mercredi, février 06, 2013

Bilancio UE l' Italia trema

http://www.lettera43.it/economia/macro/bilancio-ue-l-italia-trema_4367582889.htm


VERTICE DI BRUXELLES

Bilancio Ue, l'Italia trema

Dal 2007, il nostro Paese ha avuto un saldo negativo di 22 miliardi.
Che rischia di aumentare ancora.

L'Italia rischia di tornare con le ossa rotte da Bruxelles. Alla vigilia del vertice sul bilancio Ue 2014-2020, sono ancora molto distanti le posizioni dei Paesi membri sul negoziato già fallito lo scorso novembre.
Il premier uscente Mario Monti, sottolineando che l'Italia è diventata il primo contributore nel 2011, ha chiesto un accordo «più trasparente ed equo», ma deve vedersela coi poteri forti rappresentati da Germania e Gran Bretagna, che guidano il fronte dei tagli.
SALDO NEGATIVO DAL 2007. Trovare l'intesa non sarà facile e sulle spalle del nostro Paese rischia di gravare un peso maggiore di quello già sostenuto fino ad oggi: un saldo negativo di 22 miliardi di euro tra impegni e spese negli ultimi cinque anni.
Dal 2007 al 2011 l'Italia ha lasciato in Europa questa somma, che corrisponde più o meno al gettito atteso dall'Imu.
Si tratta di 2 miliardi in meno della Francia, che però ha un reddito nazionale superiore di un quarto al nostro, e di 5 miliardi in meno rispetto al Regno Unito (che ha un Pil maggiore del 10%).
ACCORDO IN EXTREMIS NEL 2005. Nel 2005 Roma riuscì a strappare all'ultimo 1,4 miliardi per i «Fondi strutturali» (investimenti per le aree più svantaggiate) e altri 500 milioni per lo sviluppo rurale.
E anche oggi Italia e Francia vogliono fondi in più per agricoltura e sviluppo, mentre sul fronte opposto Danimarca e Austria difendono i loro sconti e Paesi più poveri dell'Est, come Slovenia e Ungheria, protestano per la ripartizione dei fondi di coesione.

Saldo sempre più grave per l'Italia: dai 2 mld del 2007 ai 5,9 del 2011

L'Italia rischia però di rimanere sempre più isolata, come insegna il comportamento in passato degli altri Paesi nei nostri confronti.
Come ricorda il Corriere della Sera, l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy e l'ex premier britannico Tony Blair chiedevano di spendere di più nella ricerca, nell'innovazione, nella «competitività» e meno nei programmi di assistenza o di conservazione dell'esistente.
Ma poi Parigi e Londra hanno pensato solo a tutelare i fondi a loro disposizione.
Intanto, i governi italiani di Romano Prodi e poi (dal maggio 2008) di Silvio Berlusconi si sono visti raddoppiare in un anno il conto di Bruxelles.
ESCALATION IN CINQUE ANNI. Nel 2007 il «saldo operativo» tra versamenti (escluse le spese per l'amministrazione) e fondi provenienti dalla Ue, era ancora fermo a 2 miliardi di euro. Meno della Germania (7,4), della Francia (2,9) e del Regno Unito (4,1).
Ma nel 2008, anno di esplosione della crisi, Roma è volata al secondo posto della classifica dei «contributori netti» della Ue. Il «saldo operativo» ha toccato 4,1 miliardi di euro, dietro la Germania (8,7) e davanti a Francia (3,8) oltre a Olanda (2,6) e Regno Unito (0,8).
E nei tre anni successivi, il «saldo operativo» è salito a 5 miliardi nel 2009, 4,5 miliardi nel 2010, fino a 5,9 miliardi del 2011.
PERDITA CONTINUA PER L'ITALIA. Dal 2008 al 2011 i contributi sono aumentati di altri 900 milioni, toccando quota 16 miliardi nel 2011. Gli incassi europei invece sono scesi dagli 11,3 miliardi del 2007 ai 9,5 miliardi del 2011.
Nella sostanza, l'Italia è andata sempre più in perdita. In vista del summit del 7 febbraio a Bruxelles, dunque, le parole ottimiste di vertici Ue vanno prese con le pinze, perché il risultato finale può essere, ancora una volta, molto doloroso.
Mercoledì, 06 Febbraio 2013

vendredi, février 01, 2013

Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla

 

Santander cedette Antonveneta a Monte Paschi prima di acquisirla

 

Esclusivo: Botin rifilò Antonveneta a Siena prima di averla comprata. Aggiudicandosi Abn senza aumento di capitale.

 

Lettera43.t   01/03/2013   di Marco Mostallino

Banco Santander e Monte dei Paschi non avevano i soldi per acquistare nel 2007 Antonveneta: entrambi dovettero così ricorrere a una serie di operazioni a rischio per finanziare un azzardo pianificato, avvenuto nell'ambito della più grossa compravendita di un istituto di credito, il controllo da parte degli spagnoli e dei loro soci del colosso olandese Abn Amro, che da circa un anno aveva in mano la maggioranza azionaria di Antonveneta.


L'AFFARE SANTANDER-MPS.

 Secondo quanto Lettera43.it è in grado di rivelare, quando Santander concluse l'affare con Mps (l'8 novembre 2007), in realtà non aveva ancora comprato Antonveneta e mai la comprò davvero, se non per qualche ora e senza versare nulla: non aveva pagato un centesimo, si era solo impegnata con Abn e cedette così a Rocca Salimbeni qualcosa che ancora non era suo. Un immenso scaricabarile.


IL PACCHETTO ABN: 71 MLD.

 La prova che il rischio di questo mega acquisto fu rovesciato sin dall'inizio sui cittadini e sui governi è nelle carte di Santander, Mps e Antonveneta, dove sono raccontati passo dopo passo i dettagli del passaggio di un folle gioco di promesse di vendita futura da 71 miliardi di euro: cioè l'importo - ma solo nominale, perché nessuno aveva i quattrini veri - dell'acquisto del gruppo Abn da parte della cordata composta da Santander, Royal Bank of Scotland e Fortis, un gruppo assicurativo olandese, dissanguatosi - come Scotland, poi salvata dal governo britannico - in una scalata avvenuta senza soldi e, infine, soccorso dal governo de L'Aja.

L'Opa su Abn costò a Santander quasi 20 mld

L'8 ottobre del 2007 Santander, Scotland e Fortis diedero il lieto annuncio: l'Opa su Abn, lanciata nel maggio dello stesso anno, era andata a buon fine e la cassaforte olandese era nelle loro mani. Sì, presto ma non immediatamente. Infatti l'accordo con gli azionisti di Abn fu concluso, ma i pagamenti e i passaggi di azioni erano di là da venire.
L'importo dell'operazione era mostruoso: 71,1 miliardi di euro, il 27,9% del quale ricadde sulle spalle di Santander che, in cambio, prese le ricche banche sudamericane controllate da Abn, l'italiana Antonveneta e le finanziarie olandesi Interbank e Dmc. Costo totale per gli spagnoli - si legge nella relazione trimestrale fino al 31 marzo 2007, certificata da Deloitte Madrid - 19,9 miliardi di euro.


LE DATE CHE NON TORNANO.

