione settentrionale. Eppure continuano a sbatterci la faccia. La loro vita si sviluppa solo tra Botteghe Oscure, il Nazareno e Montecitorio. Del resto non sanno nulla. Gli basta quel triangolo. Colpa di Bersani? No. Ma di quel gruppo dirigente che continua a circondarlo. Gente completamente fallita. A chi si riferisce, in particolare? Tutti quelli che stanno da sempre lì e che non abbiamo ancora cacciato. Sì, abbiamo sbagliato a non appoggiare Matteo Renzi. È stato un grande errore. Ora i democratici cosa devono fare? (Qui cala i toni, diventa quasi più riflessivo) L’unica strategia è mantenere i nervi saldi. E cerchiamo di dialogare in Parlamento con gli eletti nelle liste di Grillo. Se ci riusciamo.
Diventare ricchi, anzi, ricchissimi come ricompensa per avere venduto i propri schiavi. Non si tratta di un atto di generosità ben ricompensato, ma di un vero e proprio meccanismo di rimborso per chi, privandosi della proprietà della propria servitù, si è ritrovato con un capitale personale inferiore.
È ciò che è avvenuto in Inghilterra nel XIX secolo, al tempo dell’abolizione della schiavitù: tra le famiglie che hanno ricevuto una fortuna per avere liberato i propri servi ci sarebbe anche quella del premier britannico David Cameron e del famoso scrittore George Orwell. SPESI 20 MLN DI STERLINE NELL'800.La notizia è stata raccontata dall’Independent e arriva da Nick Draper dell’University College of London, il quale ha studiato a lungo le carte di epoca vittoriana, in particolare quelle dedicate ad accordi e ricompense per chi ha deciso di privarsi degli schiavi.
Dai documenti traspare che il governo inglese ha sborsato circa 20 milioni di sterline a partire dal 1833, anno di abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. I soldi sono stati destinati al risarcimento economico di 3 mila famiglie che hanno dovuto rinunciare alla ‘proprietà’ di persone di colore. Metà della cifra, 10 milioni, è finita nelle tasche dei coloni nei Caraibi e in Africa, l’altra metà a chi viveva in Inghilterra.
Come ha sottolineato il quotidiano, il totale è pari al 40% della spesa annuale del Tesoro inglese e anche a circa 16,5 miliardi di sterline di oggi. SVELATI I NOMI DEGLI SCHIAVISTI. I documenti scoperti da Draper rappresentano una novità assoluta per il Regno Unito perché rivelano per la prima volta nomi e cognomi di chi è stato pagato dallo Stato in epoca vittoriana.
Il risultato è un elenco di tutte le famiglie che stanno ancora beneficiando dell’abolizione della schiavitù nelle colonie del Regno Unito: in tanti, infatti, hanno fatto fortuna con i soldi ricevuti.
«C’era una vera e propria frenesia al tempo riguardo ai rimborsi», ha spiegato Draper. La ricompensa maggiore è andata a James Blair, al tempo parlamentare e con numerose proprietà nel Marylebone, nel centro di Londra e in Scozia: gli sono arrivate 83.530 sterline, equivalenti a 65 milioni di oggi, per essersi privato dei 1.598 schiavi che possedeva, tutti provenienti dalla Guyana inglese.
All'antenato schiavista di Cameron, 3 mln di sterline
L’antenato schiavista di Cameron è invece Sir James Duff, beneficiario di 4.101 sterline, circa 3 milioni attuali, per la privazione forzata di 202 membri della servitù che si occupava delle sue proprietà in Jamaica.
Molto più fortunato un altro primo ministro, William Gladstone, il quale ha potuto usufruire delle 106.769 sterline ricevute dalla sua famiglia, una cifra pari a 83 milioni di oggi: l’abolizione della schiavitù avrebbe altrimenti rappresentato la rovina per i Gladstone che possedevano 2.508 schiavi, tutti impiegati nelle loro nove piantagioni.
Tra gli altri nomi illustri anche Orwell, il cui bis-nonno ha ottenuto 4.442 sterline per liberare 218 membri della servitù. INVESTITI IN NUMEROSE OPERE. I soldi ricevuti dagli inglesi sono stati reinvestiti nei più svariati modi. Alcune famiglie li hanno impegnati nelle ferrovie e in progetti generalmente legati alla rivoluzione industriale; altri hanno esteso le proprie proprietà immobiliari in città e in campagna e altri ancora si sono dedicati a cause filantropiche.
«Vedere che i nomi dei proprietari di schiavi combaciano con quelli del XX secolo e di oggi è un segnale e un ricordo forte e intenso per non dimenticare l’origine della fortuna di molte famiglie». LE RICHIESTE DI RISARCIMENTI. L’elenco dei coloni beneficiari è lungo ed è stato raccolto dal team di Draper all’interno di un database che si prevede sia aperto mercoledì 27 febbraio a uso pubblico.
