lundi, septembre 23, 2013
Follie in toga: c'è l'attenuante viagra
Follie in toga: c'è
l'attenuante viagra
Un panettiere passa 11 volte col rosso. Multato, si
difende: "La pillola altera i colori". E il giudice gli dà ragione
Cristiano Gatti - Lun, 23/09/2013 - 08:42 ilgiornale.it
La comunità scientifica è ancora sottosopra per la clamorosa scoperta
del panettiere ligure, come tutte le più grandi scoperte avvenuta per puro
caso, lungo una strada di Lerici: il Viagra non serve solo per risolvere quel
problema, si rivela miracoloso anche per impietosire i giudici di pace e pagare
la metà delle multe.
In una sola giornata, nel suo giro di consegne, il panettiere era
passato undici volte con il rosso. Prontamente registrato dal Grande Fratello,
questa carogna che vede tutto e non vede l'ora di castigarci pesantamente, si è
ritrovato un cumulativo dei vigili da mettere spavento: 177,60 a passaggio,
totale 1953,60. Disperato il ricorso al giudice di pace. Narrano le cronache
che nell'udienza cruciale l'emozione si tagliasse a fette. La linea difensiva,
un drammone toccante. «Signor giudice - così il panettiere - in quel periodo il
mio medico mi aveva prescritto il Viagra per risolvere un serio problema
tecnico. Come lei saprà, tra i possibili effetti collaterali del farmaco c'è
proprio l'alterazione dei colori. Dannazione, è il caso mio».
Ciò che per gli altri è rosso, in quel periodo per lui era verde. Questo
l'increscioso fenomeno. Certo il giudice di pace ha provato a rintuzzarlo
facendogli presente che a quel punto guidare col Viagra in corpo è da
incoscienti, cioè ai fini processuali un'aggravante. Ineccepibile. Ma poi,
cerchiamo di capirci, siamo pur sempre di fronte alla giustizia italiana:
elastica, adattabile, doppiopesista, eccentrica, imprevedibile. La famosa
incertezza del diritto, tutta nostra, tutta certificata. Anche questa volta,
così, soluzione a sorpresa: mezza multa abbuonata, mille euro anziché duemila.
Ma anche questa volta, mestamente, la chiara sensazione di giocarsi i numeri al
Lotto, non di rispondere della colpa in un ufficio giudiziario. Al panettiere
sarà sembrato di sognare, una visione onirica dopo mostruoso dosaggio di
Viagra, ma in fondo sembra di sognare anche a tutti gli altri. L'idea che sta prendendo piede in giro per opinioni
pubbliche, questa idea tremenda della giustizia capace di tutto, esce
rafforzata dal misterioso caso del panettiere daltonico. Certo ce lo
raccontiamo come una barzelletta, certo sembra un episodio dei film di Vanzina,
certo scappa da ridere.
Vogliamo però dire che ridendo e scherzando ci
siamo ridotti a considerare un'istituzione sacra e primaria poco più di una
macchietta, peggio ancora, una gabbia di matti dalla quale può uscire qualunque
cosa, dai giudici di pace fino ai massimi gradi della Cassazione? Non è per
niente bello, non lascia sperare nulla di incoraggiante, questo andazzo
generale che ci vede spoetizzati, fino al cinismo e al sarcasmo, quando
pensiamo alla giustizia. Noi italiani comuni forse siamo talmente imbarbariti dentro da non
rispettare più niente e non prendere più niente sul serio. Ma è urgentissimo
che qualche serena autocritica comincino a farsela anche i giudici di tutti i
livelli. La convinzione che il nostro destino sia sempre in balìa di umori del
momento, stravaganze personali, liberissime interpretazioni, creatività naif,
questa unica certezza nella più totale incertezza non serve certo a ricostruire
una sana autorevolezza dell'istituzione.
Se vale il Viagra per passare con il rosso, può valere che passino tutti
quelli con la testa tra le nuvole, quelli con molte preoccupazioni, quelli
ossessionati e quelli usciti dal pub. Non esiste, eppure siamo a questi livelli.
Certo la giustizia sarebbe una cosa seria. Ma qui ormai si avverte una
sensazione deprimente: in questo Paese merita clemenza solo chi alza di più la
voce e chi non alza più quell'altra cosa.
Germania, la ricchezza dai lavoratori alle imprese. Così nasce la “locomotiva”
Germania, la ricchezza dai lavoratori alle imprese.
Così nasce la “locomotiva”
La ricetta tedesca per passare da "grande malata" a traino
d'Europa: comprimere i salari per favorire le esportazioni. L'ex cancelliere
Gerhard Schröder ha creato sette milioni di "mini-job", contratti
iperflessibili con stipendi da 450 euro netti. E Berlino ha mandato in crisi i
partner dell'Eurozona
La Germania ha fatto le riforme, ha saputo
tenere i conti in ordine, è la locomotiva d’Europa.
In Germania un operaio guadagna il doppio del suo collega italiano. Nella
mitopoiesi europea del nuovo millennio, la nazione che Angela Merkel si appresta a governare per altri
cinque anni è divenuta una sorta di Eldorado in cui i fannulloni mediterranei
dovrebbero specchiarsi per impararne le straordinarie virtù. Quanto ai conti
pubblici non tutto è come sembra (per il Fmi il Pilfarà
solo +0,3% quest’anno).
All’inizio dell’epoca dell’euro,
Berlino era “la grande malata d’Europa”. La
reazione al declino è stata improntata a un unico obiettivo: comprimere i salari per spingere le esportazioni.
Ha spiegato Roland Berger, uno dei consulenti
economici di Angela Merkel: “Le riforme tedesche hanno avuto successo: iniziate
nel 2003 con una liberalizzazione del mercato del lavoro e
un aumento degli stipendi reali inferiore all’incremento della produttività.
Poi è seguito il taglio dei costi del sistema sociale (sanità, sussidio di
disoccupazione, ndr), l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni, la creazione
di un segmento di bassi salari. Nel frattempo la Germania ha ridotto le imposte
all’industria ma aumentato quelle indirette”. Risultato: “Fra il 2000 e il 2010 i costi del lavoro per unità di
prodotto in Germania sono aumentati del 3,9%, in Italia del 32,5%. I costi dei
prodotti tedeschi così sono diminuiti del 18,2 % rispetto agli altri Paesi
dell’euro”.
Strana locomotiva. La
politica scelta da Berlino ha un nome: si chiama beggar thy neighbour, “frega il tuo vicino”. La
compressione dei salari tedeschi ha segnato la “vittoria” della Germania non
tanto nei confronti di concorrenti tipo Cina (con la quale la bilancia
commerciale resta negativa), ma verso i partner dell’Eurozona:
nonostante la crescita asfittica di Italia, Spagna, Francia, negli anni
pre-crisi il saldo tedesco nei confronti di questi paesi è più che triplicato
(dall’8,44 al 26,03%), mentre crollavano i consumi privati e gli investimenti. Questa politica ha mandato in deficit i Paesi
periferici causando la crisi dell’Eurozona. Lo sostiene, tra gli altri, l’Ilo, l’istituto Onu che si
occupa di lavoro: “L’aumento delle esportazioni tedesche
è ormai identificato come la causa strutturale dei recenti problemi dell’area
euro”.
