Tulliani nel mirino dei pm di Perugia: "Inchiesta sull'origine del patrimonio"
di Redazione ilgiornale.it articolo di giovedì 19 agosto 2010
Secondo Panorama aperta un'inchiesta sul patrimonio della compagna del presidente della Camera. Alla base del fascicolo le dichiarazioni di Luciano Gaucci, ex compagno della Tulliani: "Se il mio patrimonio è illecito, perché non il suo a cui ho intestato beni fiduciariamente". Le ipotesi di reato sono concorso in bancarotta fraudolenta e ricettazioni
Perugia - La procura di Perugia ha appena aperto un’inchiesta sul patrimonio di Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera Gianfranco Fini. Ne dà notizia il settimanale Panorama, in un articolo sul numero in edicola da domani, del quale è stata fornita oggi un’anticipazione. Secondo Panorama, nel capoluogo umbro è stato aperto un fascicolo "modello 45", cioè "quello che contiene notizie che potrebbero tramutarsi in ipotesi di reato, con conseguenti iscrizioni sul registro degli indagati".
La testimonianza di Gaucci Alla base dell’iniziativa giudiziaria sono le dichiarazioni rilasciate da Luciano Gaucci, ex proprietario del Perugia calcio (per il cui fallimento era finito sotto processo con l’accusa di bancarotta fraudolenta), e che dal 1997 al 2004 è stato legato a Elisabetta Tulliani. Gaucci sostiene che molti dei beni appartenenti alla ex compagna le furono "intestati fiduciariamente". Sempre a Panorama, il 12 agosto, Gaucci aveva dichiarato: "Se la procura di Perugia ritiene illecito il mio patrimonio e lo ha sequestrato, perché non fa la stessa cosa anche con i beni che ho affidato alla mia ex compagna? O, almeno, perché non le chiede di dimostrare l’origine della sua ricchezza?".
Concorso in bancarotta fraudolenta Il settimanale Mondadori riferisce anche che il procuratore facente funzioni di Perugia, Giuliano Mignini, ha incaricato il sostituto procuratore Antonella Duchini di lavorare sul fascicolo relativo al patrimonio della Tulliani. Il pm Duchini è lo stesso che si è occupato del procedimento sulla bancarotta fraudolenta il fallimento del Perugia calcio di Gaucci. Le possibili ipotesi di reato per la vicenda Tulliani vanno dal concorso in bancarotta fraudolenta alla ricettazione. "Bisognerà vedere le carte" ha dichiarato il pm a Panorama.
Le società offshore Oltre che al patrimonio della Tulliani, il settimanale dedica un articolo anche all’isola caraibica di Saint Lucia, dove hanno sede le società coinvolte nella compravendita della casa di Montecarlo: la Printemps, che acquistò l’immobile per 300mila euro dai tesorieri di An, e la Timara, che tre mesi dopo lo comprò per 330mila euro. Tutte le società hanno sede al numero 10 di Manoel street. "Ma sul portone - scrive Panorama - non c’è neppure una targa; nemmeno quella della Corporate agents, la società di Michael Gordon, il direttore della società che ha stilato i contratti di formazione della Printemps e della Timara". Contattato da Panorama, Gordon dice: "Non ho nessun ricordo della nascita di quelle società: ne faccio talmente tante. E anche se ne avessi non ne parlerei. Sono un avvocato e non è mia abitudine dare informazioni sui miei clienti".
La registrazione Al settimanale il responsabile della Pinnacle, il registro delle International business companies, Lester Martyr, spiega che per creare una società off-shore a Saint Lucia basta andare sul sito internet del registro da qualsiasi paese del mondo: dal momento in cui ci si registra alla costituzione della società, racconta, bastano 24 ore. E non c’è altra isola caraibica che permetta di farlo direttamente.
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vendredi, août 20, 2010
jeudi, août 19, 2010
Il popolo è sovrano, basta che non decida di abrogare qualcosa
Il popolo è sovrano, basta che non decida di abrogare qualcosa
ItaliaOggi Numero 196 pag. 7 del 19/8/2010 PRIMO PIANO di Serena Gana Cavallo
I custodi della Costituzione fanno finta di non vedere che l'articolo 75 sul referendum è andato a farsi benedire
La Costituzione italiana, si sa, è la migliore costituzione possibile per il migliore dei mondi possibili. I suoi 347 padri e le sue nove madri, una volta nata la meravigliosa creatura pur dopo non pochi contrasti in itinere sulle sue fattezze definitive, decisero che fosse dotata di attenti e vigorosi difensori onde tutelarne la salute e proteggerla da malintenzionati che avessero voluto, che so, scorciarle i capelli, variare qualche ornamento, intaccarne i lineamenti e le linee perfette. A nume tutelare dei difensori fu scelto Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, Cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, le cui gloriose vicende di difensore di fanciulle narrò Italo Calvino. Per ragioni di massima sicurezza la Costituzione fu messa a dimorare nel Paese di Shangri-Là, che non è un hotel, ma un posto segreto e sperduto ma perfetto, di cui ha scritto James Hilton e che fu filmato da Frank Capra, che aveva, tra i suoi infiniti pregi, quello di essere la sede della fonte della perenne giovinezza. Con un piccolo inconveniente: chi ne usciva, si vedeva, tutto d'un tratto, piombare addosso tutti i suoi anni reali divenendo, in un amen, incartapecorito più o meno come la mummia di Seti I, se avete presente.
Avventatamente la Costituzione, con orrore dei suoi guardiani, mise un giorno fuori il nasino e perse parecchio del suo smalto. I custodi la bloccarono sulla soglia e cominciarono a discutere su che tipo di interventi di chirurgia estetica (ed anche un po' funzionale, visto che barcollava vistosamente) sarebbe stato necessario orientarsi. Non se ne fece nulla e la poveretta continuò a deperire, ma poiché, dopotutto, era sempre, nell'animo, la splendida fanciulla di un tempo tutti furono d'accordo per continuare a difenderla decantandone le lodi. Fecero così finta di non vedere che, per esempio, il cosiddetto articolo 75, uno di quelli ricollegabili ad una zona del cerebro, fondamentale per dare coerenza alla storia del popolo sovrano individuabile nella fronte un tempo luminosa, pura e ornata da uno stellone, era andato completamente a farsi benedire. Infatti i referendum indetti sulla base di quell'articolo, dopo qualche esperimento di generale soddisfazione cominciarono e deperire. Una legge abrogata usciva da una porta e, dopo pochissimo tempo, con qualche orpello in più, rientrava dalla finestra. Il Ministero dell'agricoltura si è trasformato in Ministero delle politiche agricole e lì saldo rimane, perché ad un terzo referendum per abolirlo tutti si erano stufati e lo mandarono buca.
Il Ministero del turismo e spettacolo, dopo l'abrogazione è rinato a metà: solo il turismo. L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, dopo un primo flop nel 1978 ottenne un consenso pressoché plebiscitario (90,3%) nel 1993, ma anche qui, dopo che il tutto si era trasformato, nel dicembre 1993 con una prontezza di riflessi invidiabile, da finanziamento a contributo, il popolo sovrano, definitivamente scaglionato decise, nel 1999, che non valeva la pena di sprecarci un'altra domenica di primavera e andò a fare una gran mangiata fuori porta, per non sentirsi del tutto escluso dal festino. Tre mesi dopo il «contributo» divenne «rimborso spese per consultazioni elettorali e referendarie» (coglierete senz'altro la sottile ironia), e va sottolineato che la parola rimborso è un termine come un altro, non avendo alcun collegamento con spese concretamente sostenute ma essendo in pratica un lucrosissimo finanziamento a vantaggio di chiunque si inventi, dall'oggi al domani, un partitino o una lista di paese. Ad un certo punto gli italiani, sempre innamorati della loro Costituzione, convenirono che non c'era motivo al mondo per cui i magistrati non dovessero esser tenuti responsabili dei loro errori e nel 1985 votarono, all'80%, per l'abolizione delle norme limitative della responsabilità civile per i giudici. Giusto il tempo di rifiatare e nel 1988 fu deciso che se i magistrati sbagliavano era lo Stato che doveva risarcire.
Ai più sfuggì perché analoga norma non venisse emanata anche per tutti i medici del servizio sanitario nazionale, tanto per fare un esempio. Comunque, da allora paghiamo tutto noi, ma il principio che i magistrati possono sbagliare è salvo. A scanso di equivoci la Corte Costituzionale nel 2007 dichiarò inammissibile un ulteriore referendum per abrogare la nuova legge.
La ciliegina sulla torta è costituita dal referendum che, nel giugno del 1995, stabilì che era opportuno procedere alla privatizzazione della Rai. Qui non è stata sprecata nemmeno la fatica di una leggina ad hoc: semplicemente non si è mosso un capello e tutto è rimasto immutato. E i custodi della Costituzione? Son lì, uno dopo l'altro, che lodano la Costituzione, inneggiano alla sua validità, alla sua profonda bellezza. Sull'articolo 75 fanno i vaghi. Ammettono che sì, forse qualcosina da cambiare c'è, magari il bicameralismo troppo perfetto, ma comunque tutto va bene: dopo tutto, il popolo è sovrano. Non c'è scandalo se la Rai viene trattata come bancomat per amici e parenti: la Rai è del popolo, in fondo siamo sempre lì. Il popolo è sovrano e paga il conto.
ItaliaOggi Numero 196 pag. 7 del 19/8/2010 PRIMO PIANO di Serena Gana Cavallo
I custodi della Costituzione fanno finta di non vedere che l'articolo 75 sul referendum è andato a farsi benedire
La Costituzione italiana, si sa, è la migliore costituzione possibile per il migliore dei mondi possibili. I suoi 347 padri e le sue nove madri, una volta nata la meravigliosa creatura pur dopo non pochi contrasti in itinere sulle sue fattezze definitive, decisero che fosse dotata di attenti e vigorosi difensori onde tutelarne la salute e proteggerla da malintenzionati che avessero voluto, che so, scorciarle i capelli, variare qualche ornamento, intaccarne i lineamenti e le linee perfette. A nume tutelare dei difensori fu scelto Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, Cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, le cui gloriose vicende di difensore di fanciulle narrò Italo Calvino. Per ragioni di massima sicurezza la Costituzione fu messa a dimorare nel Paese di Shangri-Là, che non è un hotel, ma un posto segreto e sperduto ma perfetto, di cui ha scritto James Hilton e che fu filmato da Frank Capra, che aveva, tra i suoi infiniti pregi, quello di essere la sede della fonte della perenne giovinezza. Con un piccolo inconveniente: chi ne usciva, si vedeva, tutto d'un tratto, piombare addosso tutti i suoi anni reali divenendo, in un amen, incartapecorito più o meno come la mummia di Seti I, se avete presente.
Avventatamente la Costituzione, con orrore dei suoi guardiani, mise un giorno fuori il nasino e perse parecchio del suo smalto. I custodi la bloccarono sulla soglia e cominciarono a discutere su che tipo di interventi di chirurgia estetica (ed anche un po' funzionale, visto che barcollava vistosamente) sarebbe stato necessario orientarsi. Non se ne fece nulla e la poveretta continuò a deperire, ma poiché, dopotutto, era sempre, nell'animo, la splendida fanciulla di un tempo tutti furono d'accordo per continuare a difenderla decantandone le lodi. Fecero così finta di non vedere che, per esempio, il cosiddetto articolo 75, uno di quelli ricollegabili ad una zona del cerebro, fondamentale per dare coerenza alla storia del popolo sovrano individuabile nella fronte un tempo luminosa, pura e ornata da uno stellone, era andato completamente a farsi benedire. Infatti i referendum indetti sulla base di quell'articolo, dopo qualche esperimento di generale soddisfazione cominciarono e deperire. Una legge abrogata usciva da una porta e, dopo pochissimo tempo, con qualche orpello in più, rientrava dalla finestra. Il Ministero dell'agricoltura si è trasformato in Ministero delle politiche agricole e lì saldo rimane, perché ad un terzo referendum per abolirlo tutti si erano stufati e lo mandarono buca.
