Gli «avvelenatori» tornano punibili - Corriere della SeraGli «avvelenatori» tornano punibili
E' di nuovo valida la legge del 1962 che punisce chi mette in commercio alimenti scaduti, tossici o avariati
di Mario Pappagallo corriere.it 20110120
SENTENZA URGENTE DELLA CASSAZIONE
Gli «avvelenatori» tornano punibili
E' di nuovo valida la legge del 1962 che punisce chi mette in commercio alimenti scaduti, tossici o avariati
Le famose mozzarelle blu
Le famose mozzarelle blu
MILANO — Una legge salvata. Quella sulla tutela della salute pubblica rispetto agli alimenti scaduti, avariati, contaminati, tossici e quant’altro. Dopo la denuncia del Corriere della Sera, una sentenza urgente della Cassazione riconosce gli effetti della legge 283 del 1962 sulla tutela di quanto finisce nei piatti degli italiani. Una tutela preventiva che i giudici italiani avevano smesso di applicare considerandola spazzata via — insieme a migliaia di altre norme risalenti a prima del 1970 — dai decreti del ministro per la semplificazione Roberto Calderoli. Una sentenza, sempre della Cassazione, del febbraio 2010 ne aveva decretato la «morte», ritenendola abrogata dal 16 dicembre 2010. Eliminando così la possibilità di punire chi commetteva reati del tipo mozzarelle blu, vino al metanolo, alici con le larve, cotolette alla salmonella, uova alla diossina. Un esempio dell’elenco sterminato di reati normalmente presenti nei rapporti dei carabinieri del Nas. E dopo il 16 dicembre, nonostante le rassicurazioni dello stesso Calderoli e del ministro della Salute Ferruccio Fazio, i giudici avevano cominciato ad assolvere o a non rinviare a giudizio. Un grave pericolo per la salute pubblica.
«INFORMAZIONE PROVVISORIA» - Adesso controlli e sentenze possono ripartire. In fretta e furia, la terza sezione penale della Suprema Corte ha di fatto ribaltato la decisione che lei stessa (ma con altri magistrati) aveva preso lo scorso febbraio. Per ora non si conoscono i dettagli, ma l’importanza della questione è tale che da piazza Cavour a Roma hanno diramato un’«informazione provvisoria», scritta a penna, che illustra il senso del provvedimento. «La disciplina in tema di tutela degli alimenti contenuta nella legge 283 del 1962 — è scritto — non rientra fra quelle abrogate dalla legge 246 del 2005 (la cosiddetta taglia-leggi, ndr) e relativi decreti attuativi». E stamane il procuratore torinese Raffaele Guariniello è tornato a colpire, a firmare un rinvio a giudizio per un commerciante che vendeva alici alle larve, pericolosissime per il fegato umano. «Sono entusiasta di questo intervento della Cassazione che ripristina la normalità», ha commentato il magistrato, da sempre in prima fila nella lotta contro le frodi.
CHIAREZZA - Guariniello ha subito informato il ministro Fazio, che si era prodigato per chiarire la situazione. Fazio e il collega Calderoli, il 17 gennaio scorso, avevano spiegato che la legge non era stata abrogata. Ma nei tribunali, di fronte alla sentenza della Cassazione del febbraio 2010, pochi potevano applicare la versione dei ministri. Soprattutto gli avvocati difensori sventolavano quella sentenza che in pratica ufficializzava l’abrogazione della legge del 1962. A Benevento, a dicembre, è stato assolto un commerciante «perchè il fatto non è più previsto come reato», mentre a Torino un pescivendolo aveva evitato il rinvio a giudizio e un responsabile di minimarket ha sperato nell’assoluzione per la vendita di alici con le larve. Il giudice però ha rinviato la sentenza in attesa di chiarezza. Chiarezza arrivata ora da Piazza Cavour.

È ora di finirla con western e Corazzate Potemkin - PRIMO PIANO - ItaliaoggiLa magistratura militante (e amici) non può tenere politici e istituzioni con le mani alzate
È ora di finirla con western e Corazzate Potemkin
Saranno i giudici a giudicare se gli impegni del Cav sono meno importanti dei loro impegni
di Diego Gabutti italiaoggi.it 20110115
Saranno i giudici a decidere se il Cavaliere (oppure un suo ministro, o qualche altro presidente del consiglio) può o non può invocare il legittimo impedimento per evitare le aule di tribunale dove vogliono cucinarlo a fuoco lento_ pardon, processarlo. Non era questo, naturalmente, che Silvio Berlusconi si proponeva d'ottenere con la legge che la Consulta gli ha smontato come un giocattolo. Si proponeva, anzi, l'esatto contrario: il potere giudiziario (che scopre d'avere fretta di celebrare i processi soltanto quando coinvolgono i politici, in particolare quelli di centrodestra, berlusconiani in testa) s'adatta ai tempi del potere politico, democraticamente eletto, e non il contrario. Si ammette che il presidente del consiglio e i suoi ministri possano avere altro da fare, il giorno x o y, che presentarsi in tribunale. Ma si nega loro il diritto di ricorrere al legittimo impedimento quando lo ritengono opportuno. Già c'è qualcosa di grottesco (e di pericoloso) nell'idea demagogica che, visto che siamo tutti eguali di fronte alla legge, la magistratura può mettere sotto accusa chiunque in qualsiasi momento, comprese le più alte cariche dello stato, che possono essere chiamate a presentarsi in tribunale anche quando sono impegnate in affari di governo (consigli dei ministri, incontri internazionali eccetera). Ma è ancora più insensato che un qualsiasi giudice possa stabilire che gl'impegni (ufficiali o meno) del capo del governo o d'un ministro sono meno importanti del suo calendario giudiziario. È assurdo, infine, che non ci siano regole: decide il giudice se l'impedimento c'è o non c'è, e a quanto pare è una decisione insindacabile, orwelliana. Non c'è niente di strano, obiettano i fan della Corte costituzionale. Se non decide il giudice, decide il capo del governo, decide cioè il Cavaliere, e la cosa è comica è inammissibile, come le ordinanze patafisiche d'Ubu Re. Alla larga da Ubu Re. Meglio la giustizia patafisica d'Ubu Magistrato. E Ubu Magistrato è dell'idea che sia «inaccettabile» (e persino «anticostituzionale») lasciare che a decidere le priorità sia il governo eletto. Anche se decidere, e promulgare leggi per dare forma a queste decisioni, è naturalmente il compito degli esecutivi e dei politici eletti. È per questo, nella speranza che prima o poi si decidano a decidere qualcosa, che paghiamo a costoro uno stipendio da nababbi. Giustissimo, obiettano sempre i tifosi della Consulta. Tuttavia ai politici non è consentito votare leggi anticostituzionali (qualcuno direbbe che non gli è consentito prendere decisioni politiche che hanno l'odore sbagliato). Incostituzionale, però, non è il principio in sé dell'impedimento legittimo, che la Corte costituzionale ha infatti riconosciuto e ammesso. Incostituzionale, nel tribunale d'Ubu Magistrato, è soltanto che sia il governo eletto a decidere. Costituzionalissimo, infatti, è che a decidere siano i giudici, il Gran Collegio Patafisico, la magistratura. Dunque prepariamoci al peggio. Indagato da ieri, così si legge in una notizia d'agenzia, per «prostituzione minorile» in relazione all'arcinoto caso Ruby, il Cavaliere dovrà presentarsi in tribunale, magari nel corso d'un summit planetario, anche per rispondere di quest'accusa particolarmente ridicola e infamante. Che non si tratti d'una decisione oggettiva, matematica, come fingono di credere alcuni commentatori, lo dimostrano le voci che circolano da giovedì sera. Si dice, per esempio, che il legittimo impedimento non è stato bocciato in toto, come avrebbe voluto la maggioranza della Consulta, ma che si è preferito un compromesso che ne ha almeno salvaguardato il principio, soltanto perché uno dei giudici costituzionali avrebbe minacciato di denunciare pubblicamente l'impronta politica, «de sinistra», antiberlusconiana, di un'eventuale bocciatura complessiva della legge. Che dire? Sono ormai vent'anni che la magistratura politicizzata, e la Corte costituzionale, a sua volta politicamente orientata, per non parlare dell'informazione militante, tengono i politici e le istituzioni con le mani alzate, sotto tiro. Non se ne può più. Basta con i western e le Corazzate Potemkin. È tempo di cambiare film.

Italia bloccata dai poteri anomali di sindacati e Csm - I COMMENTI - ItaliaoggiItalia bloccata dai poteri anomali di sindacati e Csm
di Sergio Soave italiaoggi.it 20110115
La riapertura della stagione politica è caratterizzata da due avvenimenti che non appartengono alla dialettica tra i partiti in senso stretto: la decisione della Corte costituzionale sul legittimo impedimento e il referendum tra i lavoratori della Fiat. Il primo dato, la sentenza della Consulta, pur confermando l'atteggiamento molto critico della magistratura nei confronti di Silvio Berlusconi, avvia alla prescrizione, dopo le inevitabili battaglie procedurali, i processi in cui è imputato. La questione Fiat, che sul piano politico ha colpito soprattutto i rapporti tra sinistra antagonista e sinistra riformista, detta i tempi e forse i modi di un necessario rinnovamento del sistema delle relazioni industriali che si sono appalesate, specie quando vengono utilizzate in modo ostruzionistico secondo il modello Fiom del «potere sindacale», come un ostacolo sostanziale agli investimenti. Si tratta di questioni distinte e persino lontane tra loro, ma che sottolineano il blocco che viene determinato dal ritardo con cui vengono affrontati i nodi delle riforme quando potenti corporazioni vogliono bloccarle. Il «potere giudiziario» come il «potere sindacale» non sono poteri costituzionali, visto che fanno riferimento a un ordine e a una libera associazione di lavoratori, ai quali deve essere garantita l'autonomia ma che non avrebbero dovuto diventare poteri in grado di bloccare il processo legislativo. Il Csm che si sente una terza camera e il sindacato antagonista che rivendica un diritto di veto, anche quando si trova in condizioni minoritarie tra i lavoratori, seppure in ambiti diversissimi, tendono a piegare verso forme corporative la dialettica democratica e il confronto libero tra le parti sociali. Questi poteri anomali, entrati nella Costituzione materiale, il primo con Tangentopoli, il secondo con l'autunno caldo, sono entrati in contraddizione con altri aspetti nuovi della Costituzione materiale, quelli che attraverso le leggi elettorali, prima locali e poi nazionali, hanno introdotto l'idea di un mandato popolare diretto alla governabilità. È il contrasto tra queste due tendenze, nessuna delle quali ha ottenuto una sanzione formale con riforme condivise della Costituzione (se si eccettua l'abolizione dell'immunità parlamentare), che è alla base del confronto politico da quasi vent'anni. Gli uni chiamano gli altri giustizialisti e vengono a loro volta definiti populisti, i sindacati ragionevoli vengono denunciati come servili, e quelli antagonisti sospettati di tolleranza nei confronti della violenza politica. Le distanze nella polemica verbale si allargano, ma nella sensazione profonda e nei comportamenti concreti prevale la volontà di coesione.