La svolta tedesca. Agenda 2010 – le
riforme del lavoro di Schröder firmate da Peter Hartz, già capo del personale
in Volkswagen – ha comportato per la Germania un trasferimento di ricchezza dai lavoratori alla
rendita e alle imprese. Scrive l’Ocse: “La diseguaglianza dei redditiin
Germania è salita rapidamente dal 2000 in poi”. Secondo una ricerca della Conferenza Nazionale sulla Povertà (Nak)
presentata nel dicembre scorso, il 10% della popolazione tedesca possiede oggi
il 53% della ricchezza, nel 1998 era il 45% e nel 2003 il 49%. Il patrimonio
delle classi medie, negli stessi anni, è diminuito dal 52 al 46%, mentre nel
2010 metà della popolazione si divideva appena l’1% della ricchezza. Strano per
una nazione che tra il 2007 e il 2012 ha visto crescere il patrla ricchimonio
nazionale di 1.400 miliardi di euro.
Mini-job per tutti. Gerhard Schröder si è vantato dei risultati di Agenda 2010: nel 2003 avevamo oltre cinque milioni di
disoccupati, ha detto, ora meno di 3 e abbiamo creato 2,6 milioni di posti di
lavoro. Vero, ma anche no. Rispondendo a una interrogazione di Die Linke proprio quest’anno, il ministero del
Lavoro ha rivelato quanto segue: dal 2000 al 2011 le ore di lavoro sono
aumentate soltanto dello 0,3 per cento, mentre i posti di lavoro a tempo
indeterminato sono diminuiti di 1,8 milioni di unità. Non è stato creato alcun
nuovo lavoro, si è solo diviso in un altro modo quello che c’era: Schröder ha
infatti regalato ai tedeschi i “mini jobs”,
contratti iperflessibili da circa 20 ore
settimanali con uno stipendio di 450 euro netti, cui vanno aggiunti meno di 150
euro di contributi. Con questa cifra non si vive e allora lo Stato tedesco
contribuisce all’affitto, alle spese di trasporto, alla scuola dei figli, in un
massiccio trasferimento di risorse che tiene il “mini-lavoratore tedesco”
appena sopra la linea di galleggiamento. E rappresenta, di fatto, un aiuto di Statoindiretto alle imprese costato
almeno un centinaio di miliardi in dieci anni. I mini jobs, al momento,
riguardano 7,3 milioni di persone, il 70% delle quali non ha
alcun altro reddito, cui andrebbero aggiunti un milione di “contrattini” a
termine e altri 1,4 milioni di lavoratori che guadagnano meno di quattro euro
l’ora.
I conti (non) tornano. Jürgen
Borchert, presidente del VI tribunale sociale del Land Hessen a Darmstadt, ha
“denunciato” i mini jobs alla Corte costituzionale:
“Quando un’economia non riesce a garantire quanto basta per vivere alle persone
che lavorano duramente, mentre una piccola fascia di persone ad alto reddito
accumula ricchezze impensabili, siamo alla fine dell’economia sociale di
mercato”. L’Università di Duisburg ha calcolato che la quantità di tedeschi sul
fondo del mercato del lavoro è passata dai 2,3 milioni del 1995 agli oltre 8
del 2010, il 23% dell’intera forza lavoro. È così che l’indice di disoccupazione scendeva facendo contenti i
politici e i salari reali tedeschi (di quasi il 6% dal 2003 al 2008) e facendo
contenti gli imprenditori. Questo dato può essere anche chiamato “crescita
della produttività”, la stessa cosa che viene richiesto di fare a noi.
samedi, septembre 14, 2013
"Giustizia usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...
"Giustizia
usata per scopi politici". Se lo dice anche la Boccassini...
La Boccassini attacca a testa bassa i suoi
colleghi: "Ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato il loro lavoro
per altro". E ancora: "Provo disagio quando la gente inneggia ai
pm". Che dire del suo fervore antiberlusconiano?
Andrea Indini - Sab, 14/09/2013 -
11:00 ilgiornale.it
Sempre sulla cresta dell'onda, sempre
alla ribalta dei tiggì e giornali. A poche settimane dalla condanna monstre di Silvio Berlusconi per il Rubygate, il pm Ilda
Boccassini va all'attacco dei suoi colleghi, i giudici.
Una sparata senza precedenti contro
le toghe politicizzate, contro quella branca della magistratura che
ha usato le aule di tribunale per spiccare il volo in parlamento. A Ilda la
Rossa, che la politica l'ha sempre fatta direttamente nei corridoi del Palazzo
di Giustizia di Milano, proprio non vanno giù i vari Antonio Di Pietro, Luigi
De Magistris e Antonio Ingroia che, negli ultimi anni, hanno amaramente tentato
di accaparrarsi una poltrona."Non è una patologia della magistratura -
ha spiegato la pm di Milano - ma ci sono dei pubblici ministeri che hanno usato
il loro lavoro per altro".
Dai processi alla mafia infiltrata
nel Nord Italia alla valanga giustizialista ribattezzata Tangentopoli, fino a
quei sette anni inflitti al Cavaliere per il teorema montato ad arte suKarima
el Mahroug, la Boccassini ha conquistato prime pagine sui quotidiani e
lunghi servizi nei telegiornali nazionali spettacolarizzando il Rubygate con
telefonate piccanti, scene di burlesque e gossip di seconda mano e trasformando
il tribunale nella succursale di una rivista patinata. Ilda la Rossa, un po'
per il colore dei capelli, un po' per la sua tenacia nell'attaccare Berlusconi.
Che sia proprio lei a tirare le orecchie a quei magistrati che hanno usato le
cause, che gli venivano affidate, per farsi strada nella politica. Non fa nomi.
Li lascia aleggiare nell'aria. In occasione della presentazione del libro L'onere
della toga di Lionello Mancini, ha duettato col direttore del Corriere
della Sera Ferruccio de Bortoli sul "ruolo
eccessivo" di "supplenza" che, troppo
spesso, le procure hanno assunto. "Se avessi avuto l’impressione
di una patologia - ha garantito - avrei avuto la forza di tirami indietro".
Il pm del processo Ruby ha riconosciuto che negli ultimi
vent’anni c’è stato uno "scontro tra mass media, magistratura e
politica". Uno stato di "conflittualità talmente
alta" che, a suo giudizio, ha impedito lo svolgimento di una "riflessione" anche
all’interno della categoria professionale. È mancata, è il ragionamento della
Boccassina, una autocritica che la categoria avrebbe dovuto fare (e non ha fatto)
dopo la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ricordando gli anni di Tangentopoli e
la sua esperienza nel team di Mani pulite, la Boccassini ha rivelato di aver "provato
una cosa terribile" quando le capitò di assistere alla gente che
inneggiava ai pm, scandendone i nomi. "La vivo come una situazione
di disagio - ha spiegato - non è quello (l’approvazione della gente, ndr.) che
mi deve spingere ad andare avanti, ma fare bene il mio mestiere". "Anche
se i nostri nomi posso essere usciti dieci volte in più sui giornali rispetto
ai pm la cui storia è raccontata nel libro, io e Giuseppe Pignatone siamo
persone normali", ha concluso la Boccassini rivolgendosi al
procuratore di Roma, intervenuto anch’egli alla presentazione. "Siamo
persone normali che, nella normalità, cercano di "affrontare l’invasione
mediatica". In realtà, le campagne contro Berlusconi raccontano tutta
un'altra Boccassini.