Il Ministero del turismo e spettacolo, dopo l'abrogazione è rinato a metà: solo il turismo. L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, dopo un primo flop nel 1978 ottenne un consenso pressoché plebiscitario (90,3%) nel 1993, ma anche qui, dopo che il tutto si era trasformato, nel dicembre 1993 con una prontezza di riflessi invidiabile, da finanziamento a contributo, il popolo sovrano, definitivamente scaglionato decise, nel 1999, che non valeva la pena di sprecarci un'altra domenica di primavera e andò a fare una gran mangiata fuori porta, per non sentirsi del tutto escluso dal festino. Tre mesi dopo il «contributo» divenne «rimborso spese per consultazioni elettorali e referendarie» (coglierete senz'altro la sottile ironia), e va sottolineato che la parola rimborso è un termine come un altro, non avendo alcun collegamento con spese concretamente sostenute ma essendo in pratica un lucrosissimo finanziamento a vantaggio di chiunque si inventi, dall'oggi al domani, un partitino o una lista di paese. Ad un certo punto gli italiani, sempre innamorati della loro Costituzione, convenirono che non c'era motivo al mondo per cui i magistrati non dovessero esser tenuti responsabili dei loro errori e nel 1985 votarono, all'80%, per l'abolizione delle norme limitative della responsabilità civile per i giudici. Giusto il tempo di rifiatare e nel 1988 fu deciso che se i magistrati sbagliavano era lo Stato che doveva risarcire.
Ai più sfuggì perché analoga norma non venisse emanata anche per tutti i medici del servizio sanitario nazionale, tanto per fare un esempio. Comunque, da allora paghiamo tutto noi, ma il principio che i magistrati possono sbagliare è salvo. A scanso di equivoci la Corte Costituzionale nel 2007 dichiarò inammissibile un ulteriore referendum per abrogare la nuova legge.
La ciliegina sulla torta è costituita dal referendum che, nel giugno del 1995, stabilì che era opportuno procedere alla privatizzazione della Rai. Qui non è stata sprecata nemmeno la fatica di una leggina ad hoc: semplicemente non si è mosso un capello e tutto è rimasto immutato. E i custodi della Costituzione? Son lì, uno dopo l'altro, che lodano la Costituzione, inneggiano alla sua validità, alla sua profonda bellezza. Sull'articolo 75 fanno i vaghi. Ammettono che sì, forse qualcosina da cambiare c'è, magari il bicameralismo troppo perfetto, ma comunque tutto va bene: dopo tutto, il popolo è sovrano. Non c'è scandalo se la Rai viene trattata come bancomat per amici e parenti: la Rai è del popolo, in fondo siamo sempre lì. Il popolo è sovrano e paga il conto.
mercredi, août 18, 2010
Chiamparino sfida l'Onu: vadano via. La portavoce Boldrini: li rispetti
«Profughi? Sobillati dai no global»
Corriere.it 20100818 Marisa Fumagalli 18 agosto 2010 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Torino Il sindaco pronto a vendere l'edificio occupato. «Noi li aiutiamo, ma adesso i fondi sono finiti»
Chiamparino sfida l'Onu: vadano via. La portavoce Boldrini: li rispetti
MILANO — «Noi, i rifugiati li aiutiamo, non li cacciamo — dice il sindaco di Torino —. Chiaro? Prima di alzare il dito, la portavoce Onu s'informi bene». Risposta immediata: «Figurarsi, nessun intento censorio da parte nostra. Chiediamo solo approfondimenti, offriamo esperienza e collaborazione». E se la polemica d'agosto fosse nata da un equivoco, da un mezzo equivoco almeno? Le scintille tra Sergio Chiamparino (Pd decisionista, moderato, che piace perfino a Bossi) e Laura Boldrini prendono mezza pagina del quotidiano Italia Oggi di ieri. Dove si racconta di un primo cittadino che, dovendo far cassa, decide di vendere un immobile occupato da profughi e usa il pugno di ferro; e, quindi, della reazione piccata dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, di due lettere che lo diffidano a procedere se prima non sistema la situazione dei rifugiati. Chiamparino, in vacanza nella sua casa di campagna nel Biellese, da un paio di giorni è a letto con la febbre. Al telefono, però, risponde. Parte soft, poi, conversando, s'incavola un po'.
«Alla seconda missiva, tra l'altro non firmata dalla Boldrini ma da un altro esponente dell'Alto Commissariato, ho appena risposto — spiega —. Ho illustrato la situazione com'è, con l'invito a documentarsi. E, nel ruolo di presidente dell'Anci, ho chiesto di pubblicare numeri e dati su come i vari Comuni italiani affrontano i problemi dei rifugiati. Carte in tavola, insomma. Altrimenti, va a finire che chi si dà da fare per gli immigrati trovando soluzioni ragionevoli, si attira guai e resta con il cerino acceso». Vuole riassumerci come sono andate le cose a Torino? «Circa un anno fa — attacca il sindaco — un gruppo di rifugiati eritrei e somali sono approdati in città occupando l'ex clinica San Paolo. Tam tam, così altri ne sono arrivati. Lì, certo, non potevano stare. Allora, ho fatto in modo di spostarli, erano 300, temporaneamente, nell'ex caserma di via Asti. Gli ho proposto un programma di inserimento, con relativo sostegno economico. Risultato? Alcuni se ne sono andati spontaneamente, 230 hanno aderito all'offerta. Quindici di loro, sobillati dai centri sociali e appoggiati da Rifondazione, invece, via di lì hanno occupato l'ex sede dei vigili, in corso Chieri». «In aggiunta a questi — continua — c'è da considerare la scelta di altri 18 profughi, questa volta eritrei, che mai starebbero con i somali per assoluta incompatibilità, insediati abusivamente in un edificio adiacente all'ex clinica San Paolo. Trattasi di proprietà privata. Al riguardo, mi risulta che il Prefetto abbia invitato i proprietari alla prudenza, negli sgomberi».
«E questa sarebbe politica repressiva? A me pare di aver semplicemente usato il buon senso — nota Chiamparino —. Per inciso, con la collaborazione del governo». E i quindici che tengono duro? «L'opportunità l'hanno avuta — taglia corto —. Che posso fare ancora? Oltretutto, non ci sono più fondi». Dunque, devono sloggiare? «Certo». Sentiamo anche la campana di Laura Boldrini. La portavoce dell'Alto Commissariato per i rifugiati si trova all'estero da qualche settimana. Non ha scritto personalmente le lettere al sindaco di Torino e, a quanto pare, non le ha neppure lette preventivamente. Ne è, comunque, al corrente. S'informa sulla versione giornalistica dei fatti ed esprime stupore. «Ma quale polemica? Non diamo pagelle a nessuno, tanto meno a Chiamparino — dice —. Ci siamo rivolti a lui per approfondire la situazione torinese ma anche per valutare la situazione nel suo complesso, dal momento che il sindaco è alla guida dell'Associazione dei Comuni italiani. Insomma, vorremmo incontrarlo per discutere, non per attaccare». Già. Ma Chiamparino sostiene che «siete disinformati, che fischiate al fallo, con facilità. Insomma, se l'è presa». «Mi dispiace — replica Boldrini —. Chiedere di approfondire non significa bocciare. Ho l'impressione che Chiamparino abbia considerato più la montatura dei fatti, che non il contenuto autentico delle lettere».
Marisa Fumagalli
18 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere.it 20100818 Marisa Fumagalli 18 agosto 2010 © RIPRODUZIONE RISERVATA
Torino Il sindaco pronto a vendere l'edificio occupato. «Noi li aiutiamo, ma adesso i fondi sono finiti»
Chiamparino sfida l'Onu: vadano via. La portavoce Boldrini: li rispetti
MILANO — «Noi, i rifugiati li aiutiamo, non li cacciamo — dice il sindaco di Torino —. Chiaro? Prima di alzare il dito, la portavoce Onu s'informi bene». Risposta immediata: «Figurarsi, nessun intento censorio da parte nostra. Chiediamo solo approfondimenti, offriamo esperienza e collaborazione». E se la polemica d'agosto fosse nata da un equivoco, da un mezzo equivoco almeno? Le scintille tra Sergio Chiamparino (Pd decisionista, moderato, che piace perfino a Bossi) e Laura Boldrini prendono mezza pagina del quotidiano Italia Oggi di ieri. Dove si racconta di un primo cittadino che, dovendo far cassa, decide di vendere un immobile occupato da profughi e usa il pugno di ferro; e, quindi, della reazione piccata dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, di due lettere che lo diffidano a procedere se prima non sistema la situazione dei rifugiati. Chiamparino, in vacanza nella sua casa di campagna nel Biellese, da un paio di giorni è a letto con la febbre. Al telefono, però, risponde. Parte soft, poi, conversando, s'incavola un po'.
«Alla seconda missiva, tra l'altro non firmata dalla Boldrini ma da un altro esponente dell'Alto Commissariato, ho appena risposto — spiega —. Ho illustrato la situazione com'è, con l'invito a documentarsi. E, nel ruolo di presidente dell'Anci, ho chiesto di pubblicare numeri e dati su come i vari Comuni italiani affrontano i problemi dei rifugiati. Carte in tavola, insomma. Altrimenti, va a finire che chi si dà da fare per gli immigrati trovando soluzioni ragionevoli, si attira guai e resta con il cerino acceso». Vuole riassumerci come sono andate le cose a Torino? «Circa un anno fa — attacca il sindaco — un gruppo di rifugiati eritrei e somali sono approdati in città occupando l'ex clinica San Paolo. Tam tam, così altri ne sono arrivati. Lì, certo, non potevano stare. Allora, ho fatto in modo di spostarli, erano 300, temporaneamente, nell'ex caserma di via Asti. Gli ho proposto un programma di inserimento, con relativo sostegno economico. Risultato? Alcuni se ne sono andati spontaneamente, 230 hanno aderito all'offerta. Quindici di loro, sobillati dai centri sociali e appoggiati da Rifondazione, invece, via di lì hanno occupato l'ex sede dei vigili, in corso Chieri». «In aggiunta a questi — continua — c'è da considerare la scelta di altri 18 profughi, questa volta eritrei, che mai starebbero con i somali per assoluta incompatibilità, insediati abusivamente in un edificio adiacente all'ex clinica San Paolo. Trattasi di proprietà privata. Al riguardo, mi risulta che il Prefetto abbia invitato i proprietari alla prudenza, negli sgomberi».
«E questa sarebbe politica repressiva? A me pare di aver semplicemente usato il buon senso — nota Chiamparino —. Per inciso, con la collaborazione del governo». E i quindici che tengono duro? «L'opportunità l'hanno avuta — taglia corto —. Che posso fare ancora? Oltretutto, non ci sono più fondi». Dunque, devono sloggiare? «Certo». Sentiamo anche la campana di Laura Boldrini. La portavoce dell'Alto Commissariato per i rifugiati si trova all'estero da qualche settimana. Non ha scritto personalmente le lettere al sindaco di Torino e, a quanto pare, non le ha neppure lette preventivamente. Ne è, comunque, al corrente. S'informa sulla versione giornalistica dei fatti ed esprime stupore. «Ma quale polemica? Non diamo pagelle a nessuno, tanto meno a Chiamparino — dice —. Ci siamo rivolti a lui per approfondire la situazione torinese ma anche per valutare la situazione nel suo complesso, dal momento che il sindaco è alla guida dell'Associazione dei Comuni italiani. Insomma, vorremmo incontrarlo per discutere, non per attaccare». Già. Ma Chiamparino sostiene che «siete disinformati, che fischiate al fallo, con facilità. Insomma, se l'è presa». «Mi dispiace — replica Boldrini —. Chiedere di approfondire non significa bocciare. Ho l'impressione che Chiamparino abbia considerato più la montatura dei fatti, che non il contenuto autentico delle lettere».