 E già qui c'è una prima stranezza: come faceva la trimestrale di marzo a descrivere nei dettagli un'operazione del 29 maggio (il lancio dell'Opa)? Formalmente è tutto in regola, perché i revisori di Deloitte apposero come data del controllo quella del 22 giugno. Tanto che la relazione della banca inserì l'operazione in trimestrale come «fatto avvenuto dopo il 31 marzo».
Ma a essere ancor meno chiaro è come Santander pagò i suoi obblighi verso gli azionisti di Abn. Così nella trimestrale (pagina 13 della versione in inglese, anch'essa certificata da Deloitte per testo e traduzione) si legge che Santander prevedeva di reperire intanto 9 miliardi con un aumento di capitale, mediante sottoscrizioni ma anche in parte legato a non meglio specificati «strumenti convertibili in azioni».


L'EMISSIONE DEI VALORES SANTANDER. 

Di cosa si trattava in realtà gli spagnoli lo scoprirono amaramente in seguito: sono i Valores Santander, obbligazioni spazzatura simili ai bond Parmalat, venduti a 13 euro e precipitati poi a 2 euro, piazzati a oltre 100 mila piccoli e medi risparmiatori, per lo più clienti del banco, e ora al centro di innumerevoli cause giudiziarie a Madrid.
Nove miliardi - teorici - previsti dal futuro aumento di capitale in varie forme, dunque. Ma mancavano ancora circa 10 miliardi per saldare il conto. Derubricate, sempre genericamente, a «operazioni di bilancio» e di «vendita di asset».


LA CESSIONE DELLE AZIONI SANPAOLO. 

Ma la relazione dava anche una buona notizia: Santander aveva venduto le sue azioni di Intesa Sanpaolo (1,79% del capitale) a un prezzo pari a 1,2 miliardi di euro, ottenendo - rispetto al prezzo di acquisto - un «guadagno approssimativo di 566 milioni di euro per il gruppo».
Però non bastava. Perché, a parte questi denari, il resto era tutto teorico. Non esistevano ancora le risorse per acquisire la quota di Abn che conteneva Antonveneta. Così, a giugno, partì la prima emissione dei Valores, titoli spazzatura che tuttavia fruttarono a Santander la bellezza di 7 miliardi. Però per saldare il conto ne mancavano ancora 12, e nella trimestrale non era chiaro da dove sarebbero arrivati.


LA TRATTATIVA SIENA. 

Tra operazioni di bilancio, piccole vendite e partite di giro, si giunse alla trattativa con Monte dei Paschi, interessata pare ad Antonveneta. E Santander, che prima intendeva aggredire il mercato italiano con la banca veneta (settima in Italia), invece la vendette. E diede l'annuncio ai mercati con una lettera del presidente Emilio Botin agli azionisti (leggi il pdf).
Era l'8 novembre del 2007 e il semplice comunicato scosse la Borsa di Madrid: le azioni di Santander ebbero il loro massimo rialzo nella storia del listino (3,88%) e il volume negoziato in un giorno fu pari a 2,4 miliardi di euro, il doppio del record precedente.

Con l'offerta di Rocca Salimbeni Botin evitò la ricapitalizzazione

Nella lettera agli azionisti, Botin scrisse che Antonveneta, pagata 6,6 miliardi, «avrebbe rappresentato un interessante primo passo per entrare nel mercato italiano». Invece, guarda un po', nel giro di poche settimane Santander cambiò idea perché scoprì che il posizionamento di Antonveneta non era tale da permettere di stare nel mercato italiano senza altri «consistenti investimenti».
Basta spender soldi, diceva in sostanza Botin, era il momento di incassare. Anche se in verità nulla fu speso per davvero.


MPS OFFRE 9 MLD.

 Allora il presidente spiegò che il gruppo aveva deciso di accettare «l'offerta di Monte dei Paschi di Siena per acquistare Antonveneta a un prezzo di 9 mila milioni di euro (9 miliardi), cifra significativamente superiore ai 6.600 milioni di euro con cui abbiamo valutato il gruppo Antonveneta nell'ambito dell'Opa su Abn Amro».
Sì, «valutato» e non pagato, perché in quel momento Santander non aveva ancora speso un euro: Antonveneta restava in mano ad Abn fino al perfezionamento dell'intesa e al pagamento. Pagamento che non avvenne mai.


LO «SCONTO» SU ABN. 

Nella sua lettera infatti Botin spiegava agli azionisti che il provvidenziale intervento italiano avrebbe permesso di «diminuire l'importo totale dell'acquisto delle attività di Abn Ambro, dai 20 miliardi inizialmente previsti a 11 miliardi di euro». E, punto secondo, di «lasciare senza effetto, perché non necessario, l'aumento di capitale per 4 miliardi che avevamo previsto».
Mentre, spiegava ancora il presidente, Santander si teneva le banche brasiliane e le finanziarie al consumo olandesi, perché considerate preziose.


L'ORIGINE DEI TREMONTI BOND. 

In sostanza, nella spartizione con Fortis e Scotland, Santander si era dovuta ingoiare anche Antonveneta che tuttavia non le interessava. E così, nel giro di appena una notte, aveva trovato la soluzione con Mps: scaricare quel peso da circa 9 miliardi sulle spalle dei risparmiatori italiani e del governo di Roma, che poi sarebbe intervenuto a salvare Monte Paschi con i Tremonti bond. Quindi, per gli spagnoli, Antonveneta uscì subito dall'affare, perché Monte Paschi si impegnò a comprarla senza che Santander dovesse un euro agli azionisti di Abn.


L'OPERAZIONE SOSPESA. 

Ma nemmeno i senesi avevano 9 miliardi, poi divenuti 10 con oneri vari, per concludere l'operazione con gli spagnoli. Che infatti restò sospesa per molti mesi e venne perfezionata solo (confermarono le agenzie spagnole all'epoca, un po' trascurate in Italia) il 30 maggio del 2008. Quando ormai Santander aveva messo sul mercato 7 miliardi dei suoi Valores di scarso o nullo valore e anche Mps aveva fatto la sua provvista vendendo a sua volta obbligazioni ai risparmiatori.


L'EMISSIONE DI BOND DEL 2008. 

Il 26 marzo 2008, per esempio, Monte Paschi lanciò la sua 22esima emissione di «obbligazioni set up/step down», al prezzo di 50 euro ciascuna e per un valore complessivo di 35 milioni. Con un dettaglio che non è un dettaglio: il collocamento, spiegava la nota informativa agli investitori, era affidato guarda un po' ad Antonveneta, che ancora non era stata comprata da Mps (l'accordo, ricordiamo, venne concluso solo il 30 maggio).


IL CONFLITTO DI INTERESSI. 

In sostanza, Mps affidò ad Antonveneta il compito di fare un po' di provvista per il suo stesso acquisto, la incaricò di cannibalizzarsi. E informò, per obbligo di legge, che l'operazione era «a rischio di conflitti di interesse del soggetto incaricato del collocamento», poiché - si legge ancora nel prospetto di Mps - «in data 8 novembre 2007 l'emittente ha comunicato di aver raggiunto un accordo con Banco Santander» in base al quale «Santander, non appena avrà completato l'acquisizione di Antonveneta in corso con Abn Amro, ne cederà l'intero capitale a Mps al prezzo di 9 miliardi di euro».


I TITOLI TOSSICI. 

Cifra che la banca senese reperì con aumenti di capitale, «cessione di asset ed emissione di strumenti di debito» tra i quali i «subordinati», ancora bond considerati tossici, emessi sia da Mps sia da Santander per scaricare il rischio sui piccoli investitori.
Tra titoli tossici, soldi fantasma e promesse di vendita di banche non proprie, non stupisce il commento che Franciso Gonzales, presidente del secondo gruppo bancario spagnolo Bbva, fece alla notizia della vendita di Antonveneta da parte di di Santander. «A me», disse, «la notte piace poter dormire...».