jeudi, septembre 12, 2013
Ecco la prova: i giudici fanno politica
Ecco la
prova: i giudici fanno politica
Lo studio di due ricercatori svela: i magistrati di
sinistra indagano di più la destraEcco la prova: i giudici fanno politicail
caso La persecuzione degli avversari rilevata in un saggio scientifico
Luca Fazzo
- ilgiornale.it 12/09/2013 -
08:00
Alla fine, la questione può essere riassunta così, un po' cinicamente:
ma d'altronde il convegno si tiene nella terra del Machiavelli. «Chiunque di
noi fa preferenze. Se può scegliere se indagare su un nemico o su un amico,
indaga sul nemico. È l'istinto umano. E vale anche in politologia». Parola di
Andrea Ceron, ricercatore alla facoltà di Scienze politiche di Milano. Che
insieme al collega Marco Mainenti si è messo di buzzo buono a cercare risposte
scientifiche a una domanda che si trascina da decenni: ma è vero che in Italia
i giudici indagano in base alle loro preferenze politiche? La risposta Ceron e
Mainenti la daranno oggi a Firenze, presentando il loro paper - anticipato ieri
dal Foglio - in occasione del convengo annuale della Società italiana di
Scienza politica. È una risposta basata su tabelle un po' difficili da capire,
modelli matematici, eccetera. Ma la risposta è chiara: sì, è vero. La
magistratura italiana è una magistratura politicizzata, le cui scelte sono
condizionate dalle convinzioni politiche dei magistrati. I pm di sinistra
preferiscono indagare sui politici di destra. I pm di destra chiudono un occhio
quando di mezzo ci sono i loro referenti politici. Una tragedia o la conferma
scientifica dell'esistenza dell'acqua calda? Forse tutte e due le cose insieme.
Ventidue pagine, rigorosamente scritte in inglese, intitolate «Toga
Party: the political basis of judicial investigations against MPs in Italy,
1983-2013». Dove MPs è l'acronimo internazionale per «membri del Parlamento». I
politici, la casta, quelli che da un capo all'altro della terra devono fare i
conti con le attenzioni della magistratura. Racconta Ceron: «Nei paesi dove i
magistrati sono eletti dalla popolazione, come l'America o l'Australia, che si
facciano condizionare dalla appartenenza politica è noto e quasi scontato. Ma
cosa succede nei paesi, come l'Italia, dove in magistratura si entra per
concorso e dove non c'è un controllo politico? Questa è la domanda da cui
abbiamo preso le mosse».
Ricerca articolata su due hypothesis, come si fa tra scienziati empirici: 1) più l'orientamento politico di un giudice è lontano da quello di un partito, più il giudice è disposto a procedere contro quel partito; 2) i giudici sono più disponibili a indagare su un partito, quanto più i partiti rivali aumentano i loro seggi.
Ricerca articolata su due hypothesis, come si fa tra scienziati empirici: 1) più l'orientamento politico di un giudice è lontano da quello di un partito, più il giudice è disposto a procedere contro quel partito; 2) i giudici sono più disponibili a indagare su un partito, quanto più i partiti rivali aumentano i loro seggi.
Come si fa a dare una risposta che
non sia una chiacchiera da bar? Andando a prendere una per una le richiesta di
autorizzazione a procedere inviate dalle procure di tutta Italia al Parlamento
nel corso di trent'anni, prima, durante e dopo Mani Pulite; catalogando il
partito di appartenenza dei destinatari. E andando a incrociare questo dato con
l'andamento, negli stessi anni e negli stessi tribunali, delle elezioni per gli
organi dirigenti dell'Associazione nazionale magistrati, l'organizzazione
sindacale delle toghe, catalogandoli in base al successo delle correnti di
sinistra (Magistratura democratica e Movimento per la giustizia), di centro
(Unicost) e di destra (Magistratura indipendente); e dividendo un po'
bruscamente in «tribunali rossi» e in «tribunali blu». «Il responso è stato
inequivocabile», dice Ceron. Ovvero, come si legge nel paper: «I risultati
forniscono una forte prova dell'impatto delle preferenze dei giudici sulle
indagini. I tribunali dove un numero più alto di giudici di sinistra
appartengono a Md e all'Mg, tendono a indagare maggiormente sui partiti di
destra. La politicizzazione funziona in entrambe le direzioni: un aumento di
voti per le fazioni di destra fa scendere le richieste contro i partiti di
destra».
I numeri sono quelli di una gigantesca retata: 1.256 richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di 1.399 parlamentari. Di queste, i due ricercatori hanno focalizzato quelle relative ai reati di corruzione e finanziamento illecito: 526, per 589 parlamentari. Fino al 1993, come è noto, l'autorizzazione serviva anche per aprire le indagini, oggi è necessaria solo per arrestare o intercettare.
I numeri sono quelli di una gigantesca retata: 1.256 richieste di autorizzazione a procedere nei confronti di 1.399 parlamentari. Di queste, i due ricercatori hanno focalizzato quelle relative ai reati di corruzione e finanziamento illecito: 526, per 589 parlamentari. Fino al 1993, come è noto, l'autorizzazione serviva anche per aprire le indagini, oggi è necessaria solo per arrestare o intercettare.
Ma, secondo la richiesta di Ceron e Mainardi, non è cambiato nulla:
almeno nella componente ideologica dell'accusa, che i due considerano
scientificamente e platealmente dimostrata. Dietro due grandi alibi, che sono
la mancanza di risorse e la presunta obbligatorietà dell'azione penale, di
fatto vige la più ampia discrezionalità. È un pm quasi sempre ideologicamente schierato
a scegliere su quale politico indagare. E quasi sempre dimentica di
dimenticarsi le sue opinioni.
«L'analisi dei dati - spiega Ceron - dice che i comportamenti sono
lievemente diversi tra giudici di sinistra e di destra: quelli di sinistra sono
più attivi nell'indagare gli avversari, quelli di destra preferiscono
risparmiare accuse ai politici del loro schieramento». Ma in ogni caso, di
giustizia piegata all'ideologia e all'appartenenza politica si tratta. Unita ad
un'altra costante, di cui pure qualche traccia si coglie a occhio nudo: fino a
quando un partito è saldamente al potere, i pm sono cauti. Ma quando il suo
potere traballa e si logora, allora si scatenano.
jeudi, août 29, 2013
La storia del patto indecente tra giornali e magistrati
La storia del patto indecente tra giornali e magistrati
Ecco perchè i giudici di Mani pulite si
accanirono su Gardini e ignorarono De Benedetti
di Filippo Facci liberoquoditiano.it
27/08/2013
Beh,
è interessante che anche un signore come Piero Ostellino - un ex direttore del
Corriere della Sera, insomma non il primo scemo che passa (...)
(...)
- abbia messo nero su bianco quello che definisce «un pactum sceleris fra il
mondo dell’informazione e la parte della magistratura interessata a sovvertire
gli equilibri politici esistenti». Ostellino l’ha scritto ieri su Il Foglio e
partiva essenzialmente dal periodo di Mani pulite, quando il patto, cioè,
secondo lui, sarebbe stato più o meno questo: «Voi - dissero i media a
magistrati - tenete fuori da Mani
pulite i nostri editori e noi vi aiutiamo a
mettere le mani, e a far fuori, i loro concorrenti e ad attribuire tutta la
responsabilità della corruzione alla politica». Partendo da questo, dice
Ostellino arrivando così all’oggi, «si realizzò la trasformazione dell’Italia
in un Paese nelle mani di una magistratura inquirente e di un sistema
informativo che ignoravano l’Habeas corpus e istruivano processi e comminavano
condanne sulle pagine dei giornali prima ancora che a farlo fossero i
tribunali». Poi Ostellino parla di un patto dei direttori, ma per ora
fermiamoci qui.