Marisa Fumagalli
18 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
Gli operai sotto ricatto: per non perdere il posto ci vuole la tessera Cgil
Gli operai sotto ricatto: per non perdere il posto ci vuole la tessera Cgil
di Paola Setti Il gironale.it 20100818 articolo di mercoledì 18 agosto 2010
L’assurdo obbligo imposto ai lavoratori dal commissario di un'azienda ligure. Chi si rifiuta perde il posto
Versare la quota alla Cgil per poter lavorare. Stanno lì in venti a fare la guardia al bidone, ma vatti a lamentare. Era il 2002 quando la Stoppani, una bomba chimica perennemente pronta a esplodere in riva al Mar Ligure, in quel di Cogoleto (Genova), chiuse i battenti, inserita d’ufficio e d’urgenza fra i 15 siti nazionali ad alto rischio ambientale e dotata di un commissario che, sotto la guida del ministero dell’Ambiente, portasse avanti una bonifica a dir poco complessa, dopo decine di anni e centinaia di tonnellate di cromo esavalente.
Da allora sono otto anni che si va avanti così, di contratto in contratto, tre mesi e poi otto e poi tre, ma sempre con quella lettera maledetta fra un ingaggio e quello successivo, «la presente per ricordarle che il suo contratto avrà termine» il giorno ics, ma ci riserviamo «la facoltà di comunicarle successivamente l’eventuale esigenza di stipulare con lei un ulteriore contratto a termine», e via tutti a incrociare le dita. Per dirla con l’assessore al Lavoro della Regione, il comunista Enrico Vesco, per gli operai «il destino è incerto, ma garantito dalle istituzioni». Già. «Peccato che di mezzo ci sia il sindacato», lamentano loro. Càpita infatti che il governo abbia fatto sapere di non voler rinnovare la gestione commissariale in scadenza al 31 dicembre, avvertendo pure che ai 40 milioni spesi in tre anni per avviare una bonifica che però ancora non vede la luce non ne verranno aggiunti altri. E che in questo clima gli operai abbiano scoperto che per mantenere il posto devono essere iscritti alla Cgil.
La lettera è su carta intestata del Dipartimento della Protezione civile, la firma il «soggetto attuatore Cecilia Brescianini», il commissario. Dice che per stipulare il contratto gli operai dovranno «indicare un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale».
Tradotto: sul modulo da compilare devono esplicitamente scegliere un rappresentante di Cgil, Cisl o Uil, e quindi in ultima analisi della Cgil, visto che le altre due sigle alla Stoppani non esistono. Ne esiste una quarta, la Cisal, ed è a quella che è iscritta la maggior parte dei lavoratori qui. Ma anche gli iscritti al sindacato autonomo si son visti fare la stessa richiesta, nonostante la Cisal abbia sempre sottoscritto il contratto nazionale di categoria al pari della «Triplice» e dell’Ugl.
Anomalia su anomalia, c’è da registrare l’inedito di un datore di lavoro che in qualche modo impone a un lavoratore il proprio rappresentante. Eppure la querelle va avanti da mesi. Perché quando alcuni operai, con un gesto di sfida, hanno dato la disdetta alla Cgil e si sono iscritti alla Cisal, si sono trovati in busta paga una doppia trattenuta: 10 euro per la Cisal, 14.74 per la Cgil. È che restituire la tessera non basta. Questo almeno s’è presa la briga di spiegare agli operai sul piede di guerra non la Cgil, ma ancora la dottoressa Brescianini. La prima risposta è stata una lettera infilata in busta paga, non firmata e non su carta intestata, nella quale si spiegava che la ritenuta continuerà fino a fine anno, perché l’adesione a un sindacato è annuale e la disdetta è arrivata oltre la fine del 2009, e che c’entra se tu hai un contratto di tre mesi, dura lex sed lex. Solo che di leggi, qui, nessuno ne ha trovate a supportare questa tesi, e così si è giunti al braccio di ferro.
Gli operai hanno scritto al commissario che, ecco, gentilmente si occupasse dei casi suoi, visto che qui trattasi di querelle con un sindacato e non con una struttura commissariale che dovrebbe essere un organo di garanzia, invitandola a «non prelevare più un euro» dai loro stipendi pena l’attivazione «delle vie legali per appropriazione indebita». La dottoressa però non ha affatto gradito, né i contenuti né il tono di espressioni che ha considerato «chiaramente intimidatorie, offensive e minacciose nei confronti del datore di lavoro». Ha aggiunto, il commissario, che «l’insubordinazione verso i superiori» può essere punita anche con il licenziamento. Adesso che la Regione chiede al governo di prorogare il commissariamento e di stanziare altri 15 milioni di euro per la bonifica, forse la benedetta tessera alla Cgil converrà rifarla.
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di Paola Setti Il gironale.it 20100818 articolo di mercoledì 18 agosto 2010
L’assurdo obbligo imposto ai lavoratori dal commissario di un'azienda ligure. Chi si rifiuta perde il posto
Versare la quota alla Cgil per poter lavorare. Stanno lì in venti a fare la guardia al bidone, ma vatti a lamentare. Era il 2002 quando la Stoppani, una bomba chimica perennemente pronta a esplodere in riva al Mar Ligure, in quel di Cogoleto (Genova), chiuse i battenti, inserita d’ufficio e d’urgenza fra i 15 siti nazionali ad alto rischio ambientale e dotata di un commissario che, sotto la guida del ministero dell’Ambiente, portasse avanti una bonifica a dir poco complessa, dopo decine di anni e centinaia di tonnellate di cromo esavalente.
Da allora sono otto anni che si va avanti così, di contratto in contratto, tre mesi e poi otto e poi tre, ma sempre con quella lettera maledetta fra un ingaggio e quello successivo, «la presente per ricordarle che il suo contratto avrà termine» il giorno ics, ma ci riserviamo «la facoltà di comunicarle successivamente l’eventuale esigenza di stipulare con lei un ulteriore contratto a termine», e via tutti a incrociare le dita. Per dirla con l’assessore al Lavoro della Regione, il comunista Enrico Vesco, per gli operai «il destino è incerto, ma garantito dalle istituzioni». Già. «Peccato che di mezzo ci sia il sindacato», lamentano loro. Càpita infatti che il governo abbia fatto sapere di non voler rinnovare la gestione commissariale in scadenza al 31 dicembre, avvertendo pure che ai 40 milioni spesi in tre anni per avviare una bonifica che però ancora non vede la luce non ne verranno aggiunti altri. E che in questo clima gli operai abbiano scoperto che per mantenere il posto devono essere iscritti alla Cgil.
La lettera è su carta intestata del Dipartimento della Protezione civile, la firma il «soggetto attuatore Cecilia Brescianini», il commissario. Dice che per stipulare il contratto gli operai dovranno «indicare un rappresentante di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale».
Tradotto: sul modulo da compilare devono esplicitamente scegliere un rappresentante di Cgil, Cisl o Uil, e quindi in ultima analisi della Cgil, visto che le altre due sigle alla Stoppani non esistono. Ne esiste una quarta, la Cisal, ed è a quella che è iscritta la maggior parte dei lavoratori qui. Ma anche gli iscritti al sindacato autonomo si son visti fare la stessa richiesta, nonostante la Cisal abbia sempre sottoscritto il contratto nazionale di categoria al pari della «Triplice» e dell’Ugl.
Anomalia su anomalia, c’è da registrare l’inedito di un datore di lavoro che in qualche modo impone a un lavoratore il proprio rappresentante. Eppure la querelle va avanti da mesi. Perché quando alcuni operai, con un gesto di sfida, hanno dato la disdetta alla Cgil e si sono iscritti alla Cisal, si sono trovati in busta paga una doppia trattenuta: 10 euro per la Cisal, 14.74 per la Cgil. È che restituire la tessera non basta. Questo almeno s’è presa la briga di spiegare agli operai sul piede di guerra non la Cgil, ma ancora la dottoressa Brescianini. La prima risposta è stata una lettera infilata in busta paga, non firmata e non su carta intestata, nella quale si spiegava che la ritenuta continuerà fino a fine anno, perché l’adesione a un sindacato è annuale e la disdetta è arrivata oltre la fine del 2009, e che c’entra se tu hai un contratto di tre mesi, dura lex sed lex. Solo che di leggi, qui, nessuno ne ha trovate a supportare questa tesi, e così si è giunti al braccio di ferro.
Gli operai hanno scritto al commissario che, ecco, gentilmente si occupasse dei casi suoi, visto che qui trattasi di querelle con un sindacato e non con una struttura commissariale che dovrebbe essere un organo di garanzia, invitandola a «non prelevare più un euro» dai loro stipendi pena l’attivazione «delle vie legali per appropriazione indebita». La dottoressa però non ha affatto gradito, né i contenuti né il tono di espressioni che ha considerato «chiaramente intimidatorie, offensive e minacciose nei confronti del datore di lavoro». Ha aggiunto, il commissario, che «l’insubordinazione verso i superiori» può essere punita anche con il licenziamento. Adesso che la Regione chiede al governo di prorogare il commissariamento e di stanziare altri 15 milioni di euro per la bonifica, forse la benedetta tessera alla Cgil converrà rifarla.
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La lunga lotta ai terroristi (con onore delle armi finale)
Corriere.it 20100818 Giovanni Bianconi
La lunga lotta ai terroristi (con onore delle armi finale)
Gli ex brigatisti ricordano che fu l'unico a considerarli nemici politici
ROMA - «E' stato l'unico», hanno sempre ripetuto all'unisono i terroristi rossi e neri (ma soprattutto rossi) che negli anni Settanta l'hanno considerato come il principale nemico e poi, appunto, «l'unico» ad aver riconosciuto loro l'onore delle armi; la dignità di avversari politici che, cessati gli spari e pagati i debiti con la legge, avevano diritto a essere considerati ciò che si consideravano: rivoluzionari sconfitti, non criminali comuni. Una sorta di legittimazione postuma, arrivata a guerra finita, che in realtà serviva anche a lui, per legittimare se stesso e una linea che avrà pure portato alla sconfitta del terrorismo - ma dopo quanto tempo? E dopo quanti morti? - e però è costata sacrifici immani. A cominciare dal sostanziale «via libera» all'esecuzione di quello che definiva il suo amico e maestro, Aldo Moro, ucciso dalle Br anche per la «fermezza» sponsorizzata in primo luogo da lui stesso, ministro dell'Interno di quei drammatici 55 giorni.
Il giorno della morte di Francesco Cossiga (non più Kossiga, come scrivevano trent'anni fa) quel giudizio non cambia. E accomuna pressoché tutti gli ex brigatisti di ogni risma e categoria: dissociati, pentiti, irriducibili, arresi, e qualsiasi altra definizione si voglia trovare per chi è passato dalla principale formazione armata dei cosiddetti «anni di piombo». Capi o gregari che fossero.
Uno che ha sempre rivendicato la propria militanza brigatista collezionando ergastoli senza mai rispondere alle domande di un magistrato - Francesco Piccioni, della colonna romana delle Br, responsabile di diversi omicidi firmati con la stella a cinque punte - l'ha intervistato per un libro sul '77, l'anno delle sparatorie in piazza, dei morti in divisa e fra i dimostranti; quasi rivendicati, questi ultimi, da Cossiga. «Con lui - ricorda oggi Piccioni - s'era instaurato un rapporto simile a quello fra ufficiali di eserciti nemici che si sono combattuti e presi a fucilate, ma una volta terminato il conflitto hanno concesso alla controparte il dovuto rispetto». E per i brigatisti rispetto significa essere catalogati come guerriglieri battuti in uno scontro senza quartiere, e non solo assassini che seminavano morti agli angoli delle strade, di solito la mattina presto, quando gli «obiettivi» uscivano di casa per andare al lavoro. Il ministro dell'Interno e poi presidente del Consiglio di quella sanguinosa guerra aveva riconosciuto la genuinità del fenomeno eversivo italiano. E questo per i militanti della lotta armata, carcerati e assediati dalla «dietrologia» di chi teorizza oscure e indicibili trame dietro le loro gesta, è già un grande risultato.