The European Foreign Office - Coulisses de Bruxelles, UEThe European Foreign Office
de Jean Quatremer coulisszs de bruxelles liberation 20110114
La baronne Ashton a délocalisé le Foreign Office, l’équivalent britannique du Quai 20100726 CAG 26 d’Orsay, de Londres à Bruxelles ! C’est du moins ce qui apparaît à la lecture de l’organigramme du Service européen d’action extérieur (SEAE), le bras séculier de la politique étrangère et de sécurité commune (PESC), colonisé par les Britanniques, les Français, mais aussi les Allemands, étant réduits à la portion congrue... Plus grave encore : la ministre des Affaires étrangères, on n’ose plus dire de l’Union européenne, a décidé d’avoir la peau de l’embryon de défense européenne afin de ne pas faire d’ombre à l’OTAN, comme le veut Londres. Catherine Ashton, manifestement bien conseillée par son pays d’origine, a effectué un magnifique travail de sape du SEAE afin de lui limer les dents et les ongles et veiller à ce qu’il ne fasse pas d’ombre aux intérêts britanniques. Bref, un an après l’entrée en vigueur du traité de Lisbonne, c’est « jeu, set et match pour la Grande-Bretagne », pour reprendre l’expression de l’ancien premier ministre de sa gracieuse majesté, John Major.
La France, première diplomatie européenne, a certes obtenu le poste de numéro 2 qu’elle réclamait, celui de secrétaire général du SEAE qui revient à Pierre Vimont. Mais Ashton, qui n’a pas pu bloquer cette nomination qui ne dépendait pas d’elle, a inventé un poste de même niveau, celui de responsable de l’administration qui est revenu à l’Irlandais David O’Sullivan et a nommé comme « conseiller spécial » (un poste qui flotte dans l’organigramme entre le bureau exécutif — composé de la ministre, de Vimont, de ses deux adjoints et de O’Sullivan — et les organes militaires) le Britannique Robert Cooper, ancien patron de la direction générale du Conseil des ministres chargé des relations extérieures. De même, les ressources humaines, le contrôle des ambassades de l’Union et les infrastructures reviennent à ses compatriotes.
Au niveau des cinq grandes directions régionales, l’équilibre géographique semble a priori mieux respecté. Mais, dans le détail, les Britanniques effectuent une véritable razzia. Ainsi, la Grande-Bretagne obtient pour l’un de ses diplomates Nicholas Wescott, la direction Afrique. Son adjoint, chargé de la corne de l’Afrique et de l’Afrique de l’est et du sud, est aussi Anglais tout comme son directeur chargé de la corne de l’Afrique : autrement dit, la zone traditionnelle d’influence de la Grande-Bretagne reste sous contrôle. Et le Maghreb échappe à la France qui obtient tout juste le poste de directeur chargé de l’Afrique centrale. Pour l’Asie, c’est un peu plus subtil : le directeur général est certes Roumain, mais son adjoint est britannique, tout comme le directeur chargé de l’Australie, du Japon, de la Corée et de la Nouvelle-Zélande ou celui chargé du Pakistan, de l’Afghanistan, du Bengladesh… C’est un Français venu de la Commission, Hugues Mingarelli, qui obtient la direction régionale chargée du Proche-Orient. Mais sous ses ordres, aucun Français. Les deux autres directions régionales reviennent à un Slovaque (pays d’Europe de l’Est et du sud-est) et à un Suédois (Amérique).
La direction générale chargée des questions multilatérales n’a pas encore de titulaire. Au niveau des adjoints, on trouve certes une Française chargée des droits de l’homme (Véronique Arnault), mais aussi un Britannique (prévention des conflits et sécurité). Il est aussi tout à fait remarquable qu’aucun des diplomates envoyés par Paris n’ait été retenu par Ashton pour occuper l’un des sièges d’ambassadeur de l’Union ou de direction du SEAE… Au final, dans les postes de direction, le rapport de force entre les deux principales diplomaties européennes, la Britannique et la Française, le rapport de force est d’un à cinq très précisément… Pour les Allemands, c’est encore pire.
Soldat-piraterie-somalie_141 Comme Ashton ne pouvait guère aller au-delà, elle a confié d’autres postes stratégiques à des pays d’Europe du nord qui se situent plutôt sur la longueur d’ondes britannique et qui, du coup, sont surreprésentés. Ainsi, la direction générale « Amérique » revient à un Suédois, Christian Leffler. Enfin, le centre de renseignements de l’Union, le Sitcen, échappe, comme on pouvait le craindre, au Français Patrice Bergamini à qui les Britanniques n’ont jamais pardonné son engagement contre la guerre en Irak : sa direction échoit à un Finlandais, ce qui revient à le stériliser, les services diplomatiques français, britannique ou allemand n’ayant guère de lien de confiance avec la Finlande dont la diplomatie est tout entière tournée vers la Russie. Or, le SEAE ne pourra fonctionner efficacement que si les grandes puissances européennes acceptent de partager leurs renseignements…
La neutralisation de la politique de défense commune a pris le même chemin tortueux. Ainsi, la présidence du Comité Politique et de sécurité (COPS), l’organe permanent chargé de la politique de défense commune composé des ambassadeurs des États membres, a été confiée à un Suédois, ressortissant d’un pays neutre et non membre de l’OTAN. Même chose pour le Comité militaire, ce qui est encore pire… L’État major européen revient aux Pays-Bas dont tous les officiers sont formés à West Point et dont on connaît le peu d’appétence pour la défense européenne. Il en est de même de la planification civile. La France obtient en lot de consolation l’Agence de l’armement qui se cherche toujours un rôle… « Ces nominations montrent clairement qu’Ashton veut transformer la politique de défense européenne en gestion de catastrophe humanitaire. D’ailleurs, les Britanniques qui commandent l’opération Atalante, qui vise à lutter par des moyens militaires contre la piraterie dans la corne de l’Afrique, veulent qu’elle soit rattachée à l’OTAN… », commente un diplomate européen.
La ministre européenne n’a, de toute façon, jamais caché qu’elle ne portait aucun intérêt aux questions de défense. Ainsi, les organes militaires n’ont pas d’accès direct à elle, son cabinet, largement dominé par les Britanniques, lui aussi, faisant systématiquement barrage. « En plus », raconte un militaire, "le cabinet exige que toutes les notes soient uniquement rédigées en anglais », la seule langue que la ministre comprenne…
L’affaire est politiquement extrêmement grave : la France a réintégré la structure Otan france cout sarkozy militaire intégrée de l’OTAN en échange de deux postes de commandement (dont l’un va être supprimé dans le cadre de la réorganisation de l’Organisation), mais aussi dans l’espoir que cela permettra à la défense européenne de prendre son envol. Or c’est exactement le contraire qui se passe : l’OTAN qui, depuis le sommet de Lisbonne de décembre dernier, peut aussi gérer les crises humanitaires, est en train d’absorber « le peu d’Europe de la défense », selon l’analyse d’un militaire français. Pour la plupart des partenaires de Paris, pourquoi faire au niveau européen ce dont l’OTAN et donc les Américains s’occupe déjà ? La nomination de neutres et d’otaniens purs sucres s’inscrit dans cette logique. « Les Français ont été trompés », s’indigne un responsable français.
Comment expliquer une telle razzia britannique et une telle Bérézina française ? Par la fascination de la diplomatie hexagonale, certains parlent de « fascination masochiste », pour la Grande-Bretagne. Nicolas Sarkozy, le chef de l’État français, confiait ainsi en 2009, qu’il fallait que le poste de ministre des Affaires étrangères de l’Union revienne à un Britannique afin des les convaincre de l’utilité de cette politique commune. Une nouvelle fois, on peut constater que ce n’est pas le cas, bien au contraire. Ce n’est pas la première fois que la France se laisse ainsi séduire par les sirènes britanniques, comme l’a montré l’accord de Saint-Malo de 1998 qui devait lancer la défense européenne et qui resta quasiment lettre morte et comme le montrera sans doute le nouvel accord franco-britannique signé en novembre dernier…
En outre, la France a du mal à défendre sa position en Europe, à la différence des Britanniques. Après avoir obtenu la nomination de Vimont, elle a estimé qu’elle ne pouvait pas obtenir plus, une pudeur qui n’a pas étouffé les Britanniques. Mais il est vrai que les partenaires de la France aiment la taxer d’arrogance alors qu’ils louent le pragmatisme d’Albion… Il n’y a donc plus guère de doute que les quatre prochaines années seront perdues pour la diplomatie européenne qui risque de n’être guère plus qu’une succursale de l’Alliance Atlantique

Contro la casta delle toghe il Cav. ci deve una vera riforma | l'Occidentaledi
Giancarlo Loquenz loccidentale.it 14 Gennaio 2011
Una qualsiasi casta di potere cui fosse concesso di scegliersi a tavolino la migliore legislazione tale da coniugare autotutela, massima influenza pubblica, vantaggi personali e irresponsabilità politica, prenderebbe a modello le norme, costituzionali e non, che regolano la magistratura italiana.
Non c’è altro paese dove valga lo stato di diritto in cui i magistrati “possono tutto” come accade in Italia. Non dipendono dal potere politico, le loro carriere – giudicante e requirente - sono intrecciate e intercambiabili, non rispondono civilmente dei loro errori, non sono sottoposti a una catena gerarchica interna, godono della tutela costituzionale del Csm, si auto-erogano le sanzioni disciplinari, controllano le indagini di polizia e in virtù dell’obbligatorietà dell’azione penale dispongono di un totale arbitrio operativo.
I magistrati italiani sono divisi, litigiosi ed esposti, come ogni altra categoria, ai vizi del carrierismo e della clientela, ma sua una cosa sono uniti fino allo spasimo: nessuna riforma sulla magistratura può essere fatta contro o senza di loro. Alla fine dunque meglio nessuna riforma, anche a costo di mandare allo sfacelo la macchina della giustizia, piuttosto che rischiare che qualcosa possa sfuggire al controllo.
E si capisce bene perché: una tale condizione di grazia e di potere consolidatasi con il tempo e con una strenua attività di lobbying politico-istituzionale è ormai così perfetta che ogni modifica non potrebbe che costituire un arretramento.
Mentre negli anni, la politica, i sindacati, i potentati economi e industriali, la Chiesa, insomma ogni altro centro di potere in Italia, ha dovuto accettare condizionamenti e limitazioni, vivere fasi di ripiegamento e di riorganizzazione, la magistratura è riuscita a resistere a ogni tentativo esterno di riforma.
Allo stesso tempo la sua pervasività, lo spazio della sua azione si è ampliato a dismisura. Dalla culla alla tomba, non solo la libertà (è già sarebbe moltissimo) ma ormai anche la vita dei cittadini è alla mercè di un giudice. Ci dicono come dobbiamo nascere e quando dobbiamo morire, entrano d’imperio nelle vite private, nelle stanze da letto, nelle conversazioni telefoniche; dispongono sull’educazione dei figli, sulle abitudini religiose, sull’agenda del governo, sui conduttori dei tiggì; hanno una gigantesca influenza sull’attività economica e produttiva – e non solo grazie agli arbitrati e alle consulenze -; incidono sulla legislazione (non c’è gabinetto di ministero che non sia presidiato da magistrati o gruppo parlamentare che non ne conti una buona percentuale), vanno nei talk show, scrivono libri, diventano leader di partito, determinano i destini di intere legislature o classi politiche.
Eppure quando si pensa ai mali del paese nessuno azzarda che a fronte di una tale influenza possa corrispondere una qualche responsabilità. No, i magistrati godono per lo più di un alone di santità ed eroismo che li astrae dai guai di ogni giorno e anzi gli affida una missione palingenetica.
In questo sono stati aiutati dalla mostrificazione di Silvio Berlusconi da parte di un complesso mediatico-politico molto facilmente individuabile. L’immenso potere è l’assoluta irresponsabilità di cui godono i magistrati italiani hanno trovato la loro giustificazione nell’antiberlusconismo militante che la casta delle toghe ha saputo sfruttare al meglio. Con Berlusconi “male assoluto” la loro conquista di fatto del potere ha assunto le sembianze di una battaglia per il bene e per la democrazia.
Giornali come la Repubblica, l’Unità, il Manifesto, il Fatto Quotidiano sono diventati i corifei di questa magistratura militante, il fan sfegatati della nuova casta, abdicando completamente a qualsiasi missione di verifica e controllo sul potere e sui suoi scopi, da qualsiasi parte alligni. Il marchio di garanzia antiberlusconiano ha messo al riparo i magistrati italiani da ogni scandaglio pubblico: non vanno disturbati perché rappresentano l’ultimo bastione tra il paese inerme e la resa alla dittatura del Caimano. Qualcuno dei suoi avversari l'ha anche capito, ma come D'Alema quando parla off the rcord con l'ambasciatore americano e dice che la magistratura è una pericolosa anomalia italiana, può solo sussurarlo in segreto.
In questo c’è anche una responsabilità di Berlusconi. Lo strapotere conquistato dalle procure nella acerrima battaglia contro di lui è qualcosa che ha intaccato la libertà di tutti. La possibilità di scorazzare liberamente nelle nostre vite che i magistrati si sono via via accaparrati è ormai a livello di guardia. Per questo quando pretendiamo una vera riforma della giustizia, un serio riequilibrio tra i poteri, non pensiamo a qualcosa che debba servire al presidente del Consiglio, ma a noi tutti cittadini di questo paese. Berlusconi ce la deve.