Venerdì, 01 Febbraio 2013

 

Ingroia: "Uso politico delle intercettazioni"


Ingroia: "Uso politico delle intercettazioni"
L'ex procuratore aggiunto di Palermo, negli studi di Omnibus su La7, ammette l'esistenza di toghe politicizzate. E spiega: "Ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruolo"
Domenico Ferrara - Ven, 01/02/2013 - 10:29   ilgiornale.it

"Sì, è vero. È stato fatto un uso politico delle intercettazioni, ma questo è stato l’effetto relativo, la causa è che non si è mai fatta pulizia nel mondo della politica".

Un'ammissione in piena regola fatta negli studi di La7 dall'ex procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia.
Che sostanzialmente ha confermato l'esistenza (per non dire l'appartenenza) di toghe politicizzate. Il leader di Rivoluzione civile ha spiegato meglio il suo pensiero: "Se fosse stata pulizia, non ci sarebbero state inchieste così clamorose e non ci sarebbe state intercettazioni utilizzate per uso politico".
L’ex pm ha poi affermato che "ogni magistrato ha un suo tasso di politicità nel modo in cui interpreta il suo ruoloSi può interpretare la legge in modo più o meno estensiva, più o meno garantista altrimenti non si spiegherebbero tante oscillazione dei giudici nelle decisioni. Ogni giudice dovrebbe essere imparziale rispetto alle parti il che non significa essere neutrale rispetto ai valori o agli ideali, c’è e c’è sempre stata una magistratura conservatrice e una progressista". Guai a utilizzare il termine toga rossa però, perché"mi offendo, per il significato deteriore che questo termine ha avuto", ha aggiunto Ingroia. 
Ma il magistrato siciliano è tornato a parlare anche del caso delle intercettazioni sul Colle e della decisione della Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione, rivendicando la legittimità del suo operato. "È stata una sconfitta della Costituzione repubblicana e del rapporto dell’equilibro fra i poteri, perché è stato incrementato lo statuto delle prerogative del Capo dello Stato a discapito del potere giudiziario. Non ho avuto torto: la Consulta mi ha dato torto, ma io ho ragione".
Insomma, anche quella della Consulta sarebbe stata una decisione politica. Ma"intendiamoci, non nel modo in cui lo direbbe Berlusconi, però ogni interpretazione di diritto e Costituzione ha un suo tasso di politicità. In questo caso, non c’è dubbio che il codice di procedura penale prevedeva la procedura seguita dalla Procura di Palermo. Per la Consulta bisognava seguirne un’altra e scegliendo è prevalsa quella politica, detto tra virgolette, di circondare il Capo dello Stato di maggiori garanzie di quanto fosse previsto fino a prima di questa sentenza", ha precisato Ingroia.
Che infine ha commentato così le critiche che hanno accompagnato la sua entrata in politica: "Mi rendo conto che la mia scelta avrebbe determinato polemiche, anche interne alla magistratura, ma ho fatto un ragionamento politico che sapevo mi avrebbe esposto anche a questo tipo di rischi. Nel calcolo costi-benefici ho ritenuto fossero maggiori i benefici. L’Italia aveva bisogno, e mi scuso se
può sembrare autogratificante, che una parte del Paese venisse rappresentata"
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mercredi, novembre 14, 2012

Entrevista con Antonio Baños: "Estamos viviendo la revolución de los ricos"

Entrevista con Antonio Baños: "Estamos viviendo la

revolución de los ricos"

 

El periodista y escritor publica ’Posteconomía. Hacia un capitalismo feudal’, un ensayo humorístico sobre lo que puede pasar si no hay resistencia ante la "dictadura" económica.

Artículos de Opinión | Héctor Juanatey Ferreiro | 03-11-2012 |  facebook yahoo twitter

"La economía ha reventado, ha agotado sus fuerzas, y con tanto trajín es incapaz de explicar la porción de realidad que se le había asignado". El escritor y periodista Antonio Baños (Barcelona, 1967) describe en su último libro, ’Posteconomía. Hacia un capitalismo feudal’, la muerte de la economía tal y como la conocíamos hasta ahora. Una economía que, pese al paso del tiempo, retrasa en lugar de avanzar y retrotrae a la sociedad a una época pasada. Baños la llama Nueva Edad Media (NEM): "Se trata de describir un paisaje que nos sirva para comprender el nuevo mundo que se está conformando ante nuestros ojos. Una sociedad señorial, basada en estamentos más que en clases. Profundamente dogmática, [...] una sociedad creyente en una teocracia econócrata, donde el beneficio, el fantasmagórico crecimiento, la veloz circulación de dinero y el eterno aumento de beneficios sean los mandamientos sagrados. Un mundo en el que la academia abandone su lugar crítico para adoptar el papel de respaldo intelectual de las élites, como hiciera la Iglesia en su día".

¿Qué es la posteconomía?

Es lo que viene después de la economía que hemos conocido hasta ahora, una ciencia social que tenía unos instrumentos de análisis, un discurso, una concepción del mundo y una doble función: la normativa para describir el mundo y la prescriptiva para cambiarlo. Era una ciencia como cualquier otra, más o menos pomposa o irritante, pero servía para cambiar las cosas. Pues ahora ha colapsado. Los economistas ya no saben prever qué es lo que va a ocurrir. Ni siquiera saben describir los fenómenos que pasan mucho y mucho menos controlarlos. La economía ya no puede retratar el mundo que propone. Ha sido superada por los acontecimientos y por ella. Se convierte entonces en posteconomía. Lo que hace es dictar a la gente. Les dice lo que es posible lo que no. Les indica cómo vivir. Antes te decía: “No, no, deberíamos hacer esto por una serie de motivos racionales”. Ahora te dice: “Hay que hacer esto. ¿Por qué? Porque soy la posteconomía”. Es el paso de la ciencia social a la teología. Yo lo llamo la muerte de la economía.

En el libro la define como una dictadura teocrática. ¿Cuál sería el dios?

Ellos mismos. El problema es que un dios cristiano te putea pero luego al menos te deja ir al paraíso. Este te putea y ya. Luego solo hay muerte, no te ofrece ninguna redención. Esta teología es como un pastor de ovejas. Te marca los límites, acota la realidad, lo posible. A mí me llama la atención esa frase que utilizan muchos economistas y políticos: “Esto es inimaginable”. Es muy bestia esa palabra. ¿Cómo que inimaginable? Define muy bien a estos nuevos sacerdotes posteconómicos. Ellos determinan no solo lo que se puede vivir, sino ya lo que se puede imaginar. Por eso son sacerdotes, sobre todo porque no dan explicaciones. Simplemente debes hacerlo. Es igual que otra de las frases rectoras de la crisis: “Hay que hacer los deberes”. ¿Qué deberes? ¿Quién me los ha puesto? ¿Quién pone la nota? ¿Puedo copiar? “No no. Obedece y calla”.

Eso de arrimar el hombro.