E' quello che sottolinea anche Valerio Morucci (un «dissociato» degli anni Ottanta, altra categoria di ex brigatista), quando afferma che «Cossiga aveva interiorizzato il dramma della gestione del potere, necessariamente cinica e indifferente alla vita dei singoli». Fosse anche quella di Aldo Moro, lasciato uccidere senza tentare nulla che non fossero spettacolari e un pò farsesche operazioni di polizia che sapevano più di parata che di investigazione.
Allora il riconoscimento dello status di nemici politici insorti, negato al tempo del conflitto (anche al prezzo dell'omicidio di Moro, come di tante altre vittime) è stato pure - forse - un modo per riabilitare la propria rivendicata «fermezza», oltre che i «guerriglieri» dell'epoca. «Cessate le ragioni dell'inimicizia e quella della propaganda, ha saputo riconoscere la nostra identità - spiega ancora Morucci - offrendo la possibilità di una memoria non unica ma comune; non condivisa ma narrabile da tutti, ciascuno per la parte che ha rappresentato».
La legittimazione reciproca con gli ex terroristi ha attraversato gli ultimi vent'anni di vita politica di Francesco Cossiga. Dalla volontà di concedere la grazia a Renato Curcio fino alla lettera inviata agli avvocati brasiliani di Cesare Battisti, utilizzata per tentare di far ottenere l'asilo politico all'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, condannato a quattro ergastoli per altrettanti omicidi, di cui l'Italia aspetta ancora l'estradizione. In quella missiva scrisse che i «sovversivi di sinistra» erano dei «rivoluzionari impotenti, che con gli atti di terrorismo credevano non certo di fare, ma di innescare la rivoluzione, secondo gli insegnamenti di Lenin. I crimini della sovversione di sinistra sono crimini ma politici, non comuni».
Difficile sperare di più da un governante al quale, trent'anni prima, i brigatisti e gli altri «rivoluzionari» avrebbero sparato senza alcuna remora. E lui altrettanto.
Giovanni Bianconi
18 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
La lunga lotta ai terroristi (con onore delle armi finale)
Gli ex brigatisti ricordano che fu l'unico a considerarli nemici politici
ROMA - «E' stato l'unico», hanno sempre ripetuto all'unisono i terroristi rossi e neri (ma soprattutto rossi) che negli anni Settanta l'hanno considerato come il principale nemico e poi, appunto, «l'unico» ad aver riconosciuto loro l'onore delle armi; la dignità di avversari politici che, cessati gli spari e pagati i debiti con la legge, avevano diritto a essere considerati ciò che si consideravano: rivoluzionari sconfitti, non criminali comuni. Una sorta di legittimazione postuma, arrivata a guerra finita, che in realtà serviva anche a lui, per legittimare se stesso e una linea che avrà pure portato alla sconfitta del terrorismo - ma dopo quanto tempo? E dopo quanti morti? - e però è costata sacrifici immani. A cominciare dal sostanziale «via libera» all'esecuzione di quello che definiva il suo amico e maestro, Aldo Moro, ucciso dalle Br anche per la «fermezza» sponsorizzata in primo luogo da lui stesso, ministro dell'Interno di quei drammatici 55 giorni.
Il giorno della morte di Francesco Cossiga (non più Kossiga, come scrivevano trent'anni fa) quel giudizio non cambia. E accomuna pressoché tutti gli ex brigatisti di ogni risma e categoria: dissociati, pentiti, irriducibili, arresi, e qualsiasi altra definizione si voglia trovare per chi è passato dalla principale formazione armata dei cosiddetti «anni di piombo». Capi o gregari che fossero.
Uno che ha sempre rivendicato la propria militanza brigatista collezionando ergastoli senza mai rispondere alle domande di un magistrato - Francesco Piccioni, della colonna romana delle Br, responsabile di diversi omicidi firmati con la stella a cinque punte - l'ha intervistato per un libro sul '77, l'anno delle sparatorie in piazza, dei morti in divisa e fra i dimostranti; quasi rivendicati, questi ultimi, da Cossiga. «Con lui - ricorda oggi Piccioni - s'era instaurato un rapporto simile a quello fra ufficiali di eserciti nemici che si sono combattuti e presi a fucilate, ma una volta terminato il conflitto hanno concesso alla controparte il dovuto rispetto». E per i brigatisti rispetto significa essere catalogati come guerriglieri battuti in uno scontro senza quartiere, e non solo assassini che seminavano morti agli angoli delle strade, di solito la mattina presto, quando gli «obiettivi» uscivano di casa per andare al lavoro. Il ministro dell'Interno e poi presidente del Consiglio di quella sanguinosa guerra aveva riconosciuto la genuinità del fenomeno eversivo italiano. E questo per i militanti della lotta armata, carcerati e assediati dalla «dietrologia» di chi teorizza oscure e indicibili trame dietro le loro gesta, è già un grande risultato.
E' quello che sottolinea anche Valerio Morucci (un «dissociato» degli anni Ottanta, altra categoria di ex brigatista), quando afferma che «Cossiga aveva interiorizzato il dramma della gestione del potere, necessariamente cinica e indifferente alla vita dei singoli». Fosse anche quella di Aldo Moro, lasciato uccidere senza tentare nulla che non fossero spettacolari e un pò farsesche operazioni di polizia che sapevano più di parata che di investigazione.
Allora il riconoscimento dello status di nemici politici insorti, negato al tempo del conflitto (anche al prezzo dell'omicidio di Moro, come di tante altre vittime) è stato pure - forse - un modo per riabilitare la propria rivendicata «fermezza», oltre che i «guerriglieri» dell'epoca. «Cessate le ragioni dell'inimicizia e quella della propaganda, ha saputo riconoscere la nostra identità - spiega ancora Morucci - offrendo la possibilità di una memoria non unica ma comune; non condivisa ma narrabile da tutti, ciascuno per la parte che ha rappresentato».
La legittimazione reciproca con gli ex terroristi ha attraversato gli ultimi vent'anni di vita politica di Francesco Cossiga. Dalla volontà di concedere la grazia a Renato Curcio fino alla lettera inviata agli avvocati brasiliani di Cesare Battisti, utilizzata per tentare di far ottenere l'asilo politico all'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, condannato a quattro ergastoli per altrettanti omicidi, di cui l'Italia aspetta ancora l'estradizione. In quella missiva scrisse che i «sovversivi di sinistra» erano dei «rivoluzionari impotenti, che con gli atti di terrorismo credevano non certo di fare, ma di innescare la rivoluzione, secondo gli insegnamenti di Lenin. I crimini della sovversione di sinistra sono crimini ma politici, non comuni».
Difficile sperare di più da un governante al quale, trent'anni prima, i brigatisti e gli altri «rivoluzionari» avrebbero sparato senza alcuna remora. E lui altrettanto.
Giovanni Bianconi
18 agosto 2010© RIPRODUZIONE RISERVATA
mardi, août 17, 2010
L'arte italiana di autoflagellarsi usando i giornali stranieri
ItaliaOggi Numero 194 pag. 2 del 17/8/2010 I COMMENTI L'analisi
L'arte italiana di autoflagellarsi usando i giornali stranieri
di Sergio Luciano
Diciamo la verità: questi soloni stranieri che macinano luoghi comuni sull'Italia dall'alto, o dal basso, dei loro giornali, ci hanno veramente stufato. Sia quando parlano male di noi, sia quando ne parlano bene. E soprattutto ci hanno stufati tutti gli italiani che ad ogni stormir di titolo negativo di qualche giornale straniero si stracciano le vesti, mentre sono rigorosamente indifferenti quando capita, assai più di rado, che gli osservatori stranieri parlino bene di noi. In questo scorcio d'estate è capitato proprio così. L'autorevole (?) settimanale tedesco Der Spiegel ha scritto in una sua inchiesta, testualmente, che forse “«l'Europa deve imparare dall'Italia» come si esce dalla crisi economica, sottolineando la capacità del nostro sistema bancario di andare avanti senza iniezioni di denaro pubblico e del sistema economico nel suo complesso di ritornare a crescere nonostante la schiacciante montagna del debito pubblico... Be', come se non l'avesse scritto nessuno. Eppure fece epoca la copertina dello stesso Der Spiegel in cui per metaforizzare la pericolosità della vita in Italia e il dilagare della criminalità nel nostro Paese s'era scelta l'immagine di una pistola messa su un piatto di spaghetti. Allora, com'è? Si fanno due pesi e due misure? Se Der Spiegel critica, ampie riprese e se elogia, indifferenza? Ma non basta: qualche giorno fa il periodico economico americano Forbes ha pubblicato una sua classifica dei 50 marchi più conosciuti al mondo, e tra questi non ne ha annoverato nessuno italiano, anzi sì, Gucci, ma all'ultimo posto (e comunque ormai la griffe appartiene ai francesi di Ppr, gruppo Pinault). Nella bizzarra classifica di Forbes ai primi posti ci sono tutti marchi Usa, e quasi tutti hi-tech: da Apple a Microsoft, a Ibm, a Intel senza dimenticare Coca-Cola, Google, McDonald's, General Electric, Marlboro. Seguono distanziati celebrità straniere come Nokia, Toyota, Bmw o Louis Vuitton, Nescafè e Ikea. Ora, dire che Bmw sia più noto di Ferrari, Louis Vuitton di Armani, e Nescafè di Lavazza o di Ferrero è una semplice, ma monumentale, scemenza. Evidentemente il sondaggio era stato fatto solo negli States, e non nel mondo. O ancor più facilmente era un sondaggio fatto a casaccio. Ebbene: è stato ripreso con enfasi da tutti i media italiani. Ma va bene così: continuiamo a farci del male. Mentre qualcuno prova, sia nel pubblico che nel privato, a difendere il made in Italy e valorizzarlo, i più se ne fregano. Ma la colpa non è dei giornalisti stranieri, spesso asini quanto e più di noi, ma è di chi gli corre dietro e gli dà credito.
L'arte italiana di autoflagellarsi usando i giornali stranieri
di Sergio Luciano
Diciamo la verità: questi soloni stranieri che macinano luoghi comuni sull'Italia dall'alto, o dal basso, dei loro giornali, ci hanno veramente stufato. Sia quando parlano male di noi, sia quando ne parlano bene. E soprattutto ci hanno stufati tutti gli italiani che ad ogni stormir di titolo negativo di qualche giornale straniero si stracciano le vesti, mentre sono rigorosamente indifferenti quando capita, assai più di rado, che gli osservatori stranieri parlino bene di noi. In questo scorcio d'estate è capitato proprio così. L'autorevole (?) settimanale tedesco Der Spiegel ha scritto in una sua inchiesta, testualmente, che forse “«l'Europa deve imparare dall'Italia» come si esce dalla crisi economica, sottolineando la capacità del nostro sistema bancario di andare avanti senza iniezioni di denaro pubblico e del sistema economico nel suo complesso di ritornare a crescere nonostante la schiacciante montagna del debito pubblico... Be', come se non l'avesse scritto nessuno. Eppure fece epoca la copertina dello stesso Der Spiegel in cui per metaforizzare la pericolosità della vita in Italia e il dilagare della criminalità nel nostro Paese s'era scelta l'immagine di una pistola messa su un piatto di spaghetti. Allora, com'è? Si fanno due pesi e due misure? Se Der Spiegel critica, ampie riprese e se elogia, indifferenza? Ma non basta: qualche giorno fa il periodico economico americano Forbes ha pubblicato una sua classifica dei 50 marchi più conosciuti al mondo, e tra questi non ne ha annoverato nessuno italiano, anzi sì, Gucci, ma all'ultimo posto (e comunque ormai la griffe appartiene ai francesi di Ppr, gruppo Pinault). Nella bizzarra classifica di Forbes ai primi posti ci sono tutti marchi Usa, e quasi tutti hi-tech: da Apple a Microsoft, a Ibm, a Intel senza dimenticare Coca-Cola, Google, McDonald's, General Electric, Marlboro. Seguono distanziati celebrità straniere come Nokia, Toyota, Bmw o Louis Vuitton, Nescafè e Ikea. Ora, dire che Bmw sia più noto di Ferrari, Louis Vuitton di Armani, e Nescafè di Lavazza o di Ferrero è una semplice, ma monumentale, scemenza. Evidentemente il sondaggio era stato fatto solo negli States, e non nel mondo. O ancor più facilmente era un sondaggio fatto a casaccio. Ebbene: è stato ripreso con enfasi da tutti i media italiani. Ma va bene così: continuiamo a farci del male. Mentre qualcuno prova, sia nel pubblico che nel privato, a difendere il made in Italy e valorizzarlo, i più se ne fregano. Ma la colpa non è dei giornalisti stranieri, spesso asini quanto e più di noi, ma è di chi gli corre dietro e gli dà credito.