Sommersi e salvati -
Anche perché, messa così, dar torto a Ostellino è davvero difficile. Nella
prima parte di Mani pulite, la parzialità della magistratura nei confronti di
certi grandi imprenditori e proprietari di mass media (Agnelli e Romiti, De
Benedetti, ma attenzione, da principio anche Berlusconi) è riscontrabile non
tanto da singoli atti giudiziari bensì dalla loro assenza. Sulla Fiat e sulla
responsabilità dei vertici (Agnelli ma soprattutto Romiti) c’è tutta una
letteratura probatoria pubblicata e stra-pubblicata: «Sono stati i magistrati
di Mani Pulite a suggerire a Romiti di scrivere la lettera-articolo sul
Corriere della Sera nella quale il 24 aprile 1993 si rivolge agli industriali
invitandoli a collaborare con i giudici»: questo, per esempio, lo si legge in
«Storia segreta del capitalismo italiano» (Longanesi, prefazione di Ferruccio
de Bortoli) tutti i cronisti dell’epoca restano convinti, a tutt’oggi, che fu
questo a evitargli l’arresto: al pari di un discorso pro-giudici pronunciato da
Agnelli il 17 aprile 1993 al Teatro la Fenice di Venezia. Dopodiché il
procuratore capo di Milano, Francesco Saverio Borrelli, disse che «i legali
della Fiat hanno espresso disponibilità a collaborare». Nei fatti,
successivamente, a Romiti fu concesso di presentarsi come semplice teste e di
produrre un semplice memorialetto difensivo: ciò che non fu assolutamente
permesso, ad esempio, a un Raul Gardini. Romiti, per contro, non fu arrestato
neppure quando si appurerà che proprio in quei giorni aveva fatto bruciare
delle carte: «A Vaduz (Liechtenstein, ndr) dovevano scegliere chi doveva
attribuirsi i fatti... hanno deciso di distruggere tutto il resto del conto
Sacisa, in modo da dare ai magistrati qualche informazione per farla contenta e
chiudere il conto con la Procura... ritengo che tutto ciò sia stato coordinato
e disposto da Romiti, in quanto fu lo stesso Romiti che dette ordine in tal
senso». Questo l’avrebbe messo a verbale un manager Fiat, Antonio Mosconi.
Tuttavia la maggior parte dei giornali scrisse della deposizione di Romiti
definendola «una svolta»: da far impallidire il filo-berlusconismo del Tg4. La
Fiat, in ogni caso, fu messa sotto torchio, sì: ma anni dopo, e dalla
magistratura di Torino. Così come fu la magistratura di Roma, sfuggevolmente, a
mandare Carlo De Benedetti agli arresti domiciliari in data 30 novembre 1993. A
Milano, invece, De Benedetti - proprietario del gruppo Repubblica-Espresso - si
presentò in Procura una domenica, il 16 maggio, con un memoriale lunghissimo
nel quale sosteneva che la sua Olivetti era stata sistematicamente concussa
dalle Poste italiane. «De Benedetti», scriverà Di Pietro in un suo memoriale
difensivo, «si presentò spontaneamente». E tutti a crederci. Non manca una
certa letteratura anche un Silvio Berlusconi lasciato miracolosamente stare dai
magistrati di Milano almeno fino alla fine del 1993 - quando, ricordiamo, i
suoi telegiornali sostenevano Mani pulite a spada tratta - il che è stato
ammesso e documentato anche dai suoi più feroci detrattori di oggi. Ma non è
certo a Berlusconi che Ostellino si riferiva nel suo articolo.
Poi
c’è il discorso dei direttori di giornale e dei giornali, cioè, che
appartenevano ai succitati imprenditori. Ai tempi, nel 1992, si mormorava che i
direttori si telefonassero per concordare spazi e titoli comuni: un pool di
vertice, in pratica. Si stupirono in molti, diversi anni dopo, quando Piero
Sansonetti, condirettore de l’Unità nel 1992-1993, raccontò che era tutto vero:
«Nel biennio 1992-1993 nacque un’alleanza di ferro tra quattro giornali
italiani: il Corriere, la Stampa, l’Unità e Repubblica. Il direttore de l’Unità
era Walter Veltroni, alla Stampa c’era Ezio Mauro, il caporedattore di
Repubblica era Antonio Polito.
Titoli
concordati - Tra i quattro giornali si stabilì un vero e proprio patto di
consultazione che li rendeva fortissimi: ci si sentiva due o tre volte al
giorno, si concordavano le campagne, le notizie, i titoli. Il punto di
riferimento di tutti era Paolo Mieli». Paolo Mieli ed Ezio Mauro non hanno
confermato, ma Antonio Polito sì: «Le cose funzionavano pressoché come
dice Sansonetti… il governo perse in pochi mesi una decina di ministri che si
dimettevano subito, appena ricevuto l’avviso di garanzia, anche per via delle
nostre campagne di stampa. Abbiamo interpretato e indirizzato l’opinione
pubblica. Facemmo quel patto proprio perché il nostro peso era enorme… Quella
scelta di federarsi fra giornali non fu buona, non la rifarei. Ma lo dico
oggi».
In
effetti stiamo parlando di roba di vent’anni fa. Che cos’è cambiato, da allora?
Molte cose, compreso un diluvio di intercettazioni che ai tempi non c’era, e
che oggi, troppo spesso, si accompagna a procedimenti che poi non reggono il
vaglio dei processi. Quelli dei tribunali, almeno: i processi imbastiti sui
giornali funzionano ora come allora.
Filippo Facci
lundi, août 19, 2013
La legge non è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita
La legge non
è uguale per tutti. Così la Cassazione si è tradita
Sconcertante linea delle Sezioni unite civili sul caso
di un magistrato sanzionato. La Suprema Corte: vale il principio della
discrezionalità. E le toghe di Md si salvano
La legge è uguale per tutti. Ma non al tribunale dei giudici. Vincenzo
Barbieri, toga disinvolta, viene inchiodato dalle intercettazioni telefoniche,
ma le stesse intercettazioni vengono cestinate nel caso di Paolo Mancuso, nome
storico di Magistratura democratica.
Eduardo Scardaccione, altro attivista di Md, la corrente di sinistra delle
toghe italiane, se la cava anche se ha avuto la faccia tosta di inviare un
pizzino al collega, prima dell'udienza, per sponsorizzare il titolare di una
clinica. Assolto pure lui, mentre Domenico Iannelli, avvocato generale della
Suprema corte, si vede condannare per aver semplicemente sollecitato una
sentenza attesa da quasi sette anni.
Sarà un caso ma il tribunale disciplinare funziona così: spesso i giudici
al di fuori delle logiche correntizie vengono incastrati senza pietà. Quelli
che invece hanno un curriculum sfavillante, magari a sinistra, magari dentro
Md, trovano una via d'uscita. Non solo. Quel che viene stabilito dalla Sezione
disciplinare del Csm trova facilmente sponda nel grado superiore, alle Sezioni
unite civili della Cassazione, scioglilingua chilometrico, come i titoli dei
film di Lina Wertmüller, per indicare la più prestigiosa delle corti.
E proprio le Sezioni unite civili della Cassazione, nei mesi scorsi, hanno
teorizzato il principio che sancisce la discrezionalità assoluta per i
procedimenti disciplinari: se un magistrato viene punito e l'altro no, si salva
anche se la mancanza è la stessa, pazienza. Il primo se ne dovrà fare una
ragione. Testuale.
Così scrive l'autorevolissimo collegio guidato da Roberto Preden, dei Verdi, l'altra corrente di sinistra della magistratura italiana, e composto da eminenti giuristi come Renato Rordorf e Luigi Antonio Rovelli, di Md, e Antonio Segreto di Unicost, la corrente di maggioranza, teoricamente centrista ma spesso orientata a sua volta a sinistra.