Ora è De Magistris a finire nel mirino dei giudici Ma lui si ricicla garantista: "Sereno, non lascio" - Interni - ilGiornale.it del 15-01-2011Ora è De Magistris a finire nel mirino dei giudici Ma lui si ricicla garantista: "Sereno, non lascio"
di Paolo Bracalini ilgiornale.it 20110115
Dopo il rinvio a giudizio a Salerno, anche la procura di Roma chiede di processare l’eurodeputato Idv: come toga avrebbe intercettato illegalmente alcuni parlamentari. Secondo il codice etico del suo partito dovrebbe autosospendersi. Anche Travaglio gli suggerisce "un passo indietro"
Roma - E siamo a due. A novembre è stato rinviato a giudizio dalla procura di Salerno per omissione di atti d’ufficio, due giorni fa anche la procura di Roma ha chiesto per lui il rinvio a giudizio, stavolta per abuso d’ufficio. Il 2010 è finito male e il 2011 comincia peggio per Luigi De Magistris, dipietrista per caso. Dopo una sfilza impressionante di flop giudiziari, come pm, il grillo parlante (tra grilli parlanti e grillini) dell’Idv rischia di ripetere i buchi nell’acqua anche nel suo nuovo mestiere. Da accusatore di candidati indagati (anche nel suo partito) e predicatore di questioni morali da risolvere (nel suo partito), De Magistris si ritrova eletto e indagato e contestato, ma con la ferma intenzione di non fare neppure mezzo passo indietro, proprio come gli indagati contro cui si scaglia. Anche se il cosiddetto codice etico dell’Idv (una chimera da barzelletta...), all’articolo 2, vieta che un iscritto, candidato o eletto dell’Idv possa mantenere l’incarico «quando sia stato emesso decreto che dispone il giudizio», e anche se persino il suo amico Travaglio gli ha consigliato la «mossa preventiva ed elegante» di autosospendersi dall’Idv «fino alla sentenza». Tutto inutile, non ci pensa proprio.
E ora c’è pure la nuova grana. Il procuratore aggiunto di Roma, Alberto Caperna, e il pm Caterina Caputo, chiedono il processo per l’ex pm De Magistris (in concorso con Gioacchino Genchi) per aver «acquisito, elaborato e trattato illecitamente (cioè senza chiedere l’autorizzazione alla Camera, ndr) i tabulati telefonici relativi a membri del Parlamento», tra cui Prodi, Mastella, Rutelli e altri. Lui su Facebook fa sapere che andrà dai giudici e anzi che lo farà «con animo assolutamente sereno». Un bell’esempio di rispetto delle istituzioni. Peccato che due righe dopo parta la filippica complottistica sulla giustizia a orologeria nei suoi confronti: «Ho pagato e pago un prezzo salatissimo per aver svolto inchieste che hanno intaccato il potere nella sua accezione più vasta». Insomma sempre viva la magistratura ma se toccano De Magistris è perché ce l’hanno con lui.
Del resto, quando è stato rinviato a giudizio a Salerno, alle domande del Corriere del Mezzogiorno ha risposto con argomenti sorprendenti per un giustizialista sostenitore delle «liste pulite» come lui. Spiegava, perfettamente in linea con il Pdl, di non avere la minima intenzione di dimettersi perché «che facciamo, lasciamo che ogni denuncia blocchi l’attività politica?». Urge un Lodo De Magistris, o almeno un legittimo impedimento anche per lui. E poi «attenti a dire che ogni azione della magistratura va presa per oro colato», ammoniva l’eurodeputato, improvvisamente garantista. E il processo che vedrà lui come imputato? «È un clamoroso errore giudiziario», diceva prendendo a prestito qualche dichiarazione dello studio Ghedini.
È noto, già che ci siamo, come De Magistris, il nemico degli scudi e l’amico dei magistrati, si sia recentemente premurato di sfruttare l’immunità garantita ai parlamentari europei, così da sottrarsi, grazie al deprecato privilegio, alla causa intentatagli da Clemente Mastella (definito a suo tempo grosso modo un criminale, ma era una semplice «espressione politica» secondo De Magistris. «È l’unico che applica il Lodo Alfano», gli ha replicato l’altro). Doppiezze e goffaggini che gli hanno procurato una quantità enorme di nemici anche dentro l’Idv, che lui frequentemente critica - però con due anni di ritardo rispetto ai giornali di centrodestra - per l’assenza di trasparenza e per le ambiguità nella scelta dei candidati. Pare che Di Pietro gli stia preparando la festa per il prossimo esecutivo nazionale, dove si faranno approvare delle risoluzioni che confermeranno la piena fiducia a Tonino, affossando la «questione morale» sbandierata da De Magistris, cioè di fatto sfiduciandolo. E lui? Niente, aspetta e aspetterà. Dicono guardi a Vendola, ma non è chiaro se Vendola guardi a lui. Nell’incertezza, non si muove. Forse meglio così, perché quando lo fa tende a produrre danni. Basta vedere la fine di Why not, la super-inchiesta che metteva insieme tutto, genere serie tv, dalla mafia alle logge massoniche agli affaristi ai politici corrotti. Risultato: centocinquanta persone indagate e sputtanate, otto condanne in tutto, diversi milioni bruciati per «un’affascinante rappresentazione di inquietanti realtà occulte di poteri superiori» (scrisse il gup) che è stato un flop con pochi precedenti. Attenzione, sembra proprio che De Magistris voglia ripetersi con la politica.

Sono i regressisti che hanno impallinato l'Italia intera - I COMMENTI - ItaliaoggiSono i regressisti che hanno impallinato l'Italia intera
di Pierluigi Magnaschi italiaoggi.it 20110115
Se non si reagisce ai violentatori del linguaggio, si finisce per non capire niente. Bisogna quindi restituire alle parole il loro significato. Progressisti sono coloro che, di fronte a fenomeni nuovi, decidono di cambiare i loro schemi. Sono regressisti (o conservatori ) coloro che si comportano sempre allo stesso modo anche se il mondo che è attorno ad essi cambia vertiginosamente. Progressisti e regressisti (come vedremo in alcuni casi) si distribuiscono in tutto l'arco politico. Resta però il fatto che lo schieramento che si autodefinisce progressista, quasi sempre non merita questa connotazione perché, sempre o quasi sempre, si comporta all'opposto del vero significato di questa parola. Questa ricognizione non è semplicemente lessicale ma concreta perché i regressisti, con le loro scelte, distruggono il Paese e quindi, nell'interesse del Paese, debbono essere snidati ed evidenziati nel loro ruolo, fuori dalla bambagia dei nomi che li sottraggono dalla pubblica riprovazione. Ad esempio, furono i repubblicani di La Malfa, negli anni 70, ad opporsi all'introduzione della tv a colori per non incentivare il consumismo. Il risultato fu che, quando la tv a colori arrivò, l'industria italiana del settore (che era promettente) si fece distruggere dalla concorrenza straniera. Lasciando perdere, come esempio di regressivismo, la vicenda della Fiom che per difendere dei diritti (che non vengono concussi, dice il giuslavorista Ichino, del Pd) preferirebbe rinunciare alla fabbrica dove questi diritti sono esercitabili, si può analizzare la vicenda della grande distribuzione. Ieri è uscita la nuova classifica delle dieci grande catene distributive nel mondo. Nelle prime cinque posizioni ci sono, nell'ordine, una società americana (Walmart), francese (Carrefour), tedesca (Metro), inglese (Tesco) e tedesca (Schwarz). E nessuna italiana. Che non si trova nemmeno nelle prime 30 posizioni perché in Italia, quando nasceva la grande distribuzione, i regressisti (negozianti e partiti di sinistra; destra e sinistra uniti, quindi) bloccarono le licenze e quindi intisichirono questa imprenditorialità. Se adesso gli italiani acquistano, in Italia, da Carrefour, Auchan, Le Roy Merlin (che espongono con grande evidenza sui loro scaffali molti prodotti francesi) e, nel contempo, non c'è nemmeno un supermercato italiano in Francia, il grazie lo si può dire ai nostri regressisti che poi sono gli stessi che si lagnano che il paese non cresce, che la disoccupazione aumenta, che i giovani sono senza lavoro. Con i loro comportamenti e i loro divieti c'è da stupirsi che l'Italia, sia pure stremata, resti ancora in piedi.

Duro attacco di “Repubblica” alla Consulta | The FrontpageDuro attacco di “Repubblica” alla Consulta
di FR thefrontpage.it 20110114
C’è qualcosa che non torna. Il più furente contro la sentenza della Corte costituzionale sul legittimo impedimento non è Bondi, né Sallusti o Belpietro, e neppure il nostro piccolo tFP, che prova a condurre una battaglia liberale in un mondo di ultrà sanfedisti – né tantomeno Berlusconi, per motivi che vedremo fra poco. Il più arrabbiato è Giuseppe D’Avanzo, commissario del popolo per gli Affari giudiziari nonché autorevole editorialista di Repubblica.
Già l’inizio del suo commentone di oggi è minaccioso: “C’è una confortante novità e un paio di pessime notizie”. La buona nuova, scrive D’Avanzo, è che “la Consulta demolisce la legge sul legittimo impedimento”. In realtà non lo “demolisce” affatto, e anzi lo costituzionalizza, subordinandone l’applicabilità all’opinione del giudice: ma la retorica ha le sue regole, e nei partiti comunisti tutti gli interventi cominciavano con un sonoro “condivido pienamente le parole del compagno segretario”.
Veniamo dunque alle cattive notizie: la prima, secondo D’Avanzo, è che Berlusconi in un modo o nell’altro non si fa mai processare (e non sembra una gran novità); la seconda è che “avrà buon gioco perché i processi che lo attendono a Milano presto diventeranno cenere”, visto che “cinque dei sette giudici che lo stavano giudicando sono stati trasferiti ad altro incarico”. Da quel cattivone di Berlusconi? No, da altri giudici, e per motivi di carriera.
“La sentenza della Consulta non aiuta – prosegue il commissario del popolo – perché prepara ai giudici di Milano un percorso ricco di trappole e complicazioni”, come per esempio il rispetto del codice di procedura penale, la presunzione d’innocenza, il diritto alla difesa dell’imputato. Molto meglio, ci rendiamo conto, mandare i carabinieri a palazzo Chigi, tradurre il prigioniero all’Asinara riaperta per l’occasione, e chi s’è visto s’è visto.
Nella sua dura requisitoria contro l’Alta Corte, D’Avanzo non si ferma di fronte a nulla: “La nuova davvero pessima – incalza – la si scorge nelle manifeste intenzioni del premier”: le elezioni anticipate. In realtà, Berlusconi anche dopo la sentenza sembra lavorare al consolidamento, e non alla dissoluzione, della sua maggioranza, perché, pragmaticamente, preferisce sempre il certo all’incerto; ma se anche fosse? Niente da fare: nel mondo d’avanzato gli imputati non si possono difendere e gli elettori non possono votare.
D’Avanzo, nel suo argomentato attacco alla Consulta, ha il merito di portare alle estreme conseguenze la lugubre logica giustizialista, che vorrebbe fare del Parlamento una gigantesca Guantanamo sorvegliata ventiquattr’ore al giorno da un manipolo di pubblici ministeri. E Berlusconi, nell’Italia degli opposti estremismi, non può che goderne.
La Consulta, del resto, gli ha aperto un’autostrada, offrendogli l’occasione di fare a pugni ogni giorno con questo o quel magistrato su questo o quell’impegno di governo. Gli ha fornito l’alibi migliore per continuare a litigare sulla giustizia anziché riformarla o farla funzionare. E, soprattutto, gli consentirà ancora una volta di occultare all’opinione pubblica la sua vera, fondamentale mancanza: la capacità di governo.
D’altro canto, basta rileggere le sue dichiarazioni di stamattina a Mattino 5: la Consulta è “assolta” (“Ha salvato l’impianto della legge”), e tutta l’attenzione è sui suoi giudici e sui suoi processi: ”Sono assolutamente inventati, ridicoli, grotteschi. Non ci sono fatti che possono rendere possibile una condanna”; e tuttavia “non sarà facile per i miei difensori ottenere un atteggiamento benevolo da parte dei magistrati, perché tutti sanno che c’è persecuzione politica da parte dei magistrati della sinistra da quando sono sceso in campo”. E tutti sanno – anche i giustizialisti – che Berlusconi adora fare la vittima, che è molto più bravo con la propaganda che con l’azione di governo, e che anzi la propaganda è la sua modalità permanente di governo.
La nuova inchiesta milanese su Ruby, con straordinario tempismo, conferma l’evidente simpatia della magistratura per il nostro presidente del Consiglio. A D’Avanzo il merito di aver denunciato la manovra con sincero sdegno democratico; a Berlusconi, come sempre, quello di essere il più furbo in un mondo in cui tutti si credono furbissimi.