Il bipolarismo piace agli elettori ma va stretto ai politici I quali politici, dopo il voto, desiderano fare ciò che vogliono .......
ItaliaOggi Numero 194 pag. 4 del 17/8/2010 PRIMO PIANO
Il bipolarismo piace agli elettori ma va stretto ai politici I quali politici, dopo il voto, desiderano fare ciò che vogliono e ciò che a loro interessa
Le scelte espresse con il voto sono ritenute, tutt'al più, dei semplici auspici
di Diego Gabutti
Nonostante l'appello del presidente della repubblica, che dalle colonne dell'Unità ha lanciato il dovuto (ma ormai un po' sciapo) invito a «moderare i toni», la «campagna di stampa contro la terza carica dello stato» non cesserà. Esattamente come non vedremo tanto presto i titoli di coda della jihad infinita contro il Cavaliere (una guerra santa abbracciata di recente dai futuristi di Gianfranco Fini ma proclamata oltre vent'anni fa dalla proprietà e dalla redazione di Repubblica senza che Napolitano e i due presidenti della repubblica che l'hanno preceduto sul Colle abbiano mai neppure pensato di denunciare le campagne di stampa «destabilizzatrici» contro due o tre presidenze del consiglio). Questa è una di quelle giostre che semplicemente non si possono fermare.
E non soltanto perché la guerra interna ai Palazzi italiani è disgraziatamente «fondata su qualcosa di concreto», come si leggeva un tempo sui giornali dabbene (infatti c'è davvero del marcio a Montecarlo, e Silvio Berlusconi, da parte sua, sta veramente «cospirando» con Umberto Bossi e gli ex An traditori, come sostengono i finiani, per isolare la componente centralista, «nazionale» e in definitiva postfascista del Popolo della libertà). Ma anche, anzi soprattutto, perché c'è qualcosa che non torna nei calcoli del bipolarismo italiano, che piace agli elettori ma va stretto ai politici. Questi hanno tutti l'aria di santarellini, sbattono candidamente le lunghe ciglia verginali, ma la verità è che coltivano un'idea hollywoodiana della politica e che si sentono a loro agio soltanto quando possono affrontare il nemico politico a torso nudo e armati di coltello, come Rambo II e III a caccia di consiglieri sovietici nelle giungle vietnamite o nelle valli afghane. O qualcuno crede davvero ai sospiri di quei politici che dicono di rimpiangere i partiti tradizionali, radicati nel territorio, «identitari», di massa, i partiti pieni di tesserati che organizzano feste, affiggono manifesti, portano gli striscioni in corteo, indossano magliette con i faccioni di riferimento, strillano slogan nel megafono, distribuiscono volantini nei mercatini rionali e in generale si comportano come invasati? Dei partiti tradizionali ai politici importa meno di niente. Quel che i politici vogliono davvero è una lotta senza esclusione di colpi. Vogliono la guerriglia, meglio se praticata da piccoli commando nei più sperduti avamposti parlamentari della repubblica, lontano dalla civiltà (e dall'elettorato). Bei tempi, pensano, quando si può vivere pericolosamente, come nei romanzi di James Fenimore Copper, dove gli ultimi dei mohicani e i loro amici cacciatori bianchi campano scuoiando alci e procioni, scambiandosi frasi pompose, tendendo imboscate alle «giubbe rosse» e mangiando radici crude. È nelle correnti dei partiti (o nei gruppi e gruppuscoli dissidenti che nascono per lo più fuori stagione, a metà legislatura) che le Giovani marmotte della seconda repubblica realizzano, proprio come i boy scout della prima repubblica che le hanno precedute sulla scena, il loro più autentico destino: fare parte d'una banda.
Nei vecchi partiti, quando c'erano eretici e pagani da combattere, i politici ricorrevano ad argomenti più o meno razionali: che fare, perché farlo, come farlo. In una banda di mocciosi armati di fionde gli argomenti razionali non si sa neanche dove stanno di casa. Ai vecchi tempi nessuno si sarebbe permesso di dedicare intere pagine di giornale agli amorazzi mercenari del Cavaliere, così come nessuno avrebbe chiamato la moglie del presidente della camera (vedi Libero) «l'ex di Gaucci», nella convinzione che in politica sia giusto non fare prigionieri. Una banda, diversamente dai partiti (e dai giornali) tradizionali, non conosce la differenza tra una vendetta privata e un atto di giustizia, tra il verdetto d'una giuria e un regolamento di conti. Una banda controlla il territorio, con ogni mezzo, come nei Ragazzi della Via Paal, e peggio per chi sconfina.
Il bipolarismo piace agli elettori ma va stretto ai politici I quali politici, dopo il voto, desiderano fare ciò che vogliono e ciò che a loro interessa
Le scelte espresse con il voto sono ritenute, tutt'al più, dei semplici auspici
di Diego Gabutti
Nonostante l'appello del presidente della repubblica, che dalle colonne dell'Unità ha lanciato il dovuto (ma ormai un po' sciapo) invito a «moderare i toni», la «campagna di stampa contro la terza carica dello stato» non cesserà. Esattamente come non vedremo tanto presto i titoli di coda della jihad infinita contro il Cavaliere (una guerra santa abbracciata di recente dai futuristi di Gianfranco Fini ma proclamata oltre vent'anni fa dalla proprietà e dalla redazione di Repubblica senza che Napolitano e i due presidenti della repubblica che l'hanno preceduto sul Colle abbiano mai neppure pensato di denunciare le campagne di stampa «destabilizzatrici» contro due o tre presidenze del consiglio). Questa è una di quelle giostre che semplicemente non si possono fermare.
E non soltanto perché la guerra interna ai Palazzi italiani è disgraziatamente «fondata su qualcosa di concreto», come si leggeva un tempo sui giornali dabbene (infatti c'è davvero del marcio a Montecarlo, e Silvio Berlusconi, da parte sua, sta veramente «cospirando» con Umberto Bossi e gli ex An traditori, come sostengono i finiani, per isolare la componente centralista, «nazionale» e in definitiva postfascista del Popolo della libertà). Ma anche, anzi soprattutto, perché c'è qualcosa che non torna nei calcoli del bipolarismo italiano, che piace agli elettori ma va stretto ai politici. Questi hanno tutti l'aria di santarellini, sbattono candidamente le lunghe ciglia verginali, ma la verità è che coltivano un'idea hollywoodiana della politica e che si sentono a loro agio soltanto quando possono affrontare il nemico politico a torso nudo e armati di coltello, come Rambo II e III a caccia di consiglieri sovietici nelle giungle vietnamite o nelle valli afghane. O qualcuno crede davvero ai sospiri di quei politici che dicono di rimpiangere i partiti tradizionali, radicati nel territorio, «identitari», di massa, i partiti pieni di tesserati che organizzano feste, affiggono manifesti, portano gli striscioni in corteo, indossano magliette con i faccioni di riferimento, strillano slogan nel megafono, distribuiscono volantini nei mercatini rionali e in generale si comportano come invasati? Dei partiti tradizionali ai politici importa meno di niente. Quel che i politici vogliono davvero è una lotta senza esclusione di colpi. Vogliono la guerriglia, meglio se praticata da piccoli commando nei più sperduti avamposti parlamentari della repubblica, lontano dalla civiltà (e dall'elettorato). Bei tempi, pensano, quando si può vivere pericolosamente, come nei romanzi di James Fenimore Copper, dove gli ultimi dei mohicani e i loro amici cacciatori bianchi campano scuoiando alci e procioni, scambiandosi frasi pompose, tendendo imboscate alle «giubbe rosse» e mangiando radici crude. È nelle correnti dei partiti (o nei gruppi e gruppuscoli dissidenti che nascono per lo più fuori stagione, a metà legislatura) che le Giovani marmotte della seconda repubblica realizzano, proprio come i boy scout della prima repubblica che le hanno precedute sulla scena, il loro più autentico destino: fare parte d'una banda.
Nei vecchi partiti, quando c'erano eretici e pagani da combattere, i politici ricorrevano ad argomenti più o meno razionali: che fare, perché farlo, come farlo. In una banda di mocciosi armati di fionde gli argomenti razionali non si sa neanche dove stanno di casa. Ai vecchi tempi nessuno si sarebbe permesso di dedicare intere pagine di giornale agli amorazzi mercenari del Cavaliere, così come nessuno avrebbe chiamato la moglie del presidente della camera (vedi Libero) «l'ex di Gaucci», nella convinzione che in politica sia giusto non fare prigionieri. Una banda, diversamente dai partiti (e dai giornali) tradizionali, non conosce la differenza tra una vendetta privata e un atto di giustizia, tra il verdetto d'una giuria e un regolamento di conti. Una banda controlla il territorio, con ogni mezzo, come nei Ragazzi della Via Paal, e peggio per chi sconfina.
Privatizziamo la Rai, una volta per tutte
ItaliaOggi Numero 194 pag. 8 del 17/8/2010 PRIMO PIANO
Privatizziamo la Rai, una volta per tutte
di Serena Gana Cavallo
Avendo passato metà dell'anno scorso a vedere dei murales su Berlusconi, le minorenni, le escort e affini, mi sembra che continuiamo ad essere perfettamente nella norma. Oggi a me, domani a te. Per quanto riguarda l'editoria, la decadenza è cominciata molto tempo fa, con le paginate su veline, cantatrici, starlette, gossip, su cui tutti, Corriere in testa, si sono buttati avidemente. Va però detto che, almeno, Libero e il Giornale non campano sulle soffiate dei magistrati, anche se è probabile che qualche «manina» soccorrevole ci sia stata. Di fatto, oltre alla «canzone per l'estate» cantata da De Andrè e De Gregori, ormai ci siamo assuefatti allo «scandalo pruriginoso dell'estate», cui fanno da dovuto contorno le perturbazioni apocalittiche che squassano il pianeta, ma sbalordiscono più che commuovere, salvo il caso che ci sia almeno un connazionale tra le vittime.