Così scrive l'autorevolissimo collegio guidato da Roberto Preden, dei Verdi, l'altra corrente di sinistra della magistratura italiana, e composto da eminenti giuristi come Renato Rordorf e Luigi Antonio Rovelli, di Md, e Antonio Segreto di Unicost, la corrente di maggioranza, teoricamente centrista ma spesso orientata a sua volta a sinistra.
A lamentarsi è Vincenzo Brancato, giudice di Lecce, incolpato per gravi
ritardi nella stesura delle sentenze e di altri provvedimenti. La Cassazione
l'ha condannato e le sezioni unite civili confermano ribadendo un principio
choc: la legge non è uguale per tutti. O meglio, va bene per gli altri, ma non
per i giudici. Un collega di Lecce, fa notare Brancato, ha avuto gli stessi
addebiti ma alla fine è uscito indenne dal processo disciplinare. Come mai? È
tutto in regola, replica il tribunale di secondo grado. «La contraddittorietà
di motivazione - si legge nel verdetto del 25 gennaio 2013 - va colta solo
all'interno della stessa sentenza e non dal raffronto fra vari provvedimenti,
per quanto dello stesso giudice». Chiaro? Si può contestare il diverso trattamento
solo se i due pesi e le due misure convivono dentro lo stesso verdetto.
Altrimenti ci si deve rassegnare. E poiché Brancato e il collega più fortunato,
valutato con mano leggera, sono protagonisti di due sentenze diverse, il caso è
chiuso.
Senza se e senza ma: «Va ribadito il principio già espresso da queste
sezioni unite secondo cui il ricorso avverso le pronunce della sezione
disciplinare del Csm non può essere rivolto a conseguire un sindacato sui
poteri discrezionali di detta sezione mediante la denuncia del vizio di eccesso
di potere, attesa la natura giurisdizionale e non amministrativa di tali
pronunce». Tante teste, tante sentenze. «Pertanto non può censurarsi il diverso
metro di giudizio adottato dalla sezione disciplinare del Csm nel proprio procedimento
rispetto ad altro, apparentemente identico, a carico di magistrato del medesimo
ufficio giudiziario, assolto dalla stessa incolpazione». Tradotto: i
magistrati, nelle loro pronunce, possono far pendere la bilancia dalla parte
che vogliono.
Il principio è srotolato insieme a tutte le sue conseguenze e porta il timbro di giuristi autorevolissimi, fra i più titolati d'Italia.
Il principio è srotolato insieme a tutte le sue conseguenze e porta il timbro di giuristi autorevolissimi, fra i più titolati d'Italia.
È evidente che si tratta di una massima sconcertante che rischia di creare
figli e figliastri. È, anche, sulla base di questo ragionamento che magistrati
appartenenti alle correnti di sinistra, in particolare Md, così come le toghe
legate alle corporazioni più strutturate, sono stati assolti mentre i loro
colleghi senza reti di rapporti o di amicizie sono stati colpiti in modo inflessibile.
Peccato che questo meccanismo vada contro la Convenzione dei diritti
dell'uomo: «L'articolo 14 vieta di trattare in modo differente, salvo
giustificazione ragionevole e obiettiva, persone che si trovino in situazioni
analoghe».
Per i giudici italiani, a quanto pare, questo criterio non è valido. Non
solo. La stessa Cassazione, sezione Lavoro, afferma che la bilancia dev'essere
perfettamente in equilibrio. Il caso è quello di due dipendenti Telecom che
avevano usato il cellulare aziendale per conversazioni private. Il primo viene
licenziato, il secondo no. E dunque quello che è stato spedito a casa si sente
discriminato e fa causa. La Cassazione gli dà ragione: «In presenza del
medesimo illecito disciplinare commesso da più dipendenti, la discrezionalità
del datore di lavoro non può trasformarsi in arbitrio, con la conseguenza che è
fatto obbligo al datore di lavoro di indicare le ragioni che lo inducono a
ritenere grave il comportamento illecito di un dipendente, tanto da
giustificare il licenziamento, mentre per altri dipendenti è applicata una
sanzione diversa». Il metro dev'essere sempre lo stesso. Ma non per i
magistrati, sudditi di un potere discrezionale che non è tenuto a spiegare le
proprie scelte.
La regola funziona per i dipendenti Telecom, insomma, per i privati. Non
per i magistrati e il loro apparato di potere. La legge è uguale per tutti ma
non tutti i magistrati sono uguali davanti alla legge.
dimanche, août 04, 2013
Bufale criminali Tutti a credere che con la recessione e le difficoltà economiche aumentino i reati. Peccato che fatti e numeri dicano il contrario
4 agosto 2013 - ore 08:00 http://www.ilfoglio.it/soloqui/19298
Bufale criminali
Tutti a credere che con la recessione e le difficoltà economiche aumentino i reati. Peccato che fatti e numeri dicano il contrario
L’idea che povertà e ingiustizia sociale vadano a braccetto con un aumento della violenza e della criminalità dovrà essere dimenticata, e sepolta. Le prove empiriche e quelle statistiche hanno finora dimostrato che il mito sociologico “più crisi, più crimini” rappresenta un trabocchetto mentale che è stato più volte smentito dai fatti nel corso dei decenni; per quanto segua un ragionamento apparentemente logico. La realtà è però controintuitiva e più complessa di una semplice deduzione lineare di causa-effetto. Molti praticanti quotidiani del pensiero unico sono comunque tuttora restii ad ammettere questa verità, nonostante i numeri li smentiscano puntualmente. A cinque anni dall’inizio della crisi economica internazionale, si possono però ripercorrere le analisi del contropensiero, si possono analizzare le tendenze passate e paragonarle a quelle odierne, per scoprire infine che nulla è cambiato: i crimini diminuiscono nonostante la crisi. Punto.
Fu il Wall Street Journal a ribellarsi tra i primi alla bufala globale con un editoriale pubblicato nel 2010. All’epoca circa 7 milioni di disoccupati si aggiravano per le strade d’America, le file fuori dai discount erano all’ordine del giorno, e un numero più alto del solito di persone senza dimora si accampava nei parcheggi o investiva i propri (pochi) risparmi rimasti in una roulotte di ferro (e non in una casa di legno come quelle che erano garantite dalla bolla dei mutui subprime) per ridurre spese e consumi. Una situazione talmente deprimente, per com’era stata dipinta dai media, da apparire quasi postbellica. Eppure – notava il Wall Street Journal – la gente non si aggrediva, non si accoltellava a vicenda e non rubava nulla al prossimo in misura maggiore di prima. Non si è per niente avverata la profezia che scienziati sociali, criminologi vari e politici gridavano a squarciagola all’indomani del fallimento di Lehman Brothers, allarmati per l’imminente ondata di crimini in arrivo. I crimini non stavano affatto crescendo, il tasso di criminalità continuava invece a scendere fino ad attestarsi ai livelli più bassi dai primi anni Sessanta, gli anni in cui il mondo occidentale ha sperimentato il “boom” economico della modernità.
E’ successo anche durante la Grande depressione del 1929. E lo stesso è accaduto nel 2009. Qualche esempio? Negli Stati Uniti, durante i primi sei mesi di quell’anno, gli omicidi sono scesi del 10 per cento, i crimini violenti del 4,4 e del 6,1 le aggressioni alla proprietà. E dove la disoccupazione era molto alta? Uguale. Contea di Los Angeles, anno 2009, disoccupazione al 12,3 per cento, omicidi in calo del 25. La statistica continua a dare sostegno a questa tesi “contrarian”. Anche nel resto del mondo occidentale.