Il RiformistaMa che razza di tempismo
di Peppino Caldarola ilriformista.it 20110115
I tempi sospetti della procura. A Roma s’è indagato su Gianfranco Fini per la casa di Montecarlo mantenendo segreta l’inchiesta fino alla decisione finale. Cosa che non ha voluto fare, o non è riuscito, il palazzo di giustizia ambrosiano.
La nuova tegola giudiziaria che si è abbattuta sulla testa di Silvio Berlusconi contende stamattina la prima pagina dei giornali alle notizie sul referendum alla Fiat. È accaduto ieri sera anche ai Tg. È l’Italia, bellezza.
Le immagini sulle vite povere degli operai si sommano in queste ore a quelle sulla vita esagerata del premier. E la politica torna a infuocarsi su questo nuovo capitolo dello scontro fra il Cavaliere e i magistrati.
L'accusa è molto dura e il processo prossimo venturo aiuterà a capire quali sono, se ci sono, le colpe dell’imputato Berlusconi. Non è per stanca ritualità che ancora una volta ricordiamo a tutti l’esistenza della presunzione di innocenza, fino a prova contraria. Le urla della politica non ci impediranno di giudicare i fatti che verranno esposti con il necessario vaglio critico. Sappiamo che il garantismo non coincide con l’innocentismo, ma una stampa libera deve saper guardare criticamente a tutti gli aspetti di una vicenda giudiziaria soprattutto quando questa assume un valore così dirompente. Sul caso Ruby-Berlusconi ci siamo fatti un’idea, che diremo più avanti, ma qualche domanda va fatta anche agli inquirenti.
Il tema che vogliamo sollevare, e che più volte il Riformista ha proposto, riguarda la deprecabile coincidenza fra la diffusione della notizia sulle accuse che la procura di Milano rivolge al premier e la conclusione del procedimento avviato dalla Consulta sul legittimo impedimento. E più in generale il fatto che l’informazione riguardante il caso della relazione, giudicata passibile di censura penale, fra la giovane marocchina e il Cavaliere, sia stata diffusa prima che la magistratura ne abbia dato comunicazione. Tecnicamente siamo di fronte all’ennesima fuga di notizie. Un minuto dopo che il sistema dei media è venuto a conoscenza dell’indagine milanese si è messo in moto il solito spettacolino con i sostenitori del premier che hanno parlato di complotto giudiziario e altre parti politiche che hanno preso le difese della Procura. Copione rispettato.
Appena poche settimane fa la procura di Roma, con una tempistica che aveva sbalordito tutti, aveva sanzionato la non processabilità del presidente della Camera rendendo nota l’esistenza di un procedimento a carico di Fini contemporaneamente all’archiviazione del caso dell’appartamento di Montecarlo. Il tribunale romano, unico nel panorama dei palazzi di giustizia, era cioè riuscito a tenere segreta la sua iniziativa fino alla decisione finale, cosa che non è riuscita a fare, o non ha voluto fare, la procura di Milano.
Conosciamo le contro-obiezioni. La prima riguarda l’obbligo dell’apertura dell’indagine. La seconda l’ inevitabile pubblicità dell’atto visto che il premier è stato convocato per essere ascoltato dai suoi giudici il 21 gennaio ovvero in seconda convocazione due giorni dopo e che per sottrarsi alla chiamata dovrà indicare gli impegni di governo, e solo quelli, citati dalla casistica approntata dalla Corte. L’apertura dell’inchiesta - è l’idea che ci siamo fatti - è probabilmente un atto dovuto visto che il clamore della vicenda è stato provocato dallo stesso Berlusconi con l’irrituale telefonata della notte fra il 17 e il 18 maggio in cui chiese alla Questura milanese di affidare la giovane Karima “Ruby” El Mahroug invece che a una casa di accoglienza alla consigliera regionale Nicole Minetti, indagata ora per incitamento alla prostituzione di una minorenne. Il caso destò scalpore perché l’intervento del premier interferiva sull’autonomia degli inquirenti e fu accompagnato da una madornale bugia sulla parentela - «è la nipote» - della ragazza con il presidente egiziano Mubarak.
Nei giorni successivi molte cronache riportavano la notizia che probabilmente Ruby era una escort, cioè si prostituiva, e che aveva praticato questa attività da minorenne nella dimora del premier. Gli avvocati di Berlusconi ieri hanno negato che il loro assistito abbia mai avuto rapporti sessuali con la ragazza. Tuttavia in quei giorni si parlò di feste o festini, furono coinvolti Lele Mora ed Emilio Fede, anche loro oggi indagati. Da tutto questo bailamme pubblico non poteva non scaturire la notizia di reato. Quindi se i magistrati, al netto di eventuali prove acquisite, hanno ritenuto di aprire un fascicolo hanno fatto il loro dovere perché la notitia criminis è largamente circolata sui media. Berlusconi questa volta se l’è cercata.
Sgombrato il campo da questa questione, cioè dal fatto che l’inchiesta giudiziaria era probabilmente inevitabile, resta invece in piedi l’altra che riguarda la modalità con cui il procedimento è stato reso pubblico. Non finiremo mai di deprecare che non è un buon segno di corretto funzionamento della giustizia la situazione che vede la persona interessata informata a mezzo stampa. La forza di un atto giudiziario sta soprattutto nel fatto che esso viene prodotto nel rispetto del sistema di garanzie della difesa. La stampa che pubblica le notizie fa il suo mestiere ma è giusto chiedersi come mai vi siano alcune procure che sembrano più perforabili di altre dal sistema dell’informazione.
C’è un’altra obiezione che vogliamo fare, riconoscendo che essa non ha un fondamento giuridico ma riguarda il complesso sistema di relazioni fra l’azione giudiziaria e la politica. Conosciamo i ragionamenti dei giustizialisti, ma non comprendiamo come possa accadere che una procura di punta come quella milanese non abbia avvertito la necessità di non far coincidere la propria iniziativa con il pronunciamento della Consulta e con il dibattito che questo ha sollevato. Non c’era una data migliore, precedente o molto successiva, in cui render nota la notizia dell’imputazione per il premier? I magistrati giudicano un’interferenza la richiesta discreta di tener conto del contesto in cui cade la loro iniziativa? Il “modello Roma” era impraticabile? La decisione della procura di Milano e il modo in cui è stata comunicata all’opinione pubblica hanno immediatamente rilanciato lo scontro fra i berlusconiani e la magistratura. Involontariamente, ma incautamente, la procura ha fatto a Berlusconi il miglior assist consentendogli di vestire nuovamente i panni del perseguitato.
Ancora una volta una vicenda giudiziaria, pur grave e pruriginosa come questa, rischia così di diventare centrale nel dibattito politico. Credo che tutti coloro che in queste ore stanno parlando di una interferenza dei magistrati nella vita privata di un cittadino ancorché illustre non sappiano di che cosa parlano. In altre democrazie ci si è occupati della vita privata di presidenti e premier senza remore. Israele si è vista quasi decimare la sua classe dirigente per queste storiacce. In ogni caso il sospetto di essersi trovati davanti a un caso di prostituzione addirittura minorile merita un’inchiesta. Ma è mai possibile che non si riesca a fare le cose in modo irreprensibile in modo da render inconfutabile l’azione giudiziaria? È del tutto evidente che l’immagine del paese ne esce ancora una volta deturpata e il premier si rivela più che ostaggio dei giudici vittima di quelle cattive abitudini che hanno fatto dire a Vittorio Feltri che uno così non può andare al Quirinale.