Quello che mi stupisce è, in tutto questo, la sicumera di Gianfranco Fini. Avete presenti quei film americani dove i (o la) protagonista sono in una situazione di angoscioso pericolo? C'è sempre la scena di lui (o lei) che rientra a casa, apre la porta e nemmeno accende la luce. Noi, tutti noi, però, lo sappiamo che sta per cadere in trappola. Infatti, quasi sempre, la luce, la accende il malvagio di turno che se ne sta bel bello, seduto su poltrona o divano, con una pistola pronta all'uso tra le mani. Ecco, Fini ad ogni passo o dichiarazione, sembra avanzare decisamente verso un baratro molto profondo, ma lui continua, imperterrito, con le sue spiegazioni assurde e con le querele pret-a -porter. Ora, o Feltri e Belpietro e tutti quelli che pian piano gli sono andati dietro, sono dei pazzi totali, o la goccia quotidiana di una prova o di una testimonianza al giorno, tra brighe in Rai e residenze estere, distruggerà Fini in via definitiva. E allora verrebbe da dirgli: fermati, fa un passo indietro! Ma niente, lui apre la porta ed entra in casa senza accendere la luce. In tutto questo pirotecnico spettacolo degli opposti ventilatori, l'unica raccolta di firme che varrebbe la pena di fare e che riscuoterebbe un successo plebiscitario è «Privatizziamo la Rai, una volta per tutte», come da referendum fatto e dimenticato. Ci siamo stufati, non se ne può più di pagare i contratti lucrosi di questo e di quello. I cognati nell'ombra e gli amici in pieno sole. È uno scandalo assoluto e trasversale che deve finire. Forse Napolitano, tra un'intervista e l'altra, dovrebbe prendere posizione netta e ultimativa almeno su questo, perché se i cittadini hanno parlato e la politica non vuol sentire, il presidente super partes che mostra di preoccuparsi tanto di noi è ora che faccia la sua parte, dando una mano di smalto a poteri istituzionali e costituzionali, che sembrano essere, a seconda delle giornate, molto flessibili, praticamente a fisarmonica.
Privatizziamo la Rai, una volta per tutte
di Serena Gana Cavallo
Avendo passato metà dell'anno scorso a vedere dei murales su Berlusconi, le minorenni, le escort e affini, mi sembra che continuiamo ad essere perfettamente nella norma. Oggi a me, domani a te. Per quanto riguarda l'editoria, la decadenza è cominciata molto tempo fa, con le paginate su veline, cantatrici, starlette, gossip, su cui tutti, Corriere in testa, si sono buttati avidemente. Va però detto che, almeno, Libero e il Giornale non campano sulle soffiate dei magistrati, anche se è probabile che qualche «manina» soccorrevole ci sia stata. Di fatto, oltre alla «canzone per l'estate» cantata da De Andrè e De Gregori, ormai ci siamo assuefatti allo «scandalo pruriginoso dell'estate», cui fanno da dovuto contorno le perturbazioni apocalittiche che squassano il pianeta, ma sbalordiscono più che commuovere, salvo il caso che ci sia almeno un connazionale tra le vittime.
Quello che mi stupisce è, in tutto questo, la sicumera di Gianfranco Fini. Avete presenti quei film americani dove i (o la) protagonista sono in una situazione di angoscioso pericolo? C'è sempre la scena di lui (o lei) che rientra a casa, apre la porta e nemmeno accende la luce. Noi, tutti noi, però, lo sappiamo che sta per cadere in trappola. Infatti, quasi sempre, la luce, la accende il malvagio di turno che se ne sta bel bello, seduto su poltrona o divano, con una pistola pronta all'uso tra le mani. Ecco, Fini ad ogni passo o dichiarazione, sembra avanzare decisamente verso un baratro molto profondo, ma lui continua, imperterrito, con le sue spiegazioni assurde e con le querele pret-a -porter. Ora, o Feltri e Belpietro e tutti quelli che pian piano gli sono andati dietro, sono dei pazzi totali, o la goccia quotidiana di una prova o di una testimonianza al giorno, tra brighe in Rai e residenze estere, distruggerà Fini in via definitiva. E allora verrebbe da dirgli: fermati, fa un passo indietro! Ma niente, lui apre la porta ed entra in casa senza accendere la luce. In tutto questo pirotecnico spettacolo degli opposti ventilatori, l'unica raccolta di firme che varrebbe la pena di fare e che riscuoterebbe un successo plebiscitario è «Privatizziamo la Rai, una volta per tutte», come da referendum fatto e dimenticato. Ci siamo stufati, non se ne può più di pagare i contratti lucrosi di questo e di quello. I cognati nell'ombra e gli amici in pieno sole. È uno scandalo assoluto e trasversale che deve finire. Forse Napolitano, tra un'intervista e l'altra, dovrebbe prendere posizione netta e ultimativa almeno su questo, perché se i cittadini hanno parlato e la politica non vuol sentire, il presidente super partes che mostra di preoccuparsi tanto di noi è ora che faccia la sua parte, dando una mano di smalto a poteri istituzionali e costituzionali, che sembrano essere, a seconda delle giornate, molto flessibili, praticamente a fisarmonica.
lundi, août 16, 2010
La France "doit rembourser" Haïti (Lefigaro.fr 20100816) AFP
La France "doit rembourser" Haïti (Lefigaro.fr 20100816) AFP
Un groupe d'intellectuels et de responsables politiques a appelé lundi la France à rembourser à Haïti 17 milliards d'euros, une estimation des sommes qui furent exigées par Paris en échange de l'indépendance de son ancienne colonie, obtenue en 1804.
Cet appel se présente sous la forme d'une lettre ouverte au président Nicolas Sarkozy, publiée lundi dans Libération. Elle est signée par des intellectuels, comme le linguiste américain Noam Chomsky, le philosophe Etienne Balibar, ou les eurodéputés Daniel Cohn-Bendit et Eva Joly.
"Considérant les besoins financiers criants de ce pays dévasté par le terrible séisme du 12 janvier, nous vous pressons donc, monsieur le président, de restituer à Haïti, la première république noire de l'histoire, la dette historique de son indépendance", écrivent les signataires.
Le terrible tremblement de terre de janvier a causé la mort d'au moins 250.000 personnes.
Les signataires rappellent qu'après l'indépendance d'Haïti, le roi Charles X (1824-1830) imposa aux Haïtiens de payer à la France 90 millions de francs or, sous la menace d'une invasion militaire et d'une restauration de l'esclavage. Cette "dette de l'indépendance" est aujourd'hui estimée à "bien plus" que 17 milliards d'euros, selon eux.
"Cette indemnité a fait ployer des générations de Haïtiens sous le poids d'une dette illégitime, dette que la nation haïtienne n'a fini de payer qu'en 1947", ajoutent-ils.
Les signataires de cette pétition se présentent comme un "groupe de soutien au comité pour le remboursement immédiat des milliards envolés" d'Haïti (Crime).
Ce comité est à l'origine de la mise en ligne, le 14 juillet dernier, d'une réplique en forme de canular du site internet du Quai d'Orsay, dans lequel était faussement annoncé un remboursement de ces sommes.
Ce site (www.diplomatiegov.info), dont les auteurs sont basés au Canada, publiait également lundi le texte de la pétition ainsi que la liste de la centaine de signataires.
Un groupe d'intellectuels et de responsables politiques a appelé lundi la France à rembourser à Haïti 17 milliards d'euros, une estimation des sommes qui furent exigées par Paris en échange de l'indépendance de son ancienne colonie, obtenue en 1804.
Cet appel se présente sous la forme d'une lettre ouverte au président Nicolas Sarkozy, publiée lundi dans Libération. Elle est signée par des intellectuels, comme le linguiste américain Noam Chomsky, le philosophe Etienne Balibar, ou les eurodéputés Daniel Cohn-Bendit et Eva Joly.
"Considérant les besoins financiers criants de ce pays dévasté par le terrible séisme du 12 janvier, nous vous pressons donc, monsieur le président, de restituer à Haïti, la première république noire de l'histoire, la dette historique de son indépendance", écrivent les signataires.
Le terrible tremblement de terre de janvier a causé la mort d'au moins 250.000 personnes.
Les signataires rappellent qu'après l'indépendance d'Haïti, le roi Charles X (1824-1830) imposa aux Haïtiens de payer à la France 90 millions de francs or, sous la menace d'une invasion militaire et d'une restauration de l'esclavage. Cette "dette de l'indépendance" est aujourd'hui estimée à "bien plus" que 17 milliards d'euros, selon eux.
"Cette indemnité a fait ployer des générations de Haïtiens sous le poids d'une dette illégitime, dette que la nation haïtienne n'a fini de payer qu'en 1947", ajoutent-ils.
Les signataires de cette pétition se présentent comme un "groupe de soutien au comité pour le remboursement immédiat des milliards envolés" d'Haïti (Crime).
Ce comité est à l'origine de la mise en ligne, le 14 juillet dernier, d'une réplique en forme de canular du site internet du Quai d'Orsay, dans lequel était faussement annoncé un remboursement de ces sommes.
Ce site (www.diplomatiegov.info), dont les auteurs sont basés au Canada, publiait également lundi le texte de la pétition ainsi que la liste de la centaine de signataires.
dimanche, août 15, 2010
Crisi o non crisi politica, la barca italiana va bene
Crisi o non crisi politica, la barca italiana va bene - I COMMENTI - Italiaoggi
Crisi o non crisi politica, la barca italiana va bene
samedi, août 14, 2010
Allarme per il superbatterio invincibile L'India contro Lancet: "Non è nato qui"
Allarme per il superbatterio invincibile L'India contro Lancet: "Non è nato qui" - Repubblica.it
Allarme per il superbatterio invincibile L'India contro Lancet: "Non è nato qui"
Quegli uomini normali che frequentano le trans
Quegli uomini normali che frequentano le trans - Italia - Panorama.it

Quegli uomini normali che frequentano le trans
A Repubblica si stanno scontrando la linea Milella con quella Mauro
ItaliaOggi Numero 192 pag. 5 del 13/8/2010 PRIMO PIANO Backstage editoriale
A Repubblica si stanno scontrando la linea Milella con quella Mauro
Dopo che Repubblica ha rifiutato, per giorni, di fornire ai suoi lettori la notizia dell’appartamento ereditato da An e finito, non si sa come, nella disponibilità del cognato del segretario del partito, in base al convincimento che si trattasse, non di una notizia, ma di un semplice «attacco squadristico» organizzato a freddo dai giornali della scuderia Berlusconi, anche Repubblica ha dovuto rassegnarsi a raccontare la notizia.
Ma restano, nel giornale di largo Fochetti, due linee divergenti. Forse studiate opposta per coabitare. Una, diciamo così, assolutoria, della quale sono interpreti, sia pure in modo diverso, Massimo Giannini e Liana Milella.
E l’altra, emersa solo mercoledì scorso, del direttore Ezio Mauro, che invece vorrebbe che Gianfranco Fini vuotasse tutto il sacco sulla vicenda dell’appartamento in Costa Azzurra finito nella disponibilità del cognato.
Mauro, sia pure dopo aver lasciato passare altri due giorni, ha dato infatti una brusca sterzata al timone del suo giornale, dopo che il suo vice, Massimo Giannini, nel fondo di lunedì scorso, a commento delle risposte date il giorno prima da Fini sull’appartamento in Costa Azzurra, si era dichiarato pienamente soddisfatto delle risposte fornite dal presidente della Camera che, secondo Giannini, chiudevano definitivamente questa squallida imboscata berlusconiana e restituivano piena trasparenza all’azione di Fini.
La Milella invece aveva scelto, per assolvere Fini, la via del temporeggiamento, detta anche del «Campa cavallo», informando i lettori di Repubblica (che, su questo argomento, tambureggiano sempre più veementemente sul sito del giornale) di pazientare perché Fini, fra 20 giorni (!), quando cioè il cognato rientrerà dalle vacanze dove non può evidentemente essere disturbato, darà tutte le risposte che il cognato stesso dovrà fornirgli sulla vendita dell’appartamento monegasco di cui, conferma la Milella, e noi le crediamo sulla parola, Fini era totalmente all’oscuro.