E’ l’Economist ad avere messo in fila qualche altro numero più fresco cercando di dare una spiegazione al complesso fenomeno. I giornalisti del settimanale inglese hanno fatto come i detective sulle tracce di un delitto misterioso (“The curious case of the fall in crime”, era il titolo di copertina del numero uscito il 20 luglio), seguendo il flusso dei dati e cercando le più varie (e solide) motivazioni possibili. Prima i numeri.
E’ l’Economist ad avere messo in fila qualche altro numero più fresco cercando di dare una spiegazione al complesso fenomeno. I giornalisti del settimanale inglese hanno fatto come i detective sulle tracce di un delitto misterioso (“The curious case of the fall in crime”, era il titolo di copertina del numero uscito il 20 luglio), seguendo il flusso dei dati e cercando le più varie (e solide) motivazioni possibili. Prima i numeri.
Nei paesi del G7, il gruppo dei paesi considerati più ricchi del pianeta, dal 1995 al 2010 le rapine sono calate del 20 per cento, gli omicidi del 30, i furti d’auto del 60. Per di più il crollo si fa evidente a partire dal 2007, data d’inizio della recessione in diversi paesi d’Europa (come anche l’Italia). E’ utile guardare ancora alle statistiche fornite dall’Economist: “In America la caduta [dei reati] è cominciata nel 1991; in Gran Bretagna nel 1995, il tasso di omicidi ha seguito la stessa china dalla metà degli anni Duemila. In Francia i crimini contro la proprietà sono aumentati fino al 2001, ma da allora sono scesi di un terzo. Altri crimini stanno invece scomparendo. Nel 1997 in Inghilterra e Galles sono state rubate qualcosa come 400.000 automobili: nel 2012 sono state 86.000”, scrive l’Economist. C’è poi l’esempio paradigmatico dell’Estonia, dove – è una forzatura – più aumentano i disoccupati più sembrano diminuire i crimini. Il paese baltico è entrato in recessione nel 2009, una recessione che ha lasciato senza impiego il 19 per cento dei cittadini. I crimini nel paese dal passato sovietico sono però crollati “precipitosamente”, dice l’Economist, da ormai dieci anni.
Le spiegazioni sono diverse. Nessuna da trascurare. Bisogna partire dal periodo più critico per capire come e perché il fenomeno si è sgonfiato. Dal 1950 al 1980 si è registrato un aumento generalizzato della criminalità, il che va però considerato un’anomalia statistica e in quanto tale l’Economist la liquida di getto. In quei trent’anni si è registrata al contempo una diffusione capillare delle droghe e delle malattie mentali e fisiche ad esse connesse. Si parla in particolare di droghe ad altissima assuefazione e dipendenza: eroina e cocaina. Sebbene il consumo sia ancora un problema attuale, non si può parlare di una diffusione “epidemica” come accadeva tra gli anni Ottanta e i Novanta. La ricerca delle sostanze stupefacenti da parte di coloro che ne erano dipendenti portava una spirale di violenza. I “tossici” senza impiego assumevano cioè atteggiamenti predatori nei confronti del prossimo pur di procurarsi una dose quotidiana. Quell’esplosione vista negli anni Ottanta è stata in larga parte riassorbita. Ci sono paesi come l’Olanda, dove gli ex eroinomani vengono assistiti in centri specializzati con la somministrazione controllata di surrogati degli oppiacei quali il metadone. C’è chi tuttora fa uso di droghe ma finché se lo può permettere, usando il proprio guadagno personale senza ricorrere alle ruberie.
C’è poi la spiegazione demografica e riguarda in particolare l’urbanizzazione e la “civilizzazione” delle periferie. E’ la tesi sostenuta da George Kelling, un criminologo americano, secondo il quale perfino l’arredo urbano contribuisce ad allontanare o ad attirare il degrado civile. “Piccoli segni di scempio, come una finestra rotta, possono incoraggiare la criminalità, come accaduto ad esempio nel quartiere newyorchese di Harlem o nel quartiere “rosso” di Amsterdam”.
Fra le tante motivazioni utili a spiegare il curioso caso della caduta dei crimini, c’è poi quella del criminologo Jan van Dijk, docente della Tilburg University in Olanda. Secondo Van Dijk, i crimini calano perché esistono sempre più antifurti sofisticati e perché poi, a conti fatti, a fare i topi d’appartamento si corre un rischio troppo alto rispetto alla ricompensa. Dagli anni Cinquanta in poi, i cittadini benestanti dei paesi più ricchi hanno accumulato oggetti (televisioni, videoregistratori, auto, gioielli eccetera) ma in quegli anni ancora non c’erano sistemi di protezione efficaci. Con l’avanzare del tempo e i progressi della tecnologia, rubare è diventato un “mestiere” sempre più difficile. Chi aveva accumulato ricchezze, a partire dalla metà degli anni Novanta si è potuto difendere a dovere. E così, ad esempio, negli ultimi vent’anni sono raddoppiate le case dotate di sistemi antifurto in Inghilterra. Peraltro le cose che si possono trovare da rubare in una casa stanno perdendo costantemente valore: un lettore Dvd è arrivato a costare circa 30 euro (vale la pena farsi beccare con un piede di porco tra gli infissi di una finestra per pochi spiccioli?). Ovviamente non si possono dimenticare il controllo di polizia sul territorio e l’effetto deterrenza dovuto alle pene comminate dalla giustizia.
Alcuni criminologi rifiutano però l’approccio marxista, in base al quale tutto ruota attorno alla condizione economica di una persona. Non avrebbe senso, dicono i più critici, accostare il denaro alla criminalità tout court perché allora dovremmo chiederci con esattezza quali aspetti della crisi agiscono su precisi aspetti della criminalità, tesi sostenuta dal criminologo italiano Francesco Bruno sul Riformista nel 2010. Altre sfaccettature riguardano invece la cultura e la psicologia.“Ormai gli scienziati sono concordi nel ritenere che stiamo vivendo in un mondo sempre più pacifico e progressivamente meno violento”, dice al Foglio Roberta Sacchi, psicologa e criminologa. Quindi indipendentemente dai periodi storici, più o meno lunghi di crisi. Questo andamento progressivamente decrescente del crimine e della violenza, in generale, è dovuto a due ordini di fattori. Il primo è di origine culturale: quanto più diffusa è la cultura nel mondo, tanto più la violenza diminuisce. Diminuiscono tutti i tipi di crimini: stupri, omicidi, violenza terroristica. Ma anche, per esempio, i genocidi. Il secondo fattore è più di natura geopolitica e attiene alla dottrina dell’Assured Mutual Destruction, secondo la quale a nessuno dei due contendenti conviene belligerare, perché in guerra non c’è nessuno che vince ma entrambi perdono”. Una strategia che prende le mosse dalla teoria degli equilibri di John Nash e che sembra applicabile anche agli individui. “Stimola quella che gli psicologi chiamano empatia: una violenza applicata sugli altri provocherebbe di rimbalzo una violenza su se stessi, sebbene non sia percepita in maniera razionale. E ciò agirebbe come deterrente”. Secondo l'ultimo rapporto Eures-Ansa, inoltre, l’Europa, che tra tutti i continenti è quello che sta vivendo il più forte periodo di crisi economica, è “un’isola felice”, dice Sacchi. “Quando valutiamo la forma di violenza più estrema, l’omicidio, paradossalmente sono i cosiddetti Paesi emergenti a registrare l’indice di rischio più forte”. Per tornare in Europa, l’Italia, nel 2012, non solo non vede aumentare il numero di omicidi ma anzi registra il numero più basso da oltre quarant’anni. “Curiosamente le ‘nazioni più violente’, sempre in termini di omicidi, sono l’Inghilterra e la Francia, due paesi che certamente non stanno soffrendo la crisi economica quanto noi”. “La diminuzione del numero di omicidi in Italia si riscontra nel centro e nel nord, le zone che sembrano soffrire maggiormente la crisi economica. Il sud fa eccezione, ma il dato rimane pressoché stabile dal momento che è legato alla criminalità organizzata”. “I dati del nord e del centro confermano non solo che non ci sarebbe nessuna correlazione tra crimini e crisi economica ma, se ci fermiamo solo agli omicidi, il dato viene addirittura sconfessato”, aggiunge la Sacchi. “L’unico elemento su cui vale la pena riflettere è l’accresciuta incidenza del numero di omicidi per furto e rapina, specialmente a carico di anziani e di persone che vivono da sole”.