Lisbonne dans la tourmente des rumeurs - Coulisses de Bruxelles, UELisbonne dans la tourmente des rumeurs
de Jean Quatremaire coulisses de bruxelles liberation 20110112
DSC08178 La guerre que mène la zone euro contre les marchés financiers pour sauver sa monnaie est aussi une guerre de l’information ou plutôt de la désinformation (comme je l'ai déjà écrit sur ce blog à plusieurs reprises). Tous les coups sont permis et tant pis si la déontologie journalistique fait partie des dommages collatéraux. Dernier exemple en date : les « rumeurs », d’abord rapportées par l’hebdomadaire allemand der Spiegel avant d’être reprises par l’agence de presse anglo-saxonne Reuters, faisant état de pressions de plusieurs pays de la zone euro, et notamment de l’Allemagne et de la France, sur un Portugal budgétairement fragilisé afin qu’il fasse appel à l’aide européenne sans attendre d’y être contraint. L’effet a été immédiat : les taux d’intérêt sur la dette portugaise se sont envolés, obligeant la Banque centrale européenne (BCE) a racheter de la dette portugaise sur le marché secondaire (celui de la revente) afin de stabiliser les cours… Heureusement, cela n'a pas eu d'effet sur la levée de dettes que Lisbonne a effectué avec succés aujourd'hui, les taux s'étant même détendus.
Tout commence samedi. Der Spiegel publie un article affirme sans citer de source que « des experts gouvernementaux » allemands et français s’attendent à ce que le Portugal ne puisse bientôt plus se financer sur les marchés, comme cela a été le cas pour la Grèce et l’Irlande, et qu’ils recommandent qu’il se place sous assistance européenne afin d’éviter la contagion à l’Espagne et à la Belgique. Dimanche soir, une dépêche Reuters datée de Bruxelles rebondit sur cette information, sans citer nommément le Spiegel, et, s’appuyant sur une « senior euro zone source », affirme que « la pression de l’Allemagne, de la France et d’autres pays de la zone euro s’accroit sur le Portugal pour qu’il demande l’aide de l’Union et du FMI ». Certes, « aucune discussion formelle sur l’aide n’a commencée », mais, dixit la source, « la France et l’Allemagne ont indiqué dans le contexte de l’Eurogroupe que le Portugal devrait demander de l’aide plus tôt que trop tard » afin, comme l’explique Reuters, d’éviter la contagion à l’Espagne.
Pourtant, la dépêche reconnaît que Lisbonne et Berlin ont démenti l’article du Spiegel. En clair, Reuters n’hésite pas à faire une dépêche sur la base d’une source anonyme en considérant qu’elle pèse plus que deux sources officielles. La moindre des choses aurait été de ne pas inverser l’ordre des informations, d’autant que Reuters est lu dans les salles de marché, c’est-à-dire que les investisseurs, qui payent fort cher leur abonnement à l’agence, et prennent des décisions sur la base de ses informations. Autrement dit, l’information, c’est le titre.
Le malaise grandit le lendemain, « l’information » de Reuters étant reprise par plusieurs médias, avec plus ou moins de précautions, dont Le Monde. Libération contacte ses propres sources, toutes hauts placées. Et là, surprise : que ce soit en « on » ou en « off », l’Elysée dément, Bercy dément, la Chancellerie dément, le ministère des finances dément, la Commission européenne dément, l’Eurogroupe (où siègent les ministres des finances de la zone euro) dément. Où que l’on se tourne, tout le monde dément : il n’y a aucune pression sur le Portugal, même si tout le monde est préoccupé par l’attitude des marchés. L’agence ne s’arrête pas en si bon chemin : dans une dépêche d’hier, toujours datée de Bruxelles, elle parle déjà de la prochaine « bataille », le sauvetage de l’Espagne, puisque « le sauvetage du Portugal, après celui de la Grèce et de l’Irlande, est maintenant regardé comme inévitable »… Reuters a d’ores et déjà enterré Lisbonne. Le pouvoir qu’elle s’attribue est pour le moins étonnant.
« On est en pleine prophétie autoréalisatrice », s’emporte un diplomate européen, DSC08190 qui pointe le comportement de l’agence lors de la crise irlandaise. Celle-ci n’a pas hésité à affirmer que des « réunions secrètes » avaient lieu à Bruxelles au début du mois de novembre pour préparer le sauvetage de l’Irlande alors que, après enquête, Libération affirme que cela n’a jamais été le cas, comme nous l’avions écrit à l’époque. Mais les marchés l’ont cru et ont mis à genoux l’Irlande qui a finalement dû solliciter l’aide européenne alors qu’elle n’en avait pas besoin… Un crime journalistique parfait : comme Dublin a demandé l’aide européenne, c’est donc bien qu’on avait raison de dire qu’elle en aurait besoin...
En réalité, les informations de Reuters datent un peu : en décembre, lors du dernier Eurogroupe de l’année, le ministre des finances portugais a bel et bien été secoué par ses partenaires. Ceux-ci, dont l’Allemagne, la France, la Belgique ou encore le FMI lui ont demandé de prendre des mesures d’austérité supplémentaires et de ne pas attendre trop longtemps pour faire appel à l’aide européenne en cas de besoin. Mais Lisbonne a su les convaincre que ce ne serait pas nécessaire. D’ailleurs, hier, le Portugal a annoncé que son déficit 2010 était inférieur aux 7,3 % prévus… Autrement dit, Reuters se trompe d’un mois dans ses informations, ce qui change tout évidemment. C’est comme annoncer que des troupes se massent à une frontière alors que la crise entre deux pays s'est stabilisée…
La France a déjà fait les frais de ces approximations journalistiques : le 30 novembre Reuters a annoncé qu’elle allait perdre son triple « A », la meilleure note possible, et ce, deux jours avant une émission obligataire. Information totalement fausse qui aurait pu coûter cher en taux d’intérêt à l’hexagone, pour le plus grand bonheur de certains investisseurs…
Le journaliste a-t-il mal compris ce qu'on lui disait ou certains à Bruxelles ont-ils intérêt à mettre le feu aux poudres en bavardant inconsidéremment auprès d'une agence écoutée des marchés ? Croire qu'un appel à l'aide du Portugal permettrait de résoudre la crise n'a, en effet, guère de sens: d'abord parce que le gouvernement portugais tomberait, comme en Irlande, et José Socrates n'a aucun goût pour le suicide politique, et ensuite parce qu'on ne voit pas pourquoi l'incendie ne gagnerait pas l'Espagne ou la Belgique... Il faut une réponse systèmique à la crise, pas faire basculer un domino supplémentaire.

Il Riformista
di Peppino Caldarola ilriformista.it 20110114
Patto di pacificazione. Proposta senza contenuti.
Nella foto il presidente della Camera, Gianfranco Fini
Fini, come Casini due giorni fa, ha proposto a Berlusconi un patto di pacificazione immediatamente respinto dal premier. L’intervista del presidente della Camera, letta nella chiave del Terzo Polo, conferma l’idea che l’area moderata di destra cerca spasmodicamente di aprirsi un varco fra i due schieramenti maggiori ponendosi come forza di intermediazione. Nessuno li ha chiamati, ma i due “caschetti” blu si sono presentati al cheek point rischiando di fare la fine del vigile di Alberto Sordi alle prese con un compito superiore alle sue forze.
algrado gli interventi di Casini e di Fini siano ispirati alla volontà di evitare il voto anticipato e di sbloccare il governo dalla palude in cui nuota, il dato politico prevalente delle due interviste è il posizionamento che si cerca di dare alla nuova aggregazione politica in vista di un voto anticipato. Se Berlusconi cerca parlamentari “ragionevoli” nel suk del Transatlantico per continuare a governare, i suoi due ex alleati vogliono fornire all’elettorato la possibilità di orientarsi verso un polo politico “ragionevole” che si dichiara estraneo al conflitto.
Per Casini questo approdo è più naturale. Il leader dell’Udc ha smussato i toni della sua polemica con la maggioranza di centrodestra e da mesi propone una soluzione di compromesso per la crisi politica. Fini, invece, è stato il protagonista della più dura contrapposizione al berlusconismo degli ultimi mesi, in una battaglia finita con la sconfitta parlamentare per colpa della defezione di alcuni deputati dipietristi e di tre finiani pentiti.
Il presidente della Camera, nell’intervista alla Repubblica che segue quella al Corriere della sera del suo amico ritrovato, ammette la sconfitta e conclude dicendo che «non ci si può dividere nel dire che gli ultimi sei mesi non hanno rappresentato un successo per nessuno» e avverte che «sarebbe molto pericoloso continuare a pensare che i prossimi sei mesi saranno come i precedenti». Tuttavia fra i sei mesi trascorsi e i prossimi c’è di mezzo una differenza di analisi che il presidente della Camera mostra di voler oscurare.
Il conflitto con Berlusconi nacque, infatti, sulla base di tre idee propagandate proprio da Fini alla vigilia del voto nell’intervista tv a Lucia Annunziata: il carattere antidemocratico del Pdl, il fallimento della strategia riformista del governo, la crisi finale del berlusconismo rappresentato a tinte persino più fosche di quanto abbia mai fatto l’opposizione di sinistra. Nella nuova strategia finiana, delineata ieri, tutti questi elementi scompaiono e il problema messo al centro del dibattito sembra essere la necessità di trovare punti di accordo per impedire l’implosione politica del paese.
È del tutto evidente che il presidente della Camera non ha solo cambiato tattica non chiedendo più le dimissioni del governo, ma ha mutato anche strategia ancora una volta ritenendo possibile fare con questa maggioranza, sussidiata da lui e da Casini, quelle cose di cui la riteneva strutturalmente incapace. Fini, come Casini, accompagna questa proposta di pacificazione, che rappresenta una drastica correzione di rotta per il suo nascente partito, dall’assenza di indicazioni programmatiche su cui convergere.
Fini fa riferimento alla cultura della Grosse Koalition ma, come il suo partner, si guarda bene dall’indicare i contenuti su cui chiamare i berlusconiani alla prova della condivisione. Fini, in verità, corregge l’aperturismo di Casini sul tema del federalismo ma, a pochi giorni di distanza dal voto sul federalismo fiscale, tace sulle intenzioni della sua parte politica. Il paradosso della proposta di pacificazione sta proprio in questo impianto generico che invece di chiarificare il quadro politico lo rende ancora più confuso e pasticciato.
Dopo il lungo periodo di silenzio seguito alla sconfitta del 14 dicembre era normale aspettarsi qualcosa di più dal protagonista principale del fallito assalto al governo. L’aspetto singolare di tutta questa storia è che mentre le scosse di assestamento che hanno squassato il Pdl dopo il terremoto provocato dal presidente della Camera continuano a travolgere la cittadella berlusconiana, Gianfranco Fini ha frettolosamente chiuso quel dossier. La destra maggioritaria ha indubbiamente vinto in Parlamento ma la sua situazione è tragica perché deve fare i conti a) con l’accresciuta conflittualità nel Pdl, b) con il blocco dell’iniziativa del governo, c) con le nuove tensioni con la Lega, d) con il dualismo del premier con Tremonti, d) con l’incombere di una drammatica crisi sociale e il rischio di un nuovo assalto della speculazione all’Italia.
Si sta delineando, cioè, uno scenario classico in cui le forze di opposizione sono costrette a cercare punti di raccordo valutando l’impossibilità del quadro di governo di reggere la prova. La risposta da dare nell’interesse del paese non è la proposta, peraltro rifiutata, di allargare la base parlamentare della maggioranza ma quella di stabilizzare la forza dell’opposizione sulla base di una convergenza programmatica. Fini e Casini mostrano di temere l’abbraccio con il resto dell’opposizione e soprattutto temono la reazione del loro elettorato. Non si capisce però a quale parte del paese si rivolgono con questi continui cambiamenti di fronte che rischiano di deludere i moderati antiberlusconiani e di rafforzare la diffidenza nei loro confronti del tradizionale elettorato di destra. Tra l’altro l’alleanza fra di loro non può nascondere la diversità delle storie. Casini gioca un’altra partita rispetto a quella di Fini. Fini si dichiara ancora bipolarista. Il leader dell’Udc pensa, invece, che il bipolarismo sia fallito e propone una stagione di lunga macerazione del quadro politico che alla fine dovrebbe premiare le forze di centro. Quello che viene presentato come un patto di pacificazione assume le forme di un patto di logoramento. In questo senso Casini è molto andreottiano perché si gioca la carta della consunzione dei competitors. Berlusconi lo ha capito e per questo preferisce esplorare la strada della compravendita dei parlamentari. Ma anche nel caso in cui Berlusconi accettasse, il dialogo sarebbe solo con Casini e non con Fini. Per questo il nuovo Fini, rinfrancato dalle lunghe vacanze, rischia di sprecare un’altra occasione offrendosi ai dileggi della parte che ha abbandonato dopo un duro scontro politico. Se Casini apre a Berlusconi appare troppo furbo, se lo fa Fini appare troppo arrendevole. Tutti e due, però, rischiano di fare la fine della sora Camilla, “tutti la vonno e nissuno la pija”.