Es el discurso propositivo. La barbaridad esta de reinventarse. “Si estás mal, la culpa no es del sistema, es tuya que estás mal adaptado”. Reinvéntate y adáptate mejor. Es el castigo del pensamiento positivo, justo lo contrario al pensamiento crítico. Yo no tengo que cambiar. El sistema es injusto, es él el que debe cambiar. Son todo formas teológicas, sin argumentos detrás. Has de arrimar el hombro, no criticar. “Con la que está cayendo y te pones a criticar en lugar de remar con los demás”. Son todo metáforas contra las que no puedes apelar. ¿Tengo que remar yo en las galeras? Allí todos remaban juntos y no era muy bueno... ¿Me van a pagar por remar? ¿Podré levantarme si no me gusta el lugar al que nos dirigimos?

Habla de “ellos”. Una expresión que se parece a esa de “los mercados”. ¿Quienes son ellos?

Juego un poco a eso. ¿Ellos? Son los malos. Como se niegan a definirse, yo hago lo mismo. El otro día leí, por ejemplo, una noticia que decía: “Los empresarios exigen a Hollande...” Pero, ¿quienes son? ¿Quién les ha dado autoridad? El hecho de que tengas la Renault no te debe dar autoridad para decidir el rumbo de una República. Ellos mismos se definen de forma nebulosa.

La soberanía ha pasado a ser económica y empresarial.

Es el capitalismo feudal. Pero siempre ha sido así. Los ricos son los que han hecho las leyes. Pero al menos antes hacían leyes. Gobernaban y tenían la decencia de hacer leyes. Ahora se las saltan, les da igual. Es un paso más del autoritarismo. No necesitan la carcasa de una democracia burguesa y parlamentaria. Ya ni siquiera necesitan el lobby sobre la política, ¡son los mismos políticos! El mito de la puerta giratoria: el político que se va de la política y luego asesora a Endesa, o el tipo de Lehman Brothers que ahora es ministro de Economía. La ficción del millonario en la sombra ha desaparecido. Ya tocan el poder. Se sienten tan poderosos que ya no necesitan ni esconderse tras formalidades democráticas. “Mandamos y ya. Obedece. Se acabó lo de poner partidos”.

En uno de los capítulos recuerda una frase de Nancy Pelosi, expresidenta de la Cámara de Representantes de EEUU: “La fiesta se ha acabado” ¿Cómo será la resaca?

Lo peor es que ni nos han invitado a la fiesta. Yo no estuve en el yate, ¿por qué tengo que recoger los platos? “Vomito yo, limpias tú”. 

Pero Pelosi se refería a Lehman Brothers.

Sí, pero en el libro recuerdo también otra frase parecida, pero del lado contrario. De Isak Andic, el fundador de Mango: “Los derechos se han acabado. La fiesta se ha terminado y hay que pagarla”. Es obsceno hablar de la fiesta. ¡La gente está empezando a suicidarse!

Escribe sobre el manifiesto que firmaron en su día economistas de la Sorbona, que defendían que la economía debía centrarse en las personas y ya no lo hacía. Se puede relacionar con lo que ha sucedido aquí en España con las cajas de ahorros. ¿Cómo se puede traer a la economía de vuelta?

En la Sorbona lo llamaban la economía postautista. ¿Cómo traerla de vuelta? Metiéndole de nuevo moral a los actos económicos. Antes de la invención de la economía, había cosas que eran pecado, como la usura. Hay cosas que son inmorales. Pero ahora parece que cualquier cosa que dé beneficios deja de ser inmoral, porque el beneficio en sí mismo es un bien por encima de todo. Eso es lo que defiende el capitalismo. Hasta aquí hemos llegado. La manera más eficaz de traerla de vuelta es volver a meterle moral. Hay intercambios que no se pueden hacer, mercados que no pueden existir. Por ejemplo, no puede existir un mercado global sobre las materias primas. No digo regularlo, directamente no puede existir.

Pero, ¿quién será el que establezca esa moral?

Se trata de una moral natural. Es cierto que va un poco a contracorriente. Si ya el derecho a la vida se pasa por el forro, si ya cuando no tienes un papel de residencia puedes morirte en la calle... Imagínate moralizar las prácticas económicas. Hablo de una cierta moral natural. No se puede hacer algo que por un beneficio proporcione unos daños irreparables a terceros. No se puede matar a nadie para ganar dinero, es un asesinato. Hay que reeditar la idea de moral. Es lo que decía el manifiesto de la Sorbona y la llamada economía crítica: no puedes hacer economía sin historia, sin sociología. Y no se puede hacer economía sin ética.

¿Deberían los bancos hacer frente a una responsabilidad penal en el tema de los suicidios por desahucios?

La culpa penal la tienen ya antes del suicidio. Aunque sin leyes explícitas en ese sentido no sé qué se podrá hacer. Como decía antes, la usura había sido pecado hasta 1830. Pues que vuelva a ser pecado. No se puede exigir a una persona que no puede pagar su deuda, que haga frente a más deudas y además se le eche de casa para que esta pase a un banco malo. Es que además todo esto está en el artículo 47 de la Constitución: derecho a una vivienda digna. Si se cumpliera, no habría que tocar una coma en ningún sitio. Bastaría con que la Policía, en lugar de ir hacia dónde va, se diese la vuelta y fuera en la otra dirección. Es decir, en lugar de ir del banco a la casa, fuese de la casa al banquero. Pero no lo va a hacer ni se la espera. No sé como pueden dormir tranquilos después de los desahucios.

¿Se ha vivido realmente por encima de nuestras posibilidades?

Técnicamente no se puede vivir por encima de posibilidades que no tienes. Es una frase muy fea e insultante. Lo que pasó es que nos hicieron creer cosas que no eran verdad. “Nadie te obligó a coger aquella hipoteca”, insisten. Eso es mentira porque nadie me obligó tampoco a amputarme el pie. Fue el médico el que me lo dijo. Yo no reconozco al médico como un igual, sino como una autoridad. Yo fui al banco no a tratarlo como un igual, sino pensando que era una autoridad en la materia. Confié en su honestidad, en que trabajaban por mi bien, por el cliente. El fraude no es tuyo por haberte endeudado de más, es del banco por haberte mentido y engañado. Si hemos vivido por encima de lo que podíamos pagar ha sido porque alguien nos dijo que no pasaba nada. No es que haya una culpa colectiva. Luego vale, sí es verdad que surgió un poco eso de ver quién tenía el Audi más grande... Pero son derivados. Era el banco el que no debía dar créditos si no ibas a poder pagarlos. O decirle a aquella jubilada ciega de Galicia que no invirtiera en eso. Pero no lo hicieron. La culpa no es de ella, sino de la persona que engañó. Es como si un médico te quita un riñón y te dice que no pasa nada, que aún tienes otro. Es mala praxis y se le metería un puro. Todavía estoy esperando a que metan a alguien en la cárcel. Y no solo a un banquero, también a un bancario.

¿Pasará?

Igual de aquí a unos años meten a alguien en la cárcel si la cosa se caldea demasiado. Pero a toro pasado y solo para enfriar una posible agitación social.

Ha escrito el libro sin gráficos, datos. De hecho, dice que debe tomarse como una especulación. ¿El objetivo es despertar el pensamiento crítico?

La idea es rescatar la economía o el pensamiento económico de los economistas ortodoxos o postcapitalistas. Lo tienen todo cerrado en la oscuridad. A partir del dato, la gráfica, la palabra técnica o la metáfora interesada, han secuestrado la realidad económica. Solamente ellos la gestionan, la interpretan, la transmiten. La idea que tenía era la de no usar sus armas. Si uso gráficas estaría utilizando las armas del enemigo. Los gráficos los generan ellos y solo les interesan a ellos. Quería sustituirlos por un lenguaje cómico y metáforas nuevas.