Non si tratta soltanto di famiglie benestanti, ma anche di medi e piccoli borghesi che con il cambiamento della legge in epoca vittoriana hanno dovuto privarsi dei servi.
Le conseguenze della diffusione di questi dati rappresentano una minaccia non solo per la reputazione di numerose famiglie britanniche, ma soprattutto per le richieste di risarcimento in atto da parte di molte colonie.
In prima linea ci sono le Barbados, che da tempo chiedono degli atti riparativi per le ingiustizie inflitte ai propri cittadini al tempo della schiavitù.
L'ADDIO LEGATO A UNA CRISI DI SISTEMA FATTA DI CONFLITTI, MANOVRE E TRADIMENTI
Benedetto XVI avrebbe maturato la decisione definitiva dell'annuncio domenica: stava preparando un'enciclica
Non essendo riuscito a cambiare la Curia, Benedetto XVI è arrivato ad una conclusione amara: va via, è lui che cambia. Si tratta del sacrificio estremo, traumatico, di un pontefice intellettuale sconfitto da un apparato ritenuto troppo incrostato di potere e autoreferenziale per essere riformato. È come se Benedetto XVI avesse cercato di emancipare il papato e la Chiesa cattolica dall'ipoteca di una specie di Seconda Repubblica vaticana; e ne fosse rimasto, invece, vittima. È difficile non percepire la sua scelta come l'esito di una lunga riflessione e di una lunga stanchezza. Accreditarlo come un gesto istintivo significherebbe fare torto a questa figura destinata e entrare nella storia più per le sue dimissioni che per come ha tentato di riformare il cattolicesimo, senza riuscirci come avrebbe voluto: anche se la decisione vera e propria è maturata domenica.
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Quello a cui si assiste è il sintomo estremo, finale, irrevocabile della crisi di un sistema di governo e di una forma di papato; e della ribellione di un «Santo Padre» di fronte alla deriva di una Chiesa-istituzione passata in pochi anni da «maestra di vita» a «peccatrice»; da punto di riferimento morale dell'opinione pubblica occidentale, a una specie di «imputata globale», aggredita e spinta quasi a forza dalla parte opposta del confessionale. Senza questo trauma prolungato e tuttora in atto, riesce meno comprensibile la rinuncia di Benedetto XVI. È la lunga catena di conflitti, manovre, tradimenti all'ombra della cupola di San Pietro, a dare senso ad un atto altrimenti inesplicabile; e per il quale l'aggettivo «rivoluzionario» suona inadeguato: troppo piccolo, troppo secolare. Quanto è successo ieri lascia un senso di vuoto che stordisce.
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E nonostante la sua volontà di fare smettere il clamore e lo sconcerto intorno alla Città del Vaticano, le parole accorate pronunciate dal Papa li moltiplicano. Aggiungono mistero a mistero. Ne marcano la silhouette in modo drammatico, proiettando ombre sul recente passato. Consegnano al successore che verrà eletto dal prossimo Conclave un'istituzione millenaria, di colpo appesantita e logorata dal tempo. E adesso è cominciata la caccia ai segni: i segni premonitori. Come se si sentisse il bisogno di trovare una ragione recondita ma visibile da tempo, per dare una spiegazione alla decisione del Papa di dimettersi: a partire dall'accenno fatto l'anno scorso da monsignor Luigi Bettazzi; e poco prima dall'arcivescovo di Palermo, Paolo Romeo, che si era lasciato scappare questa possibilità durante un viaggio in Cina, ipotizzando perfino un complotto contro Benedetto XVI.
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Ma la ricerca rischia di essere una «via crucis» nella crisi d'identità del Vaticano. Riaffiora l'immagine di Joseph Ratzinger che lascia il suo pallio, il mantello pontificio sulla tomba di Celestino V, il Papa che «abdicò» nel 1294, durante la sua visita all'Aquila dopo il terremoto, il 28 aprile del 2009. Oppure rimbalza l'anomalia dei due Concistori indetti nel 2012 «per sistemare le cose e perché sia tutto in ordine», nelle parole anodine di un cardinale. O ancora tornano in mente le ripetute discussioni col fratello sacerdote Georg, sulla possibilità di lasciare. Qualcuno ritiene di vedere un indizio della volontà di dimettersi perfino nei lavori di ristrutturazione dell'ex convento delle suore di clausura in corso nei giardini vaticani: perché è lì che Benedetto XVI andrà a vivere da «ex Papa», dividendosi col palazzo sul lago di Castel Gandolfo, sui colli a sud di Roma.