Raffaele De Luca Tamajo, il consulente Fiat che inventato l'accordo di Pomigliano - Lettera43Il prof di Pomigliano
De Luca Tamajo, l'ispiratore progressista dell'accordo Fiat.
di Gabriella Colarusso lettera43.it 20110112
Raffaele De Luca Tamajo, esperto di diritto del lavoro, consulente Fiat.
Gli consigliano prudenza, discrezione. Perché nella partita Pomigliano - Mirafiori (leggi l'articolo) c'è in gioco il destino industriale del Paese, dicono in molti con enfasi forse eccessiva, e la tensione è alta. Sarebbe meglio, gli suggeriscono, tenersi alla larga dai riflettori in questo momento.
Ma per capire il clima e gli umori della “rivoluzione Marchionne”, bisogna proprio rivolgersi a lui, spostarsi da Torino, percorrere un migliaio di chilometri verso Sud, fino a Napoli. È qui che Raffaele De Luca Tamajo, uno dei maggiori giuslavoristi italiani, figlio di una dinastia di avvocati partenopei, ha il suo studio.
L'inventore delle clausole di Pomigliano
Da vent'anni Tamajo è consulente legale della Fiat. È stato lui l' “inventore” di quelle clausole inserite nell'accordo di Pomigliano (leggi l'articolo) , che riguardano lo sciopero e l'assenteismo, anche se al documento hanno lavorato anche altri giuristi (tra gli altri Francesco Amendolito, Germano Dondi, di Bologna, Diego Di Rutigliano, di Torino, oltre agli interni Roberto Russo e Giorgio Fossati) e che hanno fatto infuriare la Fiom.
Tamajo le difende con rigore da giurista: «Nessuna norma impedisce al sindacato di proclamare uno sciopero, ma se questo inficia in qualche modo il raggiungimento dei risultati produttivi, il sindacato avrà una piccola penalità». Quanto alla norma sull'assenteismo, mira a «punire solo i furbi. Se c'è un tasso anomalo di assenze in concomitanza di uno sciopero o di qualsiasi altro evento, non verranno pagati i primi tre giorni di malattia». E come si farà a valutare che un singolo lavoratore non sia effettivamente malato? «Per quello ci sarà una commissione paritetica, composta per metà da esponenti dell'azienda e metà del sindacato».
CON CONFINDUSTRIA E I SINDACATI. Parla piano Tamajo, con tono di voce pacato, ma austero, fa precedere ogni sua risposta da un «la prego», «cortesemente». A Napoli lo chiamano tutti “il gentiluomo”. Un tipo discreto, sobrio, con amicizie trasversali, da Confindustria – negli anni 90 è stato nel comitato scientifico dell'associazione degli industriali e nel comitato giuridico di Federmeccanica - al sindacato, all'interno del quale intrattiene rapporti di amichevole collaborazione soprattutto con Giovanni Sgambati, capo della Uilm campana e, si dice, possibile futuro segretario della Uil regionale. Fino ad arrivare al Partito Democratico.
In cattedra alla scuola di Veltroni
Operai davanti ai cancelli di Mirafiori (foto Ansa)
Tamajo infatti è da sempre un progressista, come lui stesso si definisce, vicino al centrosinistra, in particolare ai veltroniani. Non ha mai avuto la tessera di partito, «nessuna tessera di partito», ma è uno dei tre giuslavoristi, insieme con Pietro Ichino e Tiziano Treu, che hanno indicato al Pd la strada da seguire per riformare il diritto del lavoro in Italia, introducendo elementi di flessibilità ma anche nuove tutele per i lavoratori.
L'avvocato ha anche aderito alla scuola di politica presieduta da Walter Veltroni, Democratica, per la quale, il 5 novembre 2010 ha tenuto un seminario insieme con Cesare Damiano, Chiara Saraceno, Tito Boeri, Marianna Madia. Tema: politiche per il lavoro e un nuovo modello di Welfare.
PER UNA POLITICA RIFORMISTA. L'avvocato che fu anche amico e maestro di Massimo D'Antona, il giurista assassinato dalle Nuove Brigate Rosse il 20 maggio 1999, è convinto che una politica davvero riformista non possa rinchiudersi «in immobili difese del passato, ma che debba affrontare senza vischiosità ideologiche l’aggiornamento del tessuto normativo, reso necessario dai complessi mutamenti dell’organizzazione della produzione e del lavoro nell’impresa post-taylorista».
Quel sì ai referendum di Pomigliano e Mirafiori, con il rilancio dei salari legato alla produttività, espresso da una buona parte del Pd, in particolare da Veltroni, è, secondo Tamajo, una posizione «responsabile, di grande realismo».
«La vera sfida non è sul costo del lavoro»
Operai davanti ai cancelli di Mirafiori (foto Ansa)
Ordinario di diritto del Lavoro all'università di Napoli, il professore è stato uno dei primi in Italia a occuparsi di riforme del lavoro, prendendo parte come consulente a numerose commissioni ministeriali, tra le quali quella del Ministero del lavoro per la riforma dello Statuto dei lavoratori nel 1989 e quella per la revisione dell’Accordo del 23 luglio 1993, nel 1998.
La vera sfida della Fiat, dice oggi, non «è sulla riduzione del costo del lavoro, che sarebbe comunque perdente sul piano della competizione globale, ma sull'efficacia dei contratti aziendali e sulla garanzia di una regolarità produttiva che può essere assicurata solo attraverso nuove regole democratiche». Il vero problema, cioè, è la «saturazione» degli impianti, la necessità di farli produrre agli stessi livelli degli altri paesi europei, e per far questo «non è possibile che ci sia potere di veto da parte di un sindacato, le decisioni non possono essere prese all'unanimità».
FIAT NON VÍOLA I DIRITTI COSTITUZIONALI. Tamajo è consapevole che in questo processo di ottimizzazione produttiva «il rischio di una erosione dei diritti dei lavoratori c'è», anche se, precisa più volte, «nella vicenda Fiat nessun diritto legale è stato toccato, ci sono solo modifiche rispetto al contratto nazionale». Chi parla di violazioni di «diritti costituzionali» dice una falsità. «C'è un ispessimento della prestazione lavorativa, questo si, ma nessuna incostituzionalità».
Mare e sindacato le sue passioni
All'università Federico II di Napoli capita spesso che qualche studente di giurisprudenza risponda così alle domande sull'avvocato: «Ma chi? Quello fissato con il sindacato?». In effetti nel programma di studio destinato ai suoi allievi, il professore non manca certo di attenzione alla storia del lavoro e delle organizzazioni sindacali in Italia nel corso del Novecento.
Una passione che Tamajo ha sempre alternato a quella per il mare, con le frequenti incursioni a Capri, sua isola d'elezione, e gli altrettanto frequenti incontri con un manager svedese, il cui nome è coperto da strettissimo riserbo, con il quale, dice chi lo conosce bene, ama confrontarsi su lavoro e riforme, welfare, relazioni industriali.
L'APPOGGIO A MARCO ROSSI DORIA. Considerato uno dei massimi referenti legali del sistema d'impresa italiano, Tamajo è affascinato anche da un certo impegno sociale e civile. Nel 2006, Marco Rossi Doria, professore di strada con un passato radicale mitigato dall'abbraccio con il riformismo liberale, si candidò a sindaco di Napoli, come indipendente di sinistra. Tra i firmatari dell'appello a sostegno di Doria c'erano molti esponenti dell'establishment napoletano, comprese molte anime della confindustria partenopea. Tra loro, anche Raffele De Luca Tamajo.

Liberalizzare: le troppe leggi sono la tirannia da abbattere - Corriere della SeraLiberalizzare: le troppe leggi sono la tirannia da abbattere
La proposta: una legge costituzionale che dia efficacia al principio di responsabilità dei singoli cittadini
RISPOSTA A PIERO OSTELLINO
di Giumio Tremonti corriere.it 20110112
Cominciamo dalla liberalizzazione delle attività d’impresa. Le regole giuste sono un investimento. Sono le regole sbagliate ad essere un costo. E le regole possono essere sbagliate anche perché sono troppe. Con la globalizzazione il mondo è radicalmente cambiato e nella globalizzazione la competizione non è più solo tra imprese, ma anche tra blocchi continentali e sistemi giuridici. In linea di principio si può essere a favore o contro la competizione economica globale. Ma in concreto non si può fare finta che non ci sia. Non ci si può illudere che tutto possa continuare come prima. Nello scenario globale che si è aperto, l’Italia ha davanti a sé l’alternativa tra declino e sviluppo. Se si vuole lo sviluppo si deve cambiare, a partire dal dominio giuridico. Che effetto ha prodotto e produce sull’attività d’impresa l’attuale bulimia giuridica, la massa sconfinata e crescente di regole? Alcuni dati ne danno la cognizione (guarda le tabelle).
I TRE SISTEMI - Come agire su questa massa di regole, per ridurla? Una prima tecnica è quella dell’«abrogazione». E’ questa senz’altro una buona tecnica, ma non risolve definitivamente il problema. Le uova depositate dal serpente legislativo si riproducono infatti in continuazione. E anzi, paradossalmente, tra il beneficio che dà l’abrogazione di una legge e il maleficio costituito dallo stress normativo che l’innovazione comunque causa, il saldo rischia di rimanere comunque negativo. Una seconda tecnica è quella della «delegificazione», passare cioè dalla legge al regolamento, che è come passare dalla padella nella brace. Perché i regolamenti sono pesanti come le leggi ed essendo intercambiabili non alleggeriscono ma anzi spesso appesantiscono la burocrazia. La terza tecnica è quella della «semplificazione». I processi e i metodi adottati in passato nel nostro Paese sono stati utili, ma non risolutivi. Le norme dirette a semplificare si sono infatti esse stesse strutturate come «lenzuoli» normativi, che a loro volta hanno prodotto decreti legislativi torrenziali e dunque ulteriori alluvioni di normative.
LA SOLUZIONE COSTITUZIONALE - In sintesi le pratiche sopra citate hanno prodotto e possono produrre risultati buoni, ma ancora insoddisfacenti: come i tentacoli dei mostri mitologici, per ogni legge delegificata rinasceva un regolamento, per ogni norma di semplificazione rinascevano una o più norme di complicazione. In realtà il nodo di Gordio, la metafora millenaria della semplificazione, non si scioglie ma si taglia con un colpo di spada. Con una norma che dia efficacia costituzionale e definitività al principio di responsabilità, all'autocertificazione, al controllo ex post, estendendoli con la sua forza obbligatoria a tutti i livelli dell’ordinamento, superando così i problemi del complicato riparto delle competenze legislative. Alla obiezione sui tempi lunghi di una legge costituzionale si può rispondere ricordando che la Legge costituzionale istitutiva della Bicamerale D’Alema fu approvata in 4 mesi (agosto compreso). Pare corretto assumere che la legge costituzionale di cui sopra, per la sua non minore importanza (!), possa ottenere dal Parlamento uguale impegno di lavoro.
FOLLIA REGOLATORIA - Non ci sono reali alternative: la cappa delle regole che pesa sull’economia, una cappa che è cresciuta a dismisura negli ultimi tre decenni ed è aggrovigliata dalla moltiplicazione delle competenze – centrali, regionali, provinciali, comunali - è ormai divenuta tanto soffocante da creare un nuovo Medioevo. Dietro la follia regolatoria c’è in specie qualcosa che in realtà va nel profondo dell’antropologia culturale: una visione dell’uomo che è o negativa o riduttiva. La visione negativa è quella della gabbia (l’homo homini lupus). Il lupo va ingabbiato: è Hobbes. Da questa filosofia sono derivati l’assioma e la contrapposizione moderna fra pubblico e privato, dove «pubblico» è stato assiomaticamente associato a «morale» e «privato» a «immorale». La visione riduttiva si basa invece sull’assunto che l’uomo non è certo «a priori» malvagio, ma è tuttavia insufficiente a sé stesso, in parte incapace di fare da solo il suo bene. Ad esso soccorre dunque la benevolenza del potere pubblico.
IL NUOVO MEDIOEVO - Questi due pregiudizi hanno ormai impiantato un nuovo Medioevo. Come nel vecchio Medioevo tutta l’economia era bloccata da dazi e pedaggi d’ingresso e di uscita, alle porte delle città, nei porti, nei valichi, da status soggettivi e personali discriminatori, così oggi il nostro territorio è popolato da un’infinità di totem giuridici. E’ stato Alexis de Tocqueville, in La democrazia in America, a fare profeticamente la più efficace sintesi del processo che oggi ci troviamo, nonostante tutto, a subire: «Il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la folla; esso non sprezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca, non distrugge, ma impedisce di creare, non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi della quale il governo è pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo».
VISIONE POSITIVA - Il Medioevo vero è finito, ma il nuovo Medioevo, che ci si presenta come la caricatura giuridico-democratica di quello precedente, ci fa scivolare verso il declino. Non è questa la visione giusta, se della persona si ha una visione positiva, perché si crede giusto investire sulla sua capacità di produrre ricchezza sociale ed economica, sulla sua capacità di concorrere al bene comune. Sull’uomo non si può avere un pregiudizio, ma un giudizio. Come in Sant’Agostino, che riconosceva l’esistenza di una socialità originaria, di una civitas primaria che nasce dalla socialità propria della natura umana; e che è un ordine che ha una sua bellezza propria (Agostino, De vera religione 26, 48). Per questo, si può (si deve) avere una visione positiva della persona, delle sue associazioni, della sua capacità d’intrapresa. Con questa visione si può (si deve) cambiare il metodo politico: si può (si deve) considerare il cittadino, prima che come un controllato dallo Stato, come una risorsa della collettività. Si può sostituire il controllo ex ante della pubblica amministrazione con un controllo ex post (che avviene senza ritardare l’inizio dell’attività); si può considerare il bene comune non più come monopolio esclusivo del potere pubblico, ma come un’auspicata prospettiva della responsabilità nell’agire privato.
E' TEMPO DI CAMBIARE - L’articolo 41 della Costituzione italiana dispone quanto segue: «L'iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». In teoria potrebbe essere formulata l’ipotesi di modificarlo radicalmente. Non credo che questa sia l’idea giusta. Nel «vecchio» articolo 41 della Costituzione ci sono infatti elementi fondamentali che assolutamente devono essere conservati. Ma è arrivato il tempo per operarne un aggiornamento. E’ arrivato il tempo di intervenire su quell’articolo, integrandolo per rimuovere tipi e forme di interpretazione che hanno riportato il Medioevo. E’ stato obiettato che l’articolo 41 della Costituzione ha in realtà sempre funzionato, perché non ha impedito nessuna legge di semplificazione. E’ vero. E’ però anche vero che non ha neppure impedito nessuna legge di complicazione! E’ per questo che con una legge costituzionale non solo va «potenziato» l’articolo 41, in raccordo con la successiva modifica dell’articolo 118 della Costituzione, ma lo si può, lo si deve riformare valorizzando i princìpi morali, sociali, liberali della responsabilità, dell’autocertificazione, del controllo ex post, contro i costi di manomorta e di immobilizzo tipici del vecchio-presente regime. Non è tempo per cercare le colpe della situazione presente. E’ tempo di cambiarla. In questo od in un altro modo che si vorrà (potrà) prospettare in libero dibattito.