¿Hace falta más humor para sobrellevar esto?

Yo siempre que alguien en una discusión dice eso de “venga, seamos serios”, cojo y me voy. Si un argumento aguanta la broma es que no es válido. Como el lenguaje económico siempre es serio quiere decir que es falso. Si no se puede someter al humor es que se vende mal. Si alguien no puede explicar algo de forma que lo entiendas, es que no es verdad. Todas las verdades se pueden explicar de forma comprensible. Lo del humor es precisamente porque es lo contrario que se espera de los economistas. Y también un poco por recuperar la temática económica para el cachondeo. Hay que darse cuenta de que la economía también es nuestra.

Cito un fragmento de su libro: “Como Norma Desmond, una vieja gloria del cine mudo que fue desplazada por el sonoro, la economía ha empezado a delirar: crea modelos matemáticos cada vez menos realistas, imagina sistemas que nunca podrán aplicarse y se ensimisma hablando un extraño lenguaje que ni siquiera entre sus lunáticos fans es ya comprensible”. ¿Cuál es ahora el cine sonoro?

Esta posteconomía chillona. Todo es un show casi futbolístico. Parece que estemos escuchando Carrusel Deportivo: sube la prima, baja la prima... En el fondo se trata de intoxicar mediante superabundancia de mensajes.

“Hay un proyecto, quizá inconsciente, de manufacturar ciudadanos que no sean malos, pero sí tontos”. Un fragmento de una columna de Eduardo Mendoza que retoma en el libro.

Exacto, que sean sabios pero tontos. Miguel Brieva -ilustra la portada del libro- decía que cada vez le dan más espacio en los telediarios al tiempo. Pero es que hasta la información económica es meteorológica: la que está cayendo, las oleadas... E insisto, también tiene que ver con la información futbolística: a veces se gana, a veces se pierde, mal resultado, una prima que se puede remontar... Hay una mezcla perversa del lenguaje y de los mensajes. Se analiza absolutamente todo para que nada sea importante. Además está la educación en el entretenimiento. Hemos llegado al punto de ver un temporal, cambiar, ver la prima, cambiar, ver el fútbol, cambiar... Todo son colorines.

¿Y ahora mismo el mapa es solo de borrascas?

Sí, pero es que podemos ver un mapa del tiempo casi como si fuera la bolsa pero sin trascendencia. Son colorines, datos.

¿Vendrá algún anticiclón?

Tendría que llegar en forma de resistencia. Siempre ha habido ricos, pero es que siempre ha habido también resistencia a esos ricos. Y algunas muy poderosas y constantes. El movimiento obrero. Aparecía una realidad, aparecía una resistencia. Lo que ahora me da miedo es que la nueva realidad, infinitamente más opresiva, no ha generado una resistencia en proporción, sino una aún débil y un poco despistada.

¿Despistada?

Nos han despistado, mareado.

¿Nos hemos dejado despistar?

Hemos dejado que todo fuera banal. Antes de la crisis, si ibas a un bar y hablabas con alguien de política te echaban.

Pero eso sí ha cambiado.

Ojalá no sea solo una cuestión de trendy y que se haga solo porque ahora se lleva la política. Quiero decir que se había banalizado todo tanto que tu propia vida no tenía un sentido por sí misma, sino según la tendencia del momento. No había una preocupación real. Nos habían dicho que todo iría bien. No se puede culpar a la gente de que le han robado la educación, pero sí de no haber sabido transmitir los valores de la cultura de la resistencia, de desconfianza al poderoso. Llegó un momento en que el rico era el bueno.

En España está eso de la Cultura de la Transición (CT).

El término lo inventó Guillem Martínez, un amiguete. Es una idea muy chula. Después de la Guerra Civil se dijo: “Bueno, anulemos la política y disfrutemos, que venimos de una guerra”. ¿Para qué vas a pensar en justicia social si puedes comprarte un Audi? Entonces parecía razonable. ¿Voy a dedicarme al estudiar el marxismo si puedo estar en La Manga del Mar Menor? Lo peor es que les funcionó. Se instaló la exaltación del consenso, que parecía bueno pero significó el exilio absoluto del disenso. Si todos estaban de acuerdo más o menos en una cosa, como la cultura del consenso era tan extensa, se hacía. Ahora nos hace falta gente que diga que no, que disienta, que no pase.

¿Hay que ser intolerante a veces?

No debes tolerar que contigo hagan cosas que no deben. Si todo es consenso, falta disenso. Volvemos al pensamiento crítico. Y en España claro, como las ideologías trajeron la guerra, pues vamos a pasar de ellas.

¿Falta educación económica?

Más bien política. Yo vivo en un barrio en Sant Andreu que era muy obrero. Había un montón de ateneos obreros entonces para la autoeducación obrera. Lo que falta ahora es justamente eso: educación política y social. Eso que llamaban afectos, sentir que uno pertenece a una comunidad política. Esa es la cultura que falta también. Tú no eres Gandía Shore o Jersey Shore, eres el crío de un currante. Solo asumiendo eso nace la solidaridad entre asalariados, entre explotados, los verdaderos valores. La educación económica ya vendrá después. Al fin y al cabo, la economía consiste en que no te roben. Con eso ya vale.

Pero eso determina la existencia de un problema sistémico, que hay alguien que quiere robar.

Pero al menos así generas una resistencia. Te alías, creas un sindicato. 

Termina el libro al grito de “a-anti-anticapitalista”. ¿Qué sistema deberíamos tener que no fuese el capitalismo?

Justamente ese, el anticapitalismo. Caemos mucho en el error de pensar ya en otro sistema. Yo no quiero proponer otro sistema. Cuando te están pisando el cuello, lo que quieres es que te dejen de pisar el cuello. El problema es que todo lo anti está mal visto. “Has de ser pro”. Volvemos de nuevo a lo del disenso. Yo disiento del sistema y no tengo por qué proponer otra cosa, simplemente quiero que me dejen de pisar el cuello. Y luego ya hablaremos. En el libro pongo los ejemplos del antinazismo y del antiesclavismo. Cuando Europa estaba ocupada por los nazis a nadie se le ocurría preguntar qué otra cosa proponíamos en lugar de los nazis. No, había que acabar con el nazismo. Igual con el esclavismo. En algunos países, España por ejemplo, el esclavismo representaba el 50% del Producto Interior Bruto (PIB). ¿Te imaginas que alguien dijese ahora que no podemos poner fin a un sistema que representa la mitad del PIB? Entonces también se dijo que sería una ruina, pero había que eliminarlo. Luego ya encontraremos otras maneras de producir. Lo que pido es que el anticapitalismo no se reduzca al perro, a la flauta y a la rasta. Un señor de derechas y de misa diaria debería ser un anticapitalista. Lo mismo un liberal. Hasta un católico.

En la acampada del 15M había un cartel desde el principio que decía: “No somos antisistema, el sistema es antinosotros”.

Es que la revolución la están haciendo ellos. Ellos son los revolucionarios. Ellos han roto las reglas. Ellos se han cargado la democracia. Se han sentido fuertes. Ellos son la revolución, nosotros los reaccionarios. Estética e intuitivamente es raro porque todos creemos que la revolución ha de venir siempre del pueblo, pero ahora estamos viviendo la revolución de los ricos. Tienen el lenguaje, la épica y el entusiasmo de la revolución. Por eso son tan rápidos y tan fuertes. Se sienten revolución. Si ves declaraciones de brokers parece que viven en la Revolución Francesa. Sienten que están creando un mundo nuevo. Nos ha costado mucho entender ese paisaje. Antes pensábamos que era el obrero el que debía quitarle el Mercedes Benz al rico. Pues ahora resulta que el rico se baja de su Mercedes Benz, te roba el Opel Corsa y se va con los dos. Nunca pensamos que pasaría.