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L' Osservatore romano scrive che aveva deciso da mesi, dall'ultimo viaggio in Messico. Ma è difficile capire quando l'intenzione, quasi la tentazione di farsi da parte sia diventata volontà e determinazione di compiere un gesto che «per il bene della Chiesa», nel breve periodo non può non sollevare soprattutto domande; e mostrare un Vaticano acefalo e delegittimato nella sua catena di comando ma soprattutto nel suo primato morale: proprio perché di tutto questo Benedetto XVI è stato l'emblema e il garante. «Il Papa continua a scrivere, a studiare. È in salute, sta bene», ripetono quanti hanno contatti con lui e la sua cerchia. «Non è vero che sia malato: stava preparando una nuova enciclica». Dunque, la traccia della malattia sarebbe fuorviante.
Smonta anche il precedente delle lettere riservate preparate segretamente da Giovanni Paolo II nel 1989 e nel 1994, nelle quali offriva le proprie dimissioni in caso di malattia gravissima o di condizioni che gli rendessero impossibile «fare il Papa» in modo adeguato. Ma l'assenza di motivi di salute rende le domande più incalzanti. E ripropone l'unicità del passo indietro. Il gesuita statunitense Thomas Reese calcola che nella storia siano state ipotizzate le dimissioni di una decina di pontefici. Ma fa notare che in generale i papi moderni hanno sempre scartato questa possibilità. Eppure, gli scritti di Ratzinger non hanno mai eluso il problema, anzi: lentamente affiora la realtà di un progetto accarezzato da tempo. «I due Georg sapevano», si dice adesso, alludendo al fratello Georg Ratzinger e a Georg Gänswein, segretario particolare del pontefice.
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Forse, però, colpisce di più che fosse all'oscuro di tutto il cardinale Angelo Sodano, ex segretario di Stato e numero uno del Collegio Cardinalizio; e con lui altre «eminenze», che parlano di «fulmine a ciel sereno». È come se perfino in queste ore si intravedesse una singolare struttura tribale, che ha dominato la vita di Curia con amicizie e ostilità talmente radicate da essere immuni a qualunque richiamo all'unità del pontefice. Sotto voce, si parla del contenuto «sconvolgente» del rapporto segreto che tre cardinali anziani hanno consegnato nei mesi scorsi a proposito di Vatileaks, la fuga di notizie riservate per la quale è stato incriminato e condannato solo il maggiordomo papale, Paolo Gabriele. Si fa notare che da oltre otto mesi lo Ior, l'Istituto per le opere di religione considerato «la banca del Papa», è senza presidente dopo la sfiducia a Ettore Gotti Tedeschi. Rimane l'eco intermittente dello scandalo dei preti pedofili, che pure il pontefice ha affrontato a costo di scontrarsi con una cultura del segreto ancora diffusa negli ambienti vaticani.
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E continuano a spuntare «buchi» di bilancio a carico di istituti cattolici, dopo la presunta truffa milionaria a danno dei Salesiani: un episodio imbarazzante per il quale il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, ha inutilmente cercato la solidarietà e la comprensione della magistratura italiana. È questa eredità di inimicizie, protagonismi, lotta fra correnti, faide economiche con risvolti giudiziari che sembra aver pesato più di quanto si immaginasse sulle spalle infragilite di Benedetto XVI. È come se avesse interiorizzato la «malattia» della crisi vaticana di credibilità, irrisolta e apparentemente irrisolvibile. Conferma il ministro Andrea Riccardi, che lo conosce bene: «Ha trovato difficoltà e resistenze più grandi di quelle che crediamo. E non ha trovato più la forza per contrastarle e portare il peso del suo ministero. Bisogna chiedersi perché».
Ma nel momento in cui decide di dimettersi da Papa, Benedetto XVI infrange un tabù plurisecolare, quasi teologico. Fa capire alla nomenklatura vaticana che nessuno è insostituibile: nemmeno l'uomo che siede sulla «Cattedra di Pietro». E apre la porta a una potenziale ondata di dimissioni. Soprattutto, addita al Conclave la drammaticità della situazione della Chiesa. Dà indirettamente ragione a quegli episcopati mondiali, in particolare occidentali, che da mesi osservano la Roma papale come un nido di conflitti e manovre fra cordate che da tempo pensano solo alla successione. L'annuncio delle dimissioni avviene in coincidenza con l'anniversario dei Patti lateranensi; e nel bel mezzo di una campagna elettorale: al punto che ieri alcuni leader si chiedevano se interrompere per un giorno i comizi. Ma già si guarda avanti. Bertone ha chiesto di incontrare per una decina di minuti il capo dello Stato Giorgio Napolitano prima della festa in ambasciata di oggi pomeriggio. E il «toto-Papa» impazza, con le scommesse fuorvianti sull'«italiano» o il «non italiano». Stavolta, in realtà, sarà un Conclave diverso. Il sacrificio di Benedetto XVI, per quanto controverso, mette tutti davanti a responsabilità ineludibili.