Senonché Mauro, mercoledì scorso, esce dalle secche di questa palude nella quale il suo giornale si stava arenando, con un secco fondo dal titolo «Il dovere della chiarezza» nel quale dopo «aver dato atto» a Fini «di aver detto la sua verità sull’affare Montecarlo» egli deve anche «pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario della vendita». Mauro, a questo punto, diventa ingiuntivo: «Fini chieda a Tulliani nomi e cognomi degli acquirenti e le condizioni di affitto. Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato se stesso, dietro il paravento off shore».
Dal fondo di Mauro non si riesce a capire se il direttore di Repubblica vuole da Fini una risposta immediata anche perché «il sospetto» come dice lui «diventa ogni giorno più pesante». Oppure se Repubblica si accontenterà di ottenere questa risposta fra 20 giorni come suggerisce la Milella.
E se la vuole subito, la risposta, Repubblica, che ha inventato il format, sottoporrà anche Fini, finché non avrà scucita «l’altra verità», all’efficace tormentone delle stesse domande riproposte ogni giorno al presidente della Camera? Resta però un buco nella curiosità della Repubblica e, presumo, anche dei suoi lettori. Non le interessa proprio sapere come la madre della Tulliani, di professione casalinga per tutta la vita, e non iscritta all’albo dei fornitori (che certifica obbligatoriamente l’idoneità tecnica ed economica all’esercizio di questo business) abbia ottenuto un contratto di un milione e mezzo di euro dalla Rai per fare un programma che prima la Rai faceva in casa?
A Repubblica si stanno scontrando la linea Milella con quella Mauro
Dopo che Repubblica ha rifiutato, per giorni, di fornire ai suoi lettori la notizia dell’appartamento ereditato da An e finito, non si sa come, nella disponibilità del cognato del segretario del partito, in base al convincimento che si trattasse, non di una notizia, ma di un semplice «attacco squadristico» organizzato a freddo dai giornali della scuderia Berlusconi, anche Repubblica ha dovuto rassegnarsi a raccontare la notizia.
Ma restano, nel giornale di largo Fochetti, due linee divergenti. Forse studiate opposta per coabitare. Una, diciamo così, assolutoria, della quale sono interpreti, sia pure in modo diverso, Massimo Giannini e Liana Milella.
E l’altra, emersa solo mercoledì scorso, del direttore Ezio Mauro, che invece vorrebbe che Gianfranco Fini vuotasse tutto il sacco sulla vicenda dell’appartamento in Costa Azzurra finito nella disponibilità del cognato.
Mauro, sia pure dopo aver lasciato passare altri due giorni, ha dato infatti una brusca sterzata al timone del suo giornale, dopo che il suo vice, Massimo Giannini, nel fondo di lunedì scorso, a commento delle risposte date il giorno prima da Fini sull’appartamento in Costa Azzurra, si era dichiarato pienamente soddisfatto delle risposte fornite dal presidente della Camera che, secondo Giannini, chiudevano definitivamente questa squallida imboscata berlusconiana e restituivano piena trasparenza all’azione di Fini.
La Milella invece aveva scelto, per assolvere Fini, la via del temporeggiamento, detta anche del «Campa cavallo», informando i lettori di Repubblica (che, su questo argomento, tambureggiano sempre più veementemente sul sito del giornale) di pazientare perché Fini, fra 20 giorni (!), quando cioè il cognato rientrerà dalle vacanze dove non può evidentemente essere disturbato, darà tutte le risposte che il cognato stesso dovrà fornirgli sulla vendita dell’appartamento monegasco di cui, conferma la Milella, e noi le crediamo sulla parola, Fini era totalmente all’oscuro.
Senonché Mauro, mercoledì scorso, esce dalle secche di questa palude nella quale il suo giornale si stava arenando, con un secco fondo dal titolo «Il dovere della chiarezza» nel quale dopo «aver dato atto» a Fini «di aver detto la sua verità sull’affare Montecarlo» egli deve anche «pretendere la verità da Giancarlo Tulliani, intermediario della vendita». Mauro, a questo punto, diventa ingiuntivo: «Fini chieda a Tulliani nomi e cognomi degli acquirenti e le condizioni di affitto. Questo per rispondere al sospetto, ogni giorno più pesante, che Tulliani abbia intermediato se stesso, dietro il paravento off shore».
Dal fondo di Mauro non si riesce a capire se il direttore di Repubblica vuole da Fini una risposta immediata anche perché «il sospetto» come dice lui «diventa ogni giorno più pesante». Oppure se Repubblica si accontenterà di ottenere questa risposta fra 20 giorni come suggerisce la Milella.
E se la vuole subito, la risposta, Repubblica, che ha inventato il format, sottoporrà anche Fini, finché non avrà scucita «l’altra verità», all’efficace tormentone delle stesse domande riproposte ogni giorno al presidente della Camera? Resta però un buco nella curiosità della Repubblica e, presumo, anche dei suoi lettori. Non le interessa proprio sapere come la madre della Tulliani, di professione casalinga per tutta la vita, e non iscritta all’albo dei fornitori (che certifica obbligatoriamente l’idoneità tecnica ed economica all’esercizio di questo business) abbia ottenuto un contratto di un milione e mezzo di euro dalla Rai per fare un programma che prima la Rai faceva in casa?
vendredi, août 13, 2010
jeudi, août 12, 2010
Ichino: "Il diritto di sciopero va limitato da accordi sindacali"
Ichino: "Il diritto di sciopero va limitato da accordi sindacali"
Ichino: "Il diritto di sciopero va limitato da accordi sindacali" - Repubblica.it
mercredi, août 11, 2010
dimanche, août 08, 2010
vendredi, août 06, 2010
mercredi, août 04, 2010
mardi, août 03, 2010
samedi, juillet 31, 2010
Diario di Rocco Biondi - Blog: Terroni, di Pino Aprile
Diario di Rocco Biondi - Blog: Terroni, di Pino Aprile: "– Envoyé à l'aide de la barre d'outils Google"
YouTube - Intervista a Pino Aprile, autore di "Terroni"
YouTube - Intervista a Pino Aprile, autore di "Terroni": "– Envoyé à l'aide de la barre d'outils Google"
vendredi, juillet 30, 2010
jeudi, juillet 29, 2010
mercredi, juillet 28, 2010
mardi, juillet 27, 2010
Il solare costa meno del nucleare - Corriere della Sera
Il solare costa meno del nucleare - Corriere della Sera: "– Envoyé à l'aide de la barre d'outils Google"
lundi, juillet 26, 2010
Arriva il provider dei pirati
http://www.pcprofessionale.it/2010/07/21/arriva-il-provider-dei-pirati/
dimanche, juillet 25, 2010
samedi, juillet 24, 2010
Se il giudice fugge dai giudici
Se il giudice fugge dai giudici
di Peppino Caldarola sabato 24 luglio 2010 ilriformista.it
La battaglia moralizzatrice si arresta davanti alle toghe? Spesso è andata così. Magistrati noti per la loro severità si sono rivelati indulgenti verso i propri colleghi. Questa volta sta andando anche peggio e stiamo assistendo allo spettacolo di un magistrato che per sfuggire alle sanzioni si sta comportando in modo furbesco contando sulle solidarietà di casta. È questo il caso di Alfonso Marra, il magistrato con quel maestoso riportone sul cranio salito agli onori delle cronache in queste ultime settimane.
Marra è presidente della Corte d’Appello di Milano, ma ormai è noto per il coinvolgimento nell’attività della P3, la loggetta di “vecchietti” (la definizione anagrafica è di Berlusconi) che trattava affari e promozioni. La posizione di Marra si è fatta immediatamente insostenibile. Da qui la decisione del prima commissione del Csm di convocarlo e di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio. Lunedì Marra sarebbe stato audito dai suoi colleghi e avrebbe potuto spiegare la sua posizione. Ma l’incontro non ci sarà. Il presidente della Corte d’Appello ha fatto sapere che non intende deporre davanti al Csm e non ha fornito alcuna spiegazione di questo rifiuto.
Con singolare contemporaneità si è messa in moto un’altra procedura tesa a salvarlo. Il procuratore generale di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha anche lui avviato un inchiesta su Marra senza tuttavia richiedere sanzioni con la conseguenza che l’iniziativa della Cassazione sospenderà il provvedimento ipotizzato dalla prima commissione del Csm. Un marchingegno ben studiato per consentire a Marra di sfuggire alle proprie responsabilità. L’Associazione nazionale magistrati ha protestato vivacemente contro la Cassazione ma ormai la situazione è compromessa.
La decisione di Marra è sicuramente utile ai fini della sua difesa immediata ma getta ombre sui di lui e su quanti stanno favorendo il suo tentativo di sottrarsi a una valutazione delle sue frequentazioni. In primo luogo sconcerta l’iniziativa del procuratore generale della Cassazione che ha scelto di aprire un conflitto molto serio con il Csm e ha agevolato la decisione di Marra di sottrarsi al giudizio dell’organo di autogoverno della magistratura. Colpisce anche che in tutta questa vicenda compaia il nome di Piercamillo Davigo, un tempo magistrato di punta del pool di “Mani Pulite”, spesso rappresentato come uno dei più feroci custodi della moralità pubblica, che ha scelto questa volta di difendere Marra e che non può non aver condiviso la sua fuga davanti alla prima commissione del Csm.
È ragionevole riconoscere a Marra il beneficio di innocenza che spesso i suoi colleghi di Milano non hanno riconosciuto ad altri cittadini da loro inquisiti. Tuttavia lo spettacolo di un alto magistrato che scappa davanti ai suoi giudici invece di deporre con verità e onestà è abbastanza indecoroso. Non è giusto fare di tutta erba un fascio ma se la magistratura non è in grado di affrontare la “questione morale” al proprio interno è difficile immaginare che sia in grado di svolgere il controllo di legalità. Davigo e i suoi ex colleghi del pool non hanno niente da dire?
di Peppino Caldarola sabato 24 luglio 2010 ilriformista.it
La battaglia moralizzatrice si arresta davanti alle toghe? Spesso è andata così. Magistrati noti per la loro severità si sono rivelati indulgenti verso i propri colleghi. Questa volta sta andando anche peggio e stiamo assistendo allo spettacolo di un magistrato che per sfuggire alle sanzioni si sta comportando in modo furbesco contando sulle solidarietà di casta. È questo il caso di Alfonso Marra, il magistrato con quel maestoso riportone sul cranio salito agli onori delle cronache in queste ultime settimane.
Marra è presidente della Corte d’Appello di Milano, ma ormai è noto per il coinvolgimento nell’attività della P3, la loggetta di “vecchietti” (la definizione anagrafica è di Berlusconi) che trattava affari e promozioni. La posizione di Marra si è fatta immediatamente insostenibile. Da qui la decisione del prima commissione del Csm di convocarlo e di avviare la procedura di trasferimento d’ufficio. Lunedì Marra sarebbe stato audito dai suoi colleghi e avrebbe potuto spiegare la sua posizione. Ma l’incontro non ci sarà. Il presidente della Corte d’Appello ha fatto sapere che non intende deporre davanti al Csm e non ha fornito alcuna spiegazione di questo rifiuto.
Con singolare contemporaneità si è messa in moto un’altra procedura tesa a salvarlo. Il procuratore generale di Cassazione, Vitaliano Esposito, ha anche lui avviato un inchiesta su Marra senza tuttavia richiedere sanzioni con la conseguenza che l’iniziativa della Cassazione sospenderà il provvedimento ipotizzato dalla prima commissione del Csm. Un marchingegno ben studiato per consentire a Marra di sfuggire alle proprie responsabilità. L’Associazione nazionale magistrati ha protestato vivacemente contro la Cassazione ma ormai la situazione è compromessa.