Netturbini fannulloni alla gogna Emiliano pubblica le foto su Facebook - Bari - Repubblica.itNetturbini fannulloni alla gogna
Emiliano pubblica le foto su Facebook
«Fotografate i dipendenti che non lavorano». Il sindaco esorta i cittadini a segnalare all’amministrazione comunale i fannulloni in servizio nelle aziende municipalizzate. E comincia postando l'immagine di tre netturbini fermi a chiacchierare. Su Internet è subito boom di segnalazioni da parte di cittadini inferociti contro autisti, operatori ecologici e vigili urbani. Il dibattito era cominciato sul nostro sito
di PAOLO RUSSO bari.repubblica.it 20110111
Netturbini fannulloni alla gogna Emiliano pubblica le foto su Facebook La foto diffusa dal sindaco
Dopo gli autisti dell’Amtab adesso tocca agli operatori ecologici dell’Amiu. Fannulloni pure loro: il sindaco Michele Emiliano pubblica su Internet le foto di quelli che non lavorano. E invita tutti i cittadini ad armarsi di macchina fotografica per segnalare tutti i dipendici pubblici infedeli. Dopo la denuncia del presidente della municipalizzata del trasporto urbano Antonio Di Matteo, il sindaco di Bari rincara la dose e inaugura il metodo “gogna mediatica” per individuare e punire i netturbini che non svolgono il proprio lavoro. Così, sul suo frequentatissimo profilo Facebook, ieri Michele Emiliano ha pubblicato la foto denuncia che gli era stata inviata da un cittadino che si lamentava della scarsa pulizia di Japigia. In primo piano ci sono tre mezzi dell’Amtab parcheggiati a centro strada e altrettanti netturbini fermi a parlare tra loro.
«La foto — commenta Emiliano — ritrae delle persone che chiacchierano e chi me l’ha mandata sostiene che nella sua strada non si spazza a sufficienza. Se qualcuno dei dipendenti Amiu si riconosce nella foto potrebbe aiutarci a spiegare perché chiacchierava con i colleghi anziché lavorare come ci aspetteremmo tutti. Un po’ di coraggio a questo punto è necessario, altrimenti dovremo chiedere ai cittadini di continuare a fare riprese e fotografie». La provocazione del sindaco scatena i cittadini. I netturbini dell’Amiu ritratti nella foto non si fanno vivi ma su internet è un fiorire di segnalazioni: autisti, spazzini, vigili urbani e dipendenti comunali. “In via Anastasio Ballestrero (tra la chiesa di San Sabino e il parco Perotti), all’ombra di un grande albero, troverà sempre dei vigili urbani intenti a chiacchierare allegramente giù dalle loro moto. Sempre” scrive un cittadino. “La mattina alle ore 8 gli operatori ecologici che dovrebbero pulire Santo Spirito si ritrovano in stazione a chiacchierare e fumare per poi andar via senza aver pulito” aggiunge un’altra utente. “Sindaco — esorta un altro — provi a venire in via Iaia al mattino e vedrà il carretto fermo per ore e l’operatore ecologico non c’è. Poi riappare all’improvviso e senza spazzare va via”. Ma ci sono segnalazioni anche di auto dei vigili urbani imboscate a Poggiofranco e di cornetterie piene di divise. Al dibattito — per difendere la categoria dei dipendenti pubblici — partecipano, risentiti, solo due vigili urbani. Una ammette: «Lavoro dalle sei del pomeriggio a mezzanotte. Scusate se qualche volta entro in un bar o in un panificio per mangiare un boccone».
Il dibattito era cominciato alcuni mesi fa sul blog del quartiere Murat ospitato sulle pagine del nostro sito Internet. Il commento di un nostro lettore aveva scatenato una raffica di commenti: «Il comandante dei vigili — aveva scritto — dovrebbe farsi un giro al Bar Morisco vicino al Marconi dalle 8 alle 10 e già avrebbe la misura del personale da licenziare”.
IL DIBATTITO Vigili al bar | Vigili fannulloni | Il caffé del vigile | La polemica
A chiudere la discussione è il sindaco: «Lo so anch’io che la foto da sola non prova nulla, ma troppa gente, dappertutto, non fa il suo dovere e gli italiani sono esasperati». Il sindaco ha imparato a fare lo sceriffo anche con le armi offerte dalle nuove tecnologie. Sul suo profilo ha postato altre due foto denuncia inviate dai cittadini. La prima immortala dei bidoni per la raccolta differenziata a Japigia, stracolmi. Questa volta però il sindaco non se la prende con i netturbini: “Se tutti accumuliamo bottiglie di plastica per una settimana e poi pretendiamo di buttarle tutte lo stesso giorno, i bidoni non basteranno mai”, dice. L’altra foto ritrae la piazza di Ceglie, recentemente ristrutturata e già devastata. Secondo il sindaco, le foto servirebbero anche contro i vandali: “Qualcuno — domanda agli altri utenti della rete — ha fotografato i bastardi che hanno fracassato le panchine e la telecamera?». Ma di foto, in questo caso, neanche l’ombra

Battisti sarà pure libero ma la sinistra non si libererà mai dei vizi del passato | l'Occidentale
di Daniela Coli loccidentale.it 9 Gennaio 2011
Ha ragione Galli della Loggia a dire che il caso Battisti non è una congiura di Francia e Brasile contro l’Italia, in quanto in politica estera ogni Stato si avvale per i propri interessi delle debolezze degli altri e se l’Italia degli anni ’70 è stata assimilata al Cile di Pinochet è perché allora la cultura di sinistra rifiutò perfino di ammettere l’esistenza delle brigate rosse e quella stessa cultura oggi diffonde l’immagine dell’Italia del Caimano, del sultano, del nuovo Duce, a cui un popolo bue dà il voto.
Galli della Loggia deplora il governo per non avere foraggiato sufficientemente i nostri Istituti di cultura all’estero, ma anche se lo avesse fatto e se anche avesse messo su un’operazione come quella annuale dell’istituto Grenoble sul cinema francese, siamo sicuri che sarebbe cambiata l’immagine dell’Italia negli anni di piombo? Esiste un film italiano sugli anni ’70 e oltre di cui sia protagonista una delle tante vittime del terrorismo o anche più semplicemente di uno di tanti poliziotti falciati dal piombo brigatista?
Dalla Meglio gioventù, a Buongiorno notte, al Grande Sogno di Placido a Prima Linea, tutti girati dopo l’89, i terroristi sono sempre compagni che sbagliano con le migliori intenzioni e vengono recuperati con affetto dalla grande famiglia della sinistra. Nella Meglio gioventù, l’unico non di sinistra, è il fratello poliziotto che si uccide per disperazione, ma questo personaggio non viene approfondito e lasciato sullo sfondo.
Quanto al dato permanente dell’Italia come paese del cattolicesimo oscurantista, arretrata, mafiosa, corrotta, antimoderna, è stato alimentato per più di mezzo secolo dalla cultura di sinistra, una cultura che come ha scritto Giuseppe Bedeschi sul Corriere del 6 gennaio, non è riuscita a elaborare una cultura all’altezza della società industriale moderna e, aggiungiamo, ha egemonizzato tutta l’attività intellettuale e artistica del nostro paese.
Smettiamo quindi di prendercela con la sinistra francese, la gauche fiancheggiatrice di Battisti conta quanto il due di picche in Francia: le prossime presidenziali saranno quasi certamente una battaglia tutta interna alla destra tra Sarkozy e Marie Le Pen, figlia di Jean Marie, il negatore della Shoah, che nel 2002 corse con Chirac per la presidenza. Sergio Luzzatto, contrario a qualsiasi conciliazione tra figli di resistenti e di repubblichini, vede di buon occhio Marine Le Pen e ha scritto sul Sole di considerarla la leader del futuro, col “ fascino discreto della donna della porta accanto”. Lo storico, per il quale Padre Pio è il “simbolo di un paese sospeso tra arcaismo e modernità”, ha un debole per Marine Le Pen, una vera donna, la “donna di destra pure tosta”, l’ultima eroina dell’infinito romanzo della rivoluzione francese. Luzzatto con la sua modernità, che non va oltre il mito della riforma e della rivoluzione francese, e la strategia della doppia morale riguardo alla storia del ‘900 rivela anche una limitata onestà intellettuale.
La disinvoltura con cui Luzzatto presenta Marine Le Pen come il nuovo modello della destra francese, mentre fa fuoco e fiamme all’idea di qualsiasi riconciliazione in Italia, si avvale della debolezza della nostra cultura politica, che non ha mai sollevato il problema Mitterand. Presidente dal 1981 al 1995, funzionario di Vichy, resistente dal ’43, nel 1992 Mitterand depose una corona di fiori sulla tomba di Pétain, condannato a morte e graziato da De Gaulle. Dopo l’89, chi voleva una riconciliazione in Italia aveva un formidabile argomento: sarebbe bastato ricordare la corona di fiori di Mitterand sulla tomba di Pétain e incalzare la doppia morale di chi usa due metri diversi per la storia del ‘900. Mitterand è stato l’ex funzionario di Vichy monarca della republique che ha ospitato i terroristi rossi, il socialista nemico dei comunisti francesi e amico di quelli italiani. La sua città in Italia era Cortona, con cui nel 1962 gemellò Chateau-Chinon, di cui era diventato sindaco. Una lunga amicizia, celebrata ancora nel 2007 con un libro su Mitterand, “partigiano d’Europa”, con l’autorevole testimonianza di Giorgio Napolitano.
Dopo l’89 nessuno all’estero avrebbe impedito a un presidente italiano di fare un gesto significativo per l’Italia come quello di Mitterand nel 1992 e non c’è stato, perché a nessun uomo della sinistra italiana, neppure a moderati come Napolitano e Veltroni, verrebbe mai in mente di farlo. La sinistra è rimasta prigioniera dopo l’89 del fantasma della presa del Palazzo d’Inverno, con i suoi intellettuali, accademici, giornalisti, attori, che recitano secondo le esigenze del momento la parte dei “vinti”, della grande élite sconfitta dal popolaccio, dei paladini della ragione pura contro le fantomatiche divisioni del papa e applicano a Berlusconi e ai suoi ministri tecniche simili a quelle con cui hanno delegittimato e ridicolizzato per mezzo secolo la Dc e i suoi alleati.
Basta dare un’occhiata ai giornali degli ultimi giorni del 2010 per averne un’idea. Il 24 dicembre Piergiorgio Odifreddi ha annunciato nel blog su Repubblica che Natale è stato inventato per spodestare il culto del Sole, introdotto a Roma da Eliogabalo e legittimato da Aureliano nel 270. Attingendo al Mosé egizio di Freud, dove secondo la logica di Totem e tabù il padre della psicoanalisi ipotizza Mosé ucciso dal suo popolo, Oddifreddi ha concluso che Aton, divinità solare della mitologia egizia, ha ispirato Jahvé a Mosé, ebraismo e cristianesimo sarebbe superati, e dunque – alla faccia del principio di realtà – il 25 dicembre non è Natale, ma la festa del Sole Invitto. Lo stesso giorno, per la prima volta nella storia la Bbc ha trasmesso in esclusiva per il Regno Unito il messaggio augurale di papa Ratzinger. Nell’iniziativa della Bbc vi sono ragioni pratiche. Il Regno Unito è colpito da una dura crisi economica, si prevedono tagli al welfare, licenziamenti e la patria della riforma riscopre il valore della rete protettiva della famiglia e delle istituzioni assistenziali cattoliche: una Caritas con un pasto caldo per l’esercito di nuovi poveri è un sogno nella Big Society di Cameron.
Il 27 dicembre sul Corriere, Tullio Gregory ha ripetuto che da noi tutto è privo di stile perché siamo “il paese della Controriforma”. Come è noto, la riforma in Inghilterra non nacque da esigenze etiche, ma politiche e istituzionali. Il 28 dicembre su La Stampa Gian Enrico Rusconi ha denunciato la lobby cattolica che difende la vita, la famiglia e il crocifisso nelle scuole, dichiarando che “i professionisti della religione” sono de-teologizzati, non preparati per affrontare i problemi come il matrimonio gay e la genitorialità non biologica: in sostanza, urgono nuovi corsi di laurea e posti per “professionisti laici” di tali complesse tematiche.
In realtà, il problema non è solo l’arroccarsi della sinistra su pelose istanze etiche, ma le gravi carenze di una cultura egemone incapace di affrontare il problema dello sviluppo industriale italiano nel secondo ‘900, che ha avuto conseguenze politiche come il terrorismo della prima repubblica. Purtroppo neppure per le feste i vari Odifreddi, Rusconi & C. sono riusciti ad accettare l’esistenza del calendario e a dare una sbirciatina al mondo fuori dal loro ombelico. E questo è il problema da affrontare.