Secondo un’indagine Istat, riassunta nel bollettino “Italia in cifre 2012”, gli omicidi sono calati da 627 nel 2007 a 526 nel 2010, con un trend simile per i tentati omicidi e gli omicidi colposi, rispettivamente in calo del 17 e del 13 per cento nell’arco dei tre anni. Le rapine agli sportelli bancari sono poi scese del 14 per cento nel 2012 rispetto al 2011 passando da 1.097 a 940, secondo il centro di ricerca dell’Associazione bancaria italiana (Abi). E’ diminuito anche il cosiddetto indice di rischio, e cioè i colpi realizzati ogni cento sportelli: l’indice è passato dal 3,3 a 2,8 per cento a fronte di un “bottino” nel complesso più magro, del 2,5 per cento (da 25 milioni di euro del 2011 a 24,5 milioni del 2012). E’ una tendenda che prosegue da almeno tre anni, anche in forza dei maggiori controlli di polizia e dei sistemi di vigilanza delle banche stesse (nel 2012, ad esempio, oltre il 40 per cento dei rapinatori sono stati individuati dalle telecamere di sorveglianza, dice sempre l’Abi). Solo di recente, almeno dalla fine del 2012, nella comunità scientifica italiana si discute sull’aumento recente dei crimini di strada e delle ruberie messo in luce anche dalla Banca d’Italia (secondo cui tra il 2008 e il 2009 la diminuzione del 10 per cento dell’attività economica ha prodotto – a livello locale – un incremento del 6 per cento dei furti, senza incidere però sulle rapine) e dal ministero dell’Interno con le parole dell’ex ministro Anna Maria Cancellieri (“Attraversiamo una fase molto complicata. Da un lato c’è un imbarbarimento dei costumi, un modo violento di agire, che porta poi a reazioni comportamentali conseguenti, c’è uno stato d’ansia diffuso anche tra le categorie più abbienti, c’è un’incertezza complessiva per il futuro. C’è inquietudine e smarrimento tra la gente”, disse Cancellieri già nel gennaio 2012 constatando un clima di pessimismo tra i cittadini). Qui, in Italia, le teorie accreditate a livello internazionale devono ancora confrontarsi in parte con la realtà, in attesa di una prova empirica che demolisca definitivamente il falso mito “più crisi, più crimini” o che lo rimetta in discussione. Il dibattito è aperto, ci sono resistenze nell’accettare una tesi non allarmistica. Non c’è concordia in particolare per via dell’allarme, più volte rilanciato dai media, in merito a un presunto aumento delle violenze domestiche, questione segnalata dalla criminologa Roberta Bruzzone sul Foglio del 3 novembre scorso. Alla prova dei fatti, però, anche questa convinzione vacilla: stando al rapporto Eures-Ansa, infatti, il tasso di omicidi in famiglia è diminuito (dal 35,4 per cento nel 2011 al 33,3 per cento nel 2012) con “un andamento complessivamente costante negli ultimi dieci anni”, dice il rapporto.
Secondo i sociologi e gli psicologi sociali, resta improbabile che durante un periodo di crisi economica – di per sé limitato nel tempo – si verifichino simili tendenze criminali generalizzate. Molto però dipende da quanto la condizione negativa si protrae. Al contrario è dimostrato che in occasione di eventi “traumatici” e prolungati, come per esempio le migrazioni, si riscontri un aumento della violenza e degli atti predatori. Va però valutata la condizione psicologica: “Quando l’individuo si trova di fronte ad un evento critico reagisce con una sequenza chiamata ‘Modello a cinque fasi di Kübler-Ross’. Nella prima fase il soggetto nega o rifiuta l’evento. Probabilmente è un meccanismo di difesa attraverso il quale il soggetto ‘prende tempo’ per capire e riorganizzarsi. Segue una fase della rabbia e della paura, generalmente intensa ma di breve durata, che può sfociare in atti violenti. Ma tendenzialmente la rabbia e la paura sono emozioni ‘positive’, nel senso che ci consentono di liberare le risorse psicologiche per escogitare una soluzione. Se così è, come è nella maggior parte dei casi, si entra nella fase del patteggiamento, in cui il soggetto comincia a verificare cosa è in grado di fare per uscire dalla situazione di crisi. Solo nel caso in cui la situazione di crisi perdura il soggetto può entrare nella fase depressiva, dove il senso di sconfitta prende il sopravvento. L’ultima fase è detta dell’accettazione. In questa fase i momenti di relazione e comunicazione con i familiari e, in generale, con l’ambiente prossimo, diventano molto intensi. Sappiamo che in Italia la famiglia ha costituito un paracadute economico alla crisi, facendo da ammortizzatore sociale”, conclude Sacchi.
Infine, non c’è dubbio che l’allarmismo abbia prodotto effetti deleteri nello sviluppo dei modi più efficaci per prevenire i crimini e affrontarli. Spiega sempre l’Economist che un atteggiamento punitivo ed eccessivamente coercitivo nei confronti dei criminali, soprattutto se accusati di reati minori, costituisce un costo crescente per la collettività (vista la spesa dello stato per il sistema carcerario) e genera il fenomeno della recidiva, per cui l’ex galeotto tenderà a commettere altri reati una volta in libertà perché è stato punito, e non riabilitato. Così come l’approccio alla criminalità, anche “l’attività di polizia può essere modificata, e in un periodo di austerity dovrà esserlo”, aggiunge il settimanale inglese. “Ora che i poliziotti non sono più troppo occupati a contrastare i ladri di macchine o i topi d’appartamento, possono concentrarsi sulla prevenzione”. E poi “le misure tradizionali non tendono a includere i crimini finanziari, come ad esempio le frodi sulle carte di credito e l’evasione fiscale, che, al contrario di omicidi e stupri, non eccitano la pubblica paura. Ma mentre la polizia si adatta all’èra tecnologica, è bene ricordare che anche i criminali stanno facendo lo stesso”.
Infine, non c’è dubbio che l’allarmismo abbia prodotto effetti deleteri nello sviluppo dei modi più efficaci per prevenire i crimini e affrontarli. Spiega sempre l’Economist che un atteggiamento punitivo ed eccessivamente coercitivo nei confronti dei criminali, soprattutto se accusati di reati minori, costituisce un costo crescente per la collettività (vista la spesa dello stato per il sistema carcerario) e genera il fenomeno della recidiva, per cui l’ex galeotto tenderà a commettere altri reati una volta in libertà perché è stato punito, e non riabilitato. Così come l’approccio alla criminalità, anche “l’attività di polizia può essere modificata, e in un periodo di austerity dovrà esserlo”, aggiunge il settimanale inglese. “Ora che i poliziotti non sono più troppo occupati a contrastare i ladri di macchine o i topi d’appartamento, possono concentrarsi sulla prevenzione”. E poi “le misure tradizionali non tendono a includere i crimini finanziari, come ad esempio le frodi sulle carte di credito e l’evasione fiscale, che, al contrario di omicidi e stupri, non eccitano la pubblica paura. Ma mentre la polizia si adatta all’èra tecnologica, è bene ricordare che anche i criminali stanno facendo lo stesso”.