¿Qué mas debe pasar para que que se produzca el verdadero estallido social?

El escritor Montero Glez decía que solo había dos soluciones: huelga general o huelga general revolucionaria. ¿Qué tiene que pasar? Yo estoy ahora con el viejo adagio comunista de cuanto peor, mejor.

Pero, ¿qué sería peor que lo que ya hay?

No, no que estemos peor nosotros, sino que debemos crear un clima de empeoramiento, de tensión. Hay que romper algo. Es lo de la CT, como la mierda del consenso no te deja plantarte, hay que ser radical. Ahora es que llaman radical a un tío que se sienta y no se deja coger por un policía. Incluso va a ser delito. Si no hay cierto, y entiéndaseme bien, temor por parte de los dominantes, nunca aflojarán su dominio. Con temor me refiero a que deben temer por algo. No digo secuestrar a sus hijos... Porque básicamente no hay pisos para guardarlos [bromea]. Debemos hacer algo para que sientan que no va a ser fácil. Amenazarles con algo. Puede ser una huelga de consumo o hasta una desobediencia a ver la televisión. Pero que sientan que pueden perder algo en esta lucha.

¿Puede ser que la gente aún no salga a la calle por temor?

Es muy normal. ¿Estás tú dispuesto a chuparte unos meses de cárcel? ¿O a pagar una multa de 6000 euros? ¿Y yo? ¿Estoy dispuesto a hacerlo? Todos los movimientos revolucionarios han triunfado después de que miles de personas pasaran por la cárcel. Estaban dispuestos a ello. O a que les multaran, que les expulsaran de sus facultades.

A morir, incluso.

Mejor no ponerse dramáticos, pero sí, incluso dispuestos a morir. Se supone que en este siglo no pasará algo así. Pero sí pueden perder su trabajo. No hay que ir muy lejos ni ser tan heroico. Hace poco leí un artículo que analizaba cómo podíamos compaginar nuestra militancia con nuestro horario normal. El rollo ese de que las manifestaciones sean después de nuestros compromisos de gimnasio. No es culpa de nadie, es un clima normal, pero hay que resistir, sobrevivir. Y tenemos que empezar a pensar hasta dónde somos capaces de llegar para ello. Ver si estamos dispuestos a asumir autoinculpaciones, cajas de resistencia.

El otro día ya se dijo que habría una caja de resistencia para pagar las multas.

Es lo que hay que hacer. Y nos pegarán. Pero intentaremos que nos peguen por el lado en el que no está el hígado. O llevaremos cascos. No podemos decir eso de si nos pegan, no vamos. O si nos ponen multas, tampoco. Hay que entender que la exposición ha de ser física y personal porque eso acojona al que manda. Si tú no tienes miedo, ellos no tienen poder.

¿La reacción ha de ser pacífica o debe contener violencia?

Es que ellos ya consideran que un simple estornudo es violencia. Si lo que ellos llaman violento lo es, entonces sí hay que ser violento. ¡Mover una valla es radical y violento! Lo que sí es verdad es que una buena resistencia debe quebrar las leyes, ser ilegal. Debe acarrear exposición de vida y hacienda, que decían antiguamente.

¿Acabarán las cosas bien?

A largo plazo estaremos todos muertos, decía Keynes. Pero sí depende de nosotros, de la resistencia ahora. Todo lo que hemos perdido no lo vamos a recuperar tan fácilmente. La idea de que cuando pase la crisis, la sanidad volverá a ser pública... Olvidémoslo. Ni la educación será como antes. Ni siquiera habrá una socialdemocracia potente para hacerlo.

¿Habrá que rehacer el camino andado?

Es la historia de la lucha obrera. Idas, venidas, victorias, derrotas.

La lucha de clases.

Pero a saco. Militancia a tope. Lo que pasa es que ahora las clases son diferentes, ya no podemos hablar de burguesía y proletariado. Ahora el proletariado somos casi todos. Y la burguesía ya no es intermedia, son poderes muy complejos, el Estado mismo. Pero hay lucha de clases claro. En el libro recuerdo aquello que dijo el multimillonario Warren Buffett: “Claro que hay lucha de clases, la empezamos nosotros y vamos ganando”. Pues es verdad, ellos han empezado ahora. Y sí, van ganando.

Fuente: http://www.eldiario.es/economia/Ant...

L'unica rivoluzione possibile è quella dei ricchi, ma non la vogliono fare

14 novembre 2012

L'unica rivoluzione possibile è quella dei ricchi, ma non la vogliono fare

 

di   ilsole24ore.com  20121114


L'economia, come l'abbiamo conosciuta fin qui, ha fallito. Secoli di studi e applicazioni si sono sciolti come neve al sole di fronte ai problemi che stiamo vivendo da qualche anno; non sono stati capaci di fornire risposte, né tanto meno in questo periodo hanno saputo creare ricette per tirarci fuori dalla crisi. A pensarla così non sono solo i grillini e i giovani di Occupy, che partendo da Wall Street hanno contagiato tutto il mondo, ma anche numerosi economisti e pensatori con un largo seguito nei diversi Paesi.

Solo chi ha creato la crisi può risolverla 
Un esempio per tutti arriva dalla Spagna, uno dei Paesi dell'eurozona più colpiti dall'attuale crisi, dove in questi giorni si fa un gran parlare di "Posteconomia" e del suo autore, Antonio Baños. Il 45enne scrittore e giornalista di Barcellona non usa mezzi termine nell'esprimere le sue teorie (e questa probabilmente è una delle chiavi principali del successo del suo volume), a cominciare dal sottotitolo "Verso un capitalismo feudale". Un saggio che passa in rassegna i disastri provocati dal modello economico bancocentrico, che in Spagna hanno prodotto il record di disoccupati (uno su quattro) e la necessità di rivolgersi all'Europa per evitare il crack.

«L'economia è esplosa, ha esaurito la sua forza e non sa spiegarsi come tutto ciò sia potuto accadere», spiega Baños in uno dei passaggi più noti del volume, secondo il quale stiamo vivendo un'involuzione che rischia di portarci indietro nei secoli, ai tempi dei vassalli. Con la necessità di elemosinare i beni necessari per la sopravvivenza presso i ricchi, coloro cioè che hanno accumulato fortune tramite le rendite e la speculazione finanziaria. 

Come uscirne? In un mondo in cui sono gli stessi ricchi a fare le leggi, grazie alla forza delle lobby che li rappresentano nei luoghi decisionali, solo loro hanno il potere di cambiare le cose, sottolinea tra il serio e l'ironico l'autore. Resta da capire se ne hanno la voglia, e il pessimismo di Baños non lascia grandi speranze in merito, anche se vengono citati esempi virtuosi di super-ricchi, come il finanziere americano Warren Buffett, che ha chiesto una revisione della fiscalità generale ricordando che è ingiusto un sistema in cui la sua segretaria paga proporzionalmente più di lui secondo un modello basato sul premio al rischio di chi fa impresa (anche se solo finanziaria, come in questo caso). 