Il Tempo - Napolitano citi Gramsci sull'Unità d'ItaliaNapolitano citi Gramsci sull'Unità d'Italia
Lettera al Capo dello Stato: per i comunisti il Risorgimento fu solo una disgrazia.
di Ruggero Guarini iltempo.it 20110110
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano Gentile Presidente vedo che in questi giorni il principale dei suoi molti impegni riguarda le celebrazioni del 150° compleanno dell'Italia Una. Immagino anche che le piacerebbe onorarlo pronunciando qualche motto di portata storica. Sospetto infine che ella abbia deciso di evitare a tutti i costi di offuscare lo stile splendidamente agiografico dei suoi discorsi sull'argomento infilandovi qualche allusione al fatto a lei ben noto che il Risorgimento, per il nostro Mezzogiorno, fu una gloriosa disgrazia. So bene che questo proposito nasce dal desiderio, potentissimo anche in lei come in quasi tutti gli alunni del vecchio Pci, di cancellare le tracce dell'antico “patriottismo di partito”, che impose a lungo ai suoi devoti di vedere nell'Urss la loro vera patria, rilanciandolo mediante l'equiparazione della storia del partito con quella dell'Italia.
Non posso, tuttavia, sottrarmi al dovere di ricordarle che a maledire lo stato che nacque dal Risorgimento non furono soltanto molti parrucconi reazionari devoti alla causa borbonica ma anche alcune grosse menti di sinistra. Del resto suppongo che lei, che da giovanetto lesse e rilesse devotamente gli scritti dei critici più severi del nostro Risorgimento, non abbia dimenticato che alcune delle più aspre furono scritte da autori di schietta fede comunista e socialista. Mi permetta tuttavia di ricordarle almeno due passi di un autore al di sopra di ogni sospetto di borbonismo conservatore: il suo a lei sempre carissimo (immagino) Antonio Gramsci. «Lo stato italiano – dice il primo – è stato una feroce dittatura che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale, squartato, fucilato, seppellito vivi poveri contadini che scrittori salatiati hanno infamato col marchio di briganti». «L'unità d'Italia – afferma il secondo – non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l'impoverimento dell'economia e dell'agricoltura meridionale. L'Italia settentrionale ha soggiogato l'Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento”» Mi permetta inoltre di aggiungere a questi giudizi gramsciani quelli non meno spietati di altri tre storici progressisti: «Se dall'unità d'Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E' caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone» (Gaetano Salvemini).
«L'"impeto nazionale" costringe gli italiani a rinunciare a una vera rivoluzione: gridando "Italia, Italia", si finisce col costringere le masse depauperate del popolo italiano a fuggire come "emigranti" dall'"Italia libera"» (Nicola Chiaromonte). «Quando i piemontesi entrarono in territorio napoletano, una delle prime azioni del generale Cialdini fu di far fucilare sul posto ogni contadino che fosse trovato in possesso di armi; era una spietata dichiarazione di guerra contro gente che non aveva nessun altro mezzo di difesa» (Denis Mack Smith). Ora però la prego di non cedere alla tentazione di infilare questi passi nei suoi prossimi discorsi sulla necessità di festeggiare con animo fiero e lieto il genetliaco della nostra patria. Ella sa meglio di me che se osasse farlo rischierebbe di ottenere un successo fragoroso. E l'idea di un simile trionfo non può non ripugnare alla sua natura sobria e cauta.

Il Giornale - Strage Usa, i pregiudizi italian-chic - n. 2 del 10-01-2011Strage Usa, i pregiudizi italian-chic
di Giuseppe De Bellis repubblica.it 20110110
I giornali Usa si pongono domande, mentre Unità e Repubblica hanno già la verità: "Colpa dell'odio della Palin". E per giustificarsi cambiano la realtà a loro uso e consumo. Crolla la pista del complice
C’è qualcosa di strano se i giornali italiani hanno la risposta al massacro di Tucson e quelli americani no. C’è qualcosa che non funziona se i media Usa si chiedono, si interrogano, analizzano, discutono, scavano e quelli italiani invece hanno già risolto tutto e cioè hanno trovato quello che cercavano: il mandante politico, il responsabile morale e non solo della storia. C’è qualcosa che somiglia al pregiudizio. Anzi che è pregiudizio, misto a provincialismo. Perché ieri Repubblica, Unità e Lucia Annunziata sulla Stampa hanno raccontato all’Italia che la deputata Gabrielle Giffords ha subito l’aggressione di un folle, ma che ad armare quel folle sono stati Sarah Palin e il Tea Party. Loro, con l’odio politico che hanno diffuso in questi mesi. Facile, no? Prima di sapere chi sia davvero questo Jared Lee Loughner, il ragazzo che ha sparato, prima di vedere se veramente sia stato spinto da motivi politici. Prima di tutto, la stampa italiana che legge l’America pensando che sia l’Italia sa già tutto: Loughner s’è imbevuto della cattiveria profusa dalla destra americana e l’ha trasformata in una strage.
I fatti finora raccontano che l’attentatore era già stato fermato un paio di volte, era conosciuto per avere disturbi mentali, era legato ai Suprematisti Bianchi, che con Palin, Tea Party e dibattito politico degli ultimi tempi non c’entrano nulla: esistono da tempo e da tempo purtroppo inondano il web di messaggi deliranti. Proprio sul web c’è una specie di testamento ideologico dell’attentatore, il quale dice di aver letto il Mein Kampf e pure il Manifesto del partito comunista. Chi lo conosce e ha parlato alla stampa americana lo descrive come un ragazzotto un po’ instabile, affascinato dagli estremismi di destra e di sinistra. L’Fbi dice che era stato notato già nel 2007 a un comizio di Giffords, cioè quando Sarah Palin era un politico locale e i Tea Party neanche esistevano. Lui, Loughner, parla su YouTube e sconnette con il presunto complotto governativo sul controllo della mente attraverso la grammatica, sulla necessità di emettere una nuova moneta che sostituisca il dollaro. Un giorno, quando parlerà del perché l’ha fatto, magari scopriremo che ha davvero sparato per odio politico. Però magari anche per odio antisemita, visto che Giffords è ebrea e i Suprematisti Bianchi hanno molti, troppi, riferimenti neonazi nella loro folle ideologia. Ma la verità ora è che sembra soltanto un instabile simile ai tanti altri instabili che spesso sconvolgono l’America sparando all’impazzata.
Eppure i giornali che hanno sempre e solo certezze in mano vanno dritti come treni in corsa: loro, che parlano sempre dell’informazione anglosassone come esempio da seguire come aplomb e autorevolezza, cadono nel becerume più sempliciotto, nell’analisi da Bar Sport. Hanno un’idea e pur di dimostrarla adattano la realtà al disegno: così Repubblica definisce la deputata Gabrielle Giffords «paladina della riforma sanitaria simbolo dell’America progressista». Ma progressista di che? Eppure tutti, ma proprio tutti i media americani e tutti i siti web e persino Wikipedia la definisce una democratica moderata. Di più, una Blue Dog, cioè una «democratica di destra», una centrista insomma: contro l’immigrazione, favorevole al diritto di ogni americano di portare armi, nemica dell’ala liberal del suo partito tanto da non votare per Nancy Pelosi come leader democratico alla Camera. È vero che è pro aborto e che aveva votato a favore della riforma sanitaria e che per questo era stata accusata di essere comunista, ma è altrettanto vero che di recente era stata accusata negli aggregatori dei blog di sinistra di essere troppo moderata e troppo centrista. Proprio per non aver appoggiato Pelosi, Giffords era stata attaccata dal sito dei duri e puri, DailyKos, come ha ricordato ieri Christian Rocca del Sole -24 ore. «Per me è morta», era il commento di una sua elettrice.
Allora l’odio può anche essere la risposta, ma attenzione potrebbe anche essere bipartisan. L’Fbi dice che è troppo presto per avere certezze, l’unico che per il momento ha il sentore del movente politico è lo sceriffo della Pima County di Tucson, Clarence Dupnik. Solo che lui ha il difetto di essere stato eletto contro il repubblicano Harry Shaw. È vero comunque che Sarah Palin e molti altri hanno toni eccessivi, è vero anche che lei ha una retorica spesso triviale. È vero anche che l’ex candidata vicepresidente ha commesso l’errore strategico-politico di mettere il mirino come simbolo per indicare i seggi della famosa target list degli obiettivi da conquistare. Però chi dice che quei simboli significano «eliminate» questi personaggi, mente sapendo di mentire. Di più: prende in giro se stesso e gli altri. Quei mirini sciagurati riguardavano seggi in bilico da conquistare alle elezioni di midterm. Punto. Infelice come emblema metaforico, certo. Poco efficace anche come trovata politica, anche. Ma nient’altro. Peccato che, però, per i giornali italiani sia già tutto scritto, sia già tutto certo. L’informazione e il pregiudizio dovrebbero essere nemici e invece qui vanno sotto braccio. Si parte da un’idea precostituita a tavolino e si aggiungono dettagli per condirla e spacciarla per verità. Pensando che tanto l’America sia quella che raccontano loro.