La tendenza moderna dovrebbe essere quindi quella di prevenire i crimini, anche nel senso di prevederli, facendo uso delle nuove tecnologie per anticipare le decisioni dei delinquenti e fermare le loro azioni prima che si compiano (un po’ come racconta il film “Minority Report”, tratto dall’omonimo racconto di fantascienza di Philip K. Dick, in cui gli agenti sono impegnati nel contrastare i “precrimini”). Uno sviluppo possibile questo, nella moderna lotta alla delinquenza, che potrebbe rivelarsi più efficace delle pratiche tradizionali ormai superate dai fatti e aggredite dalle statistiche controcorrente.
© - FOGLIO QUOTIDIANO
Se Silvio è colpevole arrestateci tutti
Se Silvio è
colpevole arrestateci tutti
Sbagliato contestare il reato di frode fiscale: con i
criteri applicati al Cav qualsiasi partita Iva può essere condannata
Coi criteri con cui Silvio Berlusconi è stato condannato per frode fiscale
e all'interdizione dai pubblici uffici, potenzialmente tutti i contribuenti con
partita Iva potrebbero essere condannati al carcere e privati del diritto a
essere eletti.
Ma si tratta di una interpretazione erronea della legge penale tributaria
del 10 marzo 2000 numero 74 approvata sotto il governo D'Alema con Oliviero
Diliberto ministro della Giustizia e segretario dei Comunisti italiani. Questa
legge non prevede come frode fiscale ciò per cui è stato condannato Berlusconi,
eppure non si tratta certo d'una legge berlusconiana. L'articolo 2 considera la
frode fiscale consistente nell'uso di fatture inesistenti.
Non è il caso dei diritti televisivi venduti a Mediaset da Frank Agrama,
con fatture vere e prezzi realmente pagati. L'articolo 3 considera come frode
fiscale l'evasione dell'imposta sul reddito o l'Iva da parte di chi «sulla base
d'una falsa rappresentazione nelle scritture contabili obbligatorie ed
avvalendosi di mezzi fraudolenti idonei ad ostacolarne l'accertamento indica,
in una delle dichiarazioni annuali relative a dette imposte, elementi attivi
per un ammontare inferiore a quello effettivo od elementi passivi fittizi»
quando l'imposta evasa è superiore a un certo ammontare. Il termine «mezzo
fraudolento» indica un «artificio atto a trarre in inganno». Non è applicabile
a una fattura che indica un prezzo effettivamente pagato, che risulta da una
operazione commerciale palese con un soggetto vero. Né essa è «idonea a
ostacolare l'accertamento» e non è neppure «fittizia», essendo vera, anche se
forse «gonfiata».
Il reato infine riguarda chi effettua le dichiarazioni annuali, non gli
azionisti, come Berlusconi a quell'epoca. Dunque, nei tre gradi di processo
Berlusconi è stato condannato sulla base di tre interpretazioni analogiche:
quella per cui una fattura è fraudolenta anche se è vera e palese solo perché
ha un prezzo maggiore di quello di mercato, quella per cui essa è «una fattura
fittizia», anche se è realmente pagata solo perché ad essa corrisponde un
rimborso del venditore a un'altra società, che la mette a bilancio e - terzo -
quella per cui il socio di controllo è responsabile delle dichiarazioni fiscali
degli amministratori perché «non può non sapere».
Ma le leggi penali non possono essere interpretate analogicamente né sulla
base di semplici presunzioni. Ciò è vietato dall'articolo 1 del codice penale e
dal 14 delle pre leggi. Resta un mistero: l'articolo 12 della legge 2000
stabilisce che l'interdizione dai pubblici uffici può essere al massimo di 3
anni. Come mai per due gradi di giudizio ne sono stati comminati 5? Possibile
che i magistrati abbiano letto la legge del 2000 che applicavano senza arrivare
all'articolo 12 di un testo così snello? O pensavano che la Cassazione non se
ne accorgesse? Quesito inquietante per la certezza del diritto. Con questa
interpretazione del diritto penale tributario siamo a «manette per tutti».
vendredi, août 02, 2013
Una questione di coerenza
Una questione di coerenza
Pubblicato: 01/08/2013 23:34 Lucia Annunziata Direttore, L'Huffington Post
Leggerete molte parole nei prossimi giorni sulla sentenza della Cassazione.
Ma la sostanza dei fatti è (e rimarrà) molto semplice.
Silvio Berlusconi è stato condannato, per evasione fiscale. Il che di questi
tempi è, peraltro, un reato particolarmente odioso.
Questo mette il leader del Pdl in una condizione
nuova, che cambia anche la situazione politica.
Il Pd non può in nessun modo evitare di prenderne
atto, aprendo la crisi di questo governo in cui è alleato con Silvio
Berlusconi. La dichiarazione del segretario Guglielmo Epifani ha già fatto un
passo in questo senso.
Per i democratici è una questione di coerenza rispetto
a tutta la sua identità, che riguarda non solo la giustizia, la pulizia del
Parlamento, ma anche e soprattutto la natura e la qualità della politica.
Tra il Pd e il Pdl in questi ultimi venti anni è stato
scavato un fossato le cui sponde sono state tracciate da quello che si pensava
fossero la pratica, le regole e la finalità della vita pubblica. Per non
parlare di programmi: per quanto critici si possa essere con il Pd, ci sono
pochi dubbi che su tasse, lavoro, giustizia sociale, visione del sistema
industriale, questo partito si è nettamente distinto dalla piattaforma del Pdl.
Capiamo le molte ragioni che hanno spinto Napolitano a
lavorare per un governo di coalizione. Apprezziamo anche lo spirito di servizio
con cui Letta si è preso l'incarico di guidare tale governo.
Ma la crisi delle nostre istituzioni maturata nella
peggiore crisi economica degli ultimi anni, non sarà in nessun modo affrontata
e ancora meno aiutata dal negare quello che è stata la storia di questo paese.
Una storia di divisione, di lacerazioni, di ferite, che ha lasciato, in
entrambi I lati, una sedimentazione dura di rancori, inimicizia e veri e propri
odi.
Senza necessariamente dire che il Pd ha fatto tutto
bene, o che il Pd è stata una forza politica senza macchia e senza paura -
perché non è vero - non si esce da un lungo tunnel di scontri come quello che
il paese ha vissuto in questi ultimi anni, semplicemente dichiarando una finta
pace.
Se ne esce ricordando che, come si sente dire in
queste ore, gli avversari non si battono per via giudiziaria, ma per via
politica. Appunto. Si torni dunque alla politica. Si torni a un programma, a
una proposta per la società, per uscire dalla crisi. Si prenda anche il rischio
di nuove elezioni (ebbene sì, il porcellum si può cambiare velocemente se si
vuole), per affrontare il giudizio del Paese.
Del resto, se mai avevamo bisogno di una
dimostrazione del permanere in Italia di un clima di scontro, il messaggio con cui Silvio Berlusconi ha commentato la sua
condanna è rivelatore. Se il Pd non prenderà atto che si è riaperta la Guerra
dei Venti anni, come ama definirla il Pdl, glielo ricorderà con i fatti proprio
il Cavaliere.
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