Gli altri guru dei movimenti contro le sperequazioni 
Baños non è l'unico a conquistare grandi fan con le sue teorie che predicano la rivoluzione del modello economico dominante. "Il prezzo della civiltà" è il titolo del best-seller lanciato in estate da Jeffrey Sachs, direttore dell'Istituto della Terra a Harvard, stabilmente collocato da Time nelle classifiche sui 100 uomini più influenti del pianeta. Senza cedere alle tentazioni massimaliste, Sachs lamenta che, ancor più della congiuntura economica negativa, a pesare in questa fase sono la «mancanza di rispetto, onestà e compassione nei confronti degli altri». Un volume che richiama il pensiero (tra gli altri) di Buddha e Aristotele per richiamare le élite politiche ed economiche affinché ritrovano il senso morale nel loro agire.

Tornano in auge i profeti no global 
Negli Stati Uniti è tornato di gran moda Noam Chomsky, già riferimento ideologico dei no global e autore del recente volume «Siamo il 99%» a indicare la sperequazione tra il ristretto numero di decisori dei destini altrui. Il professore universitario fa un parallelismo con l'altra grande crisi moderna, quella degli anni Trenta, ricordando che allora i disoccupati potevano aspettarsi di trovare un'altra occupazione in tempi ragionevoli, mentre oggi la prospettiva si fa sempre più difficile.

Per Chomsky le cause partono da lontano, dalla caduta del saggio di profitto nel settore manifatturiero durante gli anni Settanta, con un rafforzamento del trend nei decenni successivi, che non è stato contrastato in alcun modo dai politici. Anche in questo caso l'indice è puntato in primo luogo verso le banche, che hanno smesso di fare da intermediare sul credito con imprese e famiglie, per concentrarsi sul veloce accumulo della ricchezza tramite l'ingegneria finanziaria, che poi ha mostrato tutti i suoi limiti impoverendo centinaia di milioni di persone.

Molto ascoltata è anche Naomi Klein, 42enne giornalista e scrittrice canadese, che di recente ha aggiornato il suo famoso saggio "No Logo", che viene considerato il manifesto del movimento no-global ed è stato tradotto in 28 lingue, divenendo rapidamente un best-seller internazionale. Un volume che parte dall'analisi delle strategie costruite per creare i brand per poi approfondire l'evoluzione dell'economia verso sistemi di de-territorializzazione e fine della fisicità per i beni e le ricchezze. 

Preoccupazioni crescenti in Germania 
Il dibattito non risparmia nemmeno la Germania, il Paese europeo che più ha resistito finora ai venti della recessione. Tanto che un convegno a porte chiuse organizzato nei giorni scorsi dalla fondazione Hans-Böckler si è sviluppato intorno al quesito se a generare la crisi di oggi siano stata in primo luogo le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza.

Gli analisti presenti hanno concordato in prevalenza con questa tesi, di fatto rimettendo nel cassetto il credo del premio Nobel Robert Lukas, molto in voga fino a qualche anno fa, secondo il quale l'aumento dell'occupazione e l'aumento della produttività avrebbero portato a un aumento dei salari e a una distribuzione più equa dei redditi. Un automatismo del mercato che evidentemente non ha funzionato.


14 novembre 2012

jeudi, octobre 18, 2012

Lingue: la diversa sintassi ha origine biologica



Lingue: la diversa sintassi ha origine biologica



di Simone Regina   corriere.it    20121018

L’85%, italiano compreso, ha struttura 


soggetto-verbo-oggetto



«Cassano calcia il pallone». «Pirlo tira il rigore». Quante volte ci è capitato di ascoltare frasi del genere durante la cronaca di una partita di calcio? Diversi i giocatori coinvolti in campo e diverse le partite del campionato, ma l’ordine delle parole non cambia. Prima il soggetto, poi il verbo e infine il complemento oggetto. È questo, infatti, l’ordine delle parole tipico dell’italiano. Che, come l’inglese, il greco o l’indonesiano, nella costruzione delle frasi segue l’ordine denominato dagli esperti SVO, ossia soggetto-verbo-oggetto («il giocatore calcia il pallone»), a differenza di altre lingue, come il giapponese, il turco, il basco o il coreano, in cui l’oggetto è anteposto al verbo («il giocatore il pallone calcia»), denominate SOV.
EFFICACIA - Perché la struttura sintattica non è uguale in tutte le lingue del mondo? Ovvero, perché le circa 6 mila lingue parlate sul nostro pianeta non sono strutturalmente identiche? Ricercatori del Mit di Boston ritengono di poter spiegare queste differenze ricorrendo alla teoria dell’informazione elaborata da Claude Shannon negli anni Cinquanta. Sulla rivistaPsychological Science, Edward Gibson, docente di scienze cognitive al Massachusetts Institute of Technology, sostiene che il linguaggio umano sia un esempio di quello che Shannon chiamava un «canale rumoroso» e che le lingue, di conseguenza, avrebbero elaborato determinate regole, relative all’ordine delle parole, in modo da ridurre al minimo il rischio di errori nella comunicazione. Insomma, per non compromettere l’efficacia comunicativa. Secondo Shannon, infatti, l’efficacia di una comunicazione può essere compromessa da eventuali «rumori»: fattori del contesto che possono impedire al messaggio di arrivare correttamente il destinatario.
LO STUDIO – I ricercatori del dipartimento di scienze cognitive del Mit hanno chiesto a parlanti di madrelingua inglese (ordine SVO), giapponese e coreano (ordine SOV) di descrivere, a gesti, semplici azioni illustrate in alcuni video. Hanno riscontrato che, nel riprodurre il significato delle immagini attraverso i gesti, anche i parlanti inglese prima riproducono il complemento oggetto e poi illustrano l’azione, se questa è diretta verso un oggetto inanimato, come per esempio una bambina che calcia un pallone. In pratica, come era emerso già da studi precedenti, anche se in inglese il verbo in genere precede l’oggetto, i madrelingua inglesi utilizzano nella comunicazione non verbale l’ordine soggetto-oggetto-verbo (SOV) indipendentemente dalla grammatica della propria lingua.
GESTI E PAROLE - «La tendenza dei parlanti di esprimersi con i gesti secondo un ordine diverso da quello della propria grammatica può essere un esempio di una preferenza linguistica innata: ricapitolare le vecchie informazioni prima di introdurne di nuove. Insomma, il vecchio prima del nuovo», spiega Gibson. Se l’azione, però, è rivolta verso un altro essere umano (una bambina dà calci a un bambino), i parlanti in genere mimano prima il verbo e poi il complemento oggetto.
RUMORE - Perché in questo caso prevale l’ordine SVO? «L’ordine SVO ha una migliore possibilità di preservare le informazioni se il canale di comunicazione è rumoroso», ribadisce Gibson. In particolare, il passaggio all’ordine SVO è funzionale, secondo i ricercatori, alla descrizione di eventi semanticamente reversibili: in cui la presenza di due referenti animati rende più difficile individuare l’agente dell’azione, come nel caso della frase «Maria colpisce Giovanni». Se il verbo è inserito alla fine della frase, può esserci una potenziale ambiguità nell’individuare chi agisce e chi subisce l’azione. Soprattutto se, a causa del contesto comunicativo, non arriva al destinatario il messaggio completo: quindi, potrebbe non essere chiaro chi colpisce chi.
LA MAMMA DI TUTTE LE LINGUE – Circa l’85 per cento delle lingue parlate nel mondo possono essere suddivise in due gruppi: quelle, come l’italiano, in cui la struttura di base delle frasi segue l’ordine soggetto-verbo-oggetto (SVO), e quelle, come il giapponese, in cui l’oggetto è anteposto al verbo. «Di fatto, però non esistono lingue che seguono un ordine diverso a seconda della reversibilità», precisa Marina Nespor, docente alla Sissa di Trieste. «Ma tutte le lingue conosciute (o almeno la maggior parte), come illustra una ricerca pubblicata lo scorso anno su Pnas, discendono da un proto-linguaggio caratterizzato dall’ordine soggetto-oggetto-verbo (SOV). Poi, alcune sono approdate all’ordine soggetto-verbo-oggetto (SVO). Come è successo, per esempio, alle lingue romanze derivanti dal latino, italiano compreso».
DIFFERENZE - A cosa sono imputabili allora le differenze strutturali tra le lingue del mondo? Gibson fa notare che se una lingua possiede i casi morfologici (accusativo, nominativo ecc.), allora dispone di altri indizi (la morfologia dei casi appunto), indipendenti dalla posizione degli elementi nominali rispetto al verbo, per assegnare il ruolo di soggetto e di oggetto a un sostantivo. Nelle lingue, invece, che non prevedono i casi, questo compito viene affidato all’ordine delle parole: il soggetto dunque è tendenzialmente prima del verbo, all’inizio della frase, e l’oggetto dopo, come in italiano. «Le differenze possono avere un’origine biologica», sottolinea però la linguista. «Sistemi cognitivi diversi sono infatti responsabili del diverso modo di ordinare le parole nelle varie lingue del mondo. L’ordine SOV, in cui la funzione logica dei nomi è indicata dai casi morfologici, è quello prediletto dal sistema di base cognitivo della comunicazione per la sua efficacia. Sappiamo però che la morfologia dei casi è difficile da apprendere, ragione per cui un ordine fisso senza morfologia è preferito. Da cui il cambiamento unidirezionale dalla lingua ancestrale SOV alle numerosissime lingue SVO».
Simona Regina17 ottobre 2012 (modifica il 18 ottobre 2012)© RIPRODUZIONE RISERVATA

vendredi, octobre 05, 2012

Costi della politica, se il governo Monti copia da Tremonti (e tutti applaudono) - Il Fatto Quotidiano

Costi della politica, se il governo Monti copia da Tremonti (e tutti applaudono) - Il Fatto Quotidiano



Costi della politica, se il governo Monti copia

 da Tremonti (e tutti applaudono)



Sull'onda dello scandalo dei fondi Pdl nel Lazio, il governo ha varato ieri sera il decreto sui tagli agli enti locali. Una vera e propria "tagliola" accolta tra gli applausi dei governatori. Gli stessi che nell'agosto del 2011 alzarono le barricate contro i tagli previsti dalla manovra del ministro Tremonti. Eppure, tra i due testi ci sono molte evidenti somiglianze

Tremonti e Monti



Non c’è niente di più inedito dell’edito, ironizzava negli anni ’50 un grande giornalista come Mario Missiroli. E’ una frase che, però, calza alla perfezione ancheper fotografare quello che è accaduto ieri sera a Palazzo Chigi. Quando il governo ha varato il decreto sui tagli alla politica negli enti locali sollecitato dagli stessi governatori regionali e da molti sindaci. Il tutto – è noto – è nato dopo lo scandalo della Regione Lazio e sull’onda dell’emozione provocata dall’inizio di inchieste similari in Campania, Emilia Romagna e Piemonte e, soprattutto, spacciato come l’ennesima novità legislativa di stampo moralizzatore messa in campo da Mario Monti.
Non appena sono cominciate a circolare le copie del nuovo articolato, però, si è visto subito che il testo non si discostava di molto dal documento portato dai governatori al sottosegretario Antonio Catricalà la scorsa settimana. Ma soprattutto, era un testo che aveva similitudini davvero impressionanti con l’articolo 14 della manovra Tremonti dello scorso agosto (il decreto 138) che prevedeva la riduzione dei Consiglieri e dei loro stipendi. Una manovra che all’epoca aveva provocato l’immediata alzata di scudi dei governatori e che, invece, ieri è stato digerito come un bicchier d’acqua e, in alcuni casi, accompagnato da un sincero entusiasmo dei diretti interessati.
Insomma, Monti non si è inventato nulla di straordinario. Anzi, ha copiato di sana pianta Tremonti, solo che all’epoca il governo era ormai delegittimato nell’azione politica e di risanamento economico, mentre ora – inchieste a parte – si parla addirittura di un Monti bis dopo le elezioni di aprile: impossibile non adeguarsi al nuovo corso. E, soprattutto, a salutarlo con favore. Si ricorderà anche che la manovra tremontiana demandava alle Regioni il compito di attuarle entro sei mesi, cosa che naturalmente non è avvenuta. E i ricorsi sono servirti anche per rallentare l’applicazione delle norme secondo la scadenza prevista. Poi è esploso il Lazio gate e l’indignazione dell’opinione pubblica ha indotto consigli e giunte regionali a fare quello che non hanno fatto in questi 15 mesi.
Giusto per ricordarlo, la manovra Tremonti del 13 agosto 2011, messa a punto in un’estate in cui il governo si produsse, complessivamente, in cinque diverse versioni del provvedimento per cercare di arginare il volume dello spread in fiammata perenne e quotidiana, conteneva tagli agli enti locali e alle Regioni per 9 miliardi di euro nel biennio 2013-2014. Le riduzioni erano state suddivise in circa 3,5 miliardi di euro nel 2013 e 5,5 miliardi nel 2014. E prevedeva, sempre per Comuni, Regioni e Province, trasparenza nelle spese, tagli agli stipendi, riduzione del numero delle poltrone e anche significative sanzioni per chi non avesse attuato la stretta. Una manovra, dunque, molto stringente, dettata ovviamente dall’emergenza di quel momento che indignò tutti. A partire proprio dal “celeste” Formigoni che parlò, seccato, di “fine del federalismo fiscale”. Quindi fu presa la decisione di ricorrere alla Corte Costituzionale. Ieri Formigoni era sempre in prima fila, stavolta a decantare la bontà di un provvedimento con gli stessi contenuti della manovra 2011 – in qualche caso addirittura peggiori – sostenendo addirittura di essere stato tra quelli che hanno perentoriamente chiesto a Monti di intervenire: “Quei tagli – ecco la dichiarazione – sono le richieste presentate da noi (dai governatori all’esecutivo nazionale, ndr) e il decreto va in quella direzione”.
Un decreto che, lo ricordiamo, contiene tagli agli stipendi di consiglieri e assessori e anche ai gettoni di presenza nelle commissioni, sanzioni a carico degli amministratori locali, come i sindaci, che hanno contribuito con dolo o colpa grave al verificarsi del dissesto finanziario e l’incandidabilità per dieci anni. Quindi il dimezzamento delle agevolazioni in favore dei gruppi consiliari, dei partiti e dei movimenti politici e l’adeguamento al livello della Regione più virtuosa (identificata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il 30 ottobre 2012), la tracciabilità delle spese dei gruppi consiliari, scure su auto blu e sponsor, e taglio dei vitalizi con passaggio al sistema contributivo per le pensioni.
Insomma, una tagliola tremenda. Ma già tremendamente vista. E, stavolta, anche accettata solo perché la propone Monti. Che a sua volta non si è inventato niente ed ha copiato Tremonti. Quando si dice che non c’è mai niente di più inedito (e apparentemente brillante) dell’edito…