La decisione di Marra è sicuramente utile ai fini della sua difesa immediata ma getta ombre sui di lui e su quanti stanno favorendo il suo tentativo di sottrarsi a una valutazione delle sue frequentazioni. In primo luogo sconcerta l’iniziativa del procuratore generale della Cassazione che ha scelto di aprire un conflitto molto serio con il Csm e ha agevolato la decisione di Marra di sottrarsi al giudizio dell’organo di autogoverno della magistratura. Colpisce anche che in tutta questa vicenda compaia il nome di Piercamillo Davigo, un tempo magistrato di punta del pool di “Mani Pulite”, spesso rappresentato come uno dei più feroci custodi della moralità pubblica, che ha scelto questa volta di difendere Marra e che non può non aver condiviso la sua fuga davanti alla prima commissione del Csm.
È ragionevole riconoscere a Marra il beneficio di innocenza che spesso i suoi colleghi di Milano non hanno riconosciuto ad altri cittadini da loro inquisiti. Tuttavia lo spettacolo di un alto magistrato che scappa davanti ai suoi giudici invece di deporre con verità e onestà è abbastanza indecoroso. Non è giusto fare di tutta erba un fascio ma se la magistratura non è in grado di affrontare la “questione morale” al proprio interno è difficile immaginare che sia in grado di svolgere il controllo di legalità. Davigo e i suoi ex colleghi del pool non hanno niente da dire?
jeudi, juillet 22, 2010
"Io ho arrestato Riina: la politica rimase fuori i magistrati invece..."
"Io ho arrestato Riina: la politica rimase fuori i magistrati invece..."
di Redazione articolo di giovedì 22 luglio 2010 ilgiornale.it
Uno dei carabinieri di "Ultimo" racconta la storia della cattura: "Quando i pm intervennero non fu più possibile andare avanti". Poi rivela: "Certi pm oggi fanno antimafia, ma prima erano contro Falcone e Borsellino"
Il maresciallo in congedo dei carabinieri Roberto Longu ha fatto parte del Crimor-Unità militare combattente, l’Unità della 1ª Sezione del 1° Reparto del Ros nata subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nel settembre del ’92, con compiti di contrasto alla criminalità organizzata. Il gruppo, guidato da Sergio De Caprio, meglio noto come Capitano Ultimo, il 15 gennaio del 1993, a Palermo, mise a segno il colpo più grosso: l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Il maresciallo Longu nella sua lettera racconta come andò quella cattura. E spiega perché, quando intervennero i giudici, tutto finì.
Roberto Longu
Egregio direttore,
sono un maresciallo dei carabinieri in congedo, nonché appartenente a Crimor, il gruppo del capitano Ultimo che ha arrestato Totò Riina. Le scrivo perché dopo aver sentito sciocchezze tra la trattativa di Stato e la mafia, il tentativo di colpo di Stato, l’arresto di Riina, le accuse al capitano Ultimo, al generale Mori e generale Ganzer, voglio offrire il pensiero e il racconto di chi le cose le ha vissute e fatte in prima persona.
Massimo Ciancimino parla e dopo vent’anni si torna a parlare con insistenza della morte di Falcone e Borsellino, trattativa tra mafia e Stato; politici e magistrati che parlano di tentativo di colpo di Stato, servizi segreti deviati, signor Franco eccetera... La grande mano del «livello superiore», intoccabile e soprattutto introvabile, la solita storia. Infangare il Paese e chi ha veramente lavorato per il bene dell’Italia.
Ebbene, voglio raccontare in breve la storia della cattura di Totò Riina. Il nostro gruppo, Crimor, lavorava a Milano occupandosi di Cosa nostra. Tutti dicevano che a Milano la mafia non esisteva. In pochi anni, con varie indagini mettiamo in luce che a Milano la mafia esiste ed è anche ben radicata, arrestiamo e sgominiamo le famiglie Carollo e Fidanzati. Siamo un gruppo di professionisti coordinato da un grande comandante, il capitano Ultimo. Siamo anche molto amici di Falcone, e facciamo riferimento a un grande generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nostro simbolo. Il nostro motto è «lavorare per il popolo oppresso».
Il giorno della morte di Falcone ci ritroviamo nel nostro ufficio e siamo sgomenti; ci guardiamo in faccia, siamo una decina, e prendiamo una decisione che nasce spontanea. Andiamo a Palermo ad arrestare Totò Riina e smantellare la sua organizzazione. È quel giorno che nasce la fine di Riina. La mafia ha ammazzato il generale, giudici, colleghi, ora Falcone e in quel modo, ci sentivamo in dovere di fare qualcosa e mettere fine al massacro. Nessuna organizzazione segreta o chissà quale piano strategico messo in piedi con la mafia. Dieci persone che disprezzano la mafia e lavorano per il popolo oppresso decidono di catturare Salvatore Riina, l’imprendibile.
Viene data comunicazione delle nostre intenzioni al generale Mori, che a quel tempo era colonnello e vicecomandante del Ros, il quale inoltra le nostre intenzioni direttamente al Comando che accetta e ci dà il via. Di quel tempo ricordo una cosa, il terrore delle istituzioni, Totò Riina imprendibile che mette sotto scacco l’Italia, le grandi lacerazioni della magistratura palermitana, che era quasi tutta schierata contro Falcone e Borsellino che quasi venivano presi per pazzi. Oggi parlano bene, ma ieri razzolavano male, molto male.
Fui io, insieme al mio collega Ombra, a mettere per primo il piede a Palermo; facemmo le prime ricognizioni, le prime verifiche sugli obiettivi e sui personaggi. Rimasi quasi sconvolto per la mancanza di indagini, riscontri, indizi investigativi. La magistratura faceva pochissimo, le forze di polizia operavano fuori Palermo, la politica proprio non si vedeva e sentiva. Oggi mi viene da ridere quando sento tutti quei magistrati di Palermo che parlano di Antimafia. Ma dove erano allora? Cosa facevano?
Naturalmente l’indagine nasce in clandestinità, non ci fidavamo di nessuno, va avanti per circa sette mesi di grandi sacrifici, troviamo gli indizi, le tracce di Riina attraverso i Ganci e arriviamo vicino al suo rifugio, pochi giorni e avremmo trovato la casa.
Il fato ci mette la coda. In quei giorni al Nord viene arrestato Balduccio Di Maggio, che si pente e dice di essere stato l’autista di Riina sino a qualche anno prima.
Viene portato a Palermo, racconta che quando faceva da autista prendeva Riina lungo la strada, alla Rotonda di viale Michelangelo, vicino al famoso Motel Agip, senza però indicare un obiettivo preciso. Per noi quella zona era altamente strategica poiché avevamo individuato un obiettivo frequentato dal mafioso Domenico Ganci, da noi ritenuto molto vicino a Totò Riina. Mettiamo sotto osservazione un’abitazione e filmiamo chi entra e chi esce, li facciamo visionare al pentito il quale riconosce la moglie e i figli di Riina. L’indomani ci posizioniamo, esce Riina e l’arrestiamo. Questo in breve.
Il pentito è stata la nostra sfortuna più grande. In primo luogo perché ha fatto sì che l’indagine fosse conosciuta dalla magistratura, la seconda perché non è stato più possibile portarla avanti con le nostre modalità operative. Noi, per nostro modus operandi, quando trovavamo un latitante non lo arrestavamo subito, anzi lo facevamo stare libero, però lo seguivamo, gli stavamo vicino 24 ore su 24 per capire i suoi percorsi, analizzare i suoi obiettivi, verificare la struttura organizzativa, documentarla, farne prova e poi annientare l’intera struttura. Questo era in origine il nostro obiettivo con Riina. Analizzare i suoi movimenti, le dinamiche operative di Cosa nostra partendo dal vertice, studiare i loro percorsi mentali per poi annientarli e distruggerli. Questo era il nostro obiettivo finale, con il risultato immediato di catturare Riina e distruggere la cupola.
Dopo il pentito questo non fu più possibile, tutti volevano esclusivamente l’arresto di Riina. Tutti volevano dirci cosa fare, fu solo grazie alla determinazione del colonnello Mori e del capitano Ultimo che le cose andarono come sono andate, altrimenti penso che Riina l’avrebbe fatta franca anche allora.
E per fortuna che andò così, se avessimo fatto secondo i nostri propositi ci avrebbero arrestati tutti per essere mafiosi, visto com’è andata con la perquisizione, non fatta solo esclusivamente per questioni investigative e legate all’indagine.
Parla Massimo Ciancimino, si parla di trattativa mafia-Stato, papello e terzo livello. Per noi Vito Ciancimino all’interno della mafia a quel tempo non contava più niente, roba vecchia che la mafia aveva abbandonato, com’è suo costume quando una cosa non serve più. È stato ascoltato perché voleva parlare, com’è giusto che faccia un investigatore quando si presenta un criminale. Probabilmente oggi una certa magistratura, se non fosse stato ascoltato, direbbe che non fu sentito per aiutare la mafia. Politici di oggi e di ieri e magistrati che parlano di trattative tra Stato e mafia. Dovrebbero spiegare cosa facevano allora, visto che facevano parte dello Stato. Può mai un generale o un capitano trattare per lo Stato senza che questi non sappia nulla? Io penso di no.
È di questi giorni la notizia della condanna al generale Ganzer e colleghi, questo deve far riflettere e molto sullo stato della magistratura e delle forze di polizia. Deve far riflettere perché ormai è sempre più evidente l’anomalia del Codice di procedura penale, ovvero le indagini dirette e coordinate dai magistrati. È qui l’errore di fondo. Un magistrato non può gestire delle indagini, le indagini le devono gestire e fare le forze di polizia. Perché, vede, un’indagine è un processo sociale, in quanto coinvolge la gente; è un processo psicologico in quanto coinvolge le strutture mentali delle persone; è un processo sistemico dove la cosa più logica alle volte non è la più giusta per il fine superiore, che è quello del bene comune. L’indagine è compito del poliziotto che vive e opera tra la gente, che conosce la strategia, la tattica e il terreno su cui combatte.
Ma lei ha mai visto un magistrato fare un pedinamento, uscire per strada e seguire un mafioso o un presunto ladro di biciclette? Io mai. E allora come fanno a dirigere le indagini (e dirigere significa comandare) quando non hanno la benché minima conoscenza del sistema? Un vero investigatore trova i riscontri e gli indizi sul terreno attraverso osservazione e pedinamento, e solo allora chiede le intercettazioni. Perché le intercettazioni per gli investigatori sono delle vere sciagure, hanno bisogno di verifiche, controlli, molto personale levato alla strada. Un investigatore intercetta solo quando c’è quasi la certezza dei reati. Per un investigatore le intercettazioni sono di ausilio alle indagini e non lo strumento principale.
Oggi siamo al contrario, si fanno le intercettazioni, si arrestano e si mettono alla gogna i cittadini senza un riscontro oggettivo e poi vengono scarcerate e tante scuse e grazie. C’è bisogno di cambiare il Codice di procedura penale e dare la direzione delle indagini alla polizia. I miei ex colleghi mi dicono che ormai non fanno più nulla di iniziativa, hanno paura di lavorare perché un magistrato potrebbe indagarli e metterli alla gogna peggio dei criminali. Io stesso oggi, vedendo com’è andata ai miei comandanti, non so se prenderei le decisioni che ho preso in passato. Sa cosa mi dice mia figlia a proposito dei guai al generale Mori e capitano Ultimo? «Papà, Riina era da vent’anni latitante e non è successo nulla, voi lo arrestate, mettete sotto la mafia e i magistrati vi incriminano. C’è qualcosa di strano, ma non è che i magistrati si sono arrabbiati perché lo avete arrestato?».
*Maresciallo dei carabinieri in congedo - Componente del gruppo guidato dal capitano Ultimo che arrestò Totò Riina
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di Redazione articolo di giovedì 22 luglio 2010 ilgiornale.it
Uno dei carabinieri di "Ultimo" racconta la storia della cattura: "Quando i pm intervennero non fu più possibile andare avanti". Poi rivela: "Certi pm oggi fanno antimafia, ma prima erano contro Falcone e Borsellino"
Il maresciallo in congedo dei carabinieri Roberto Longu ha fatto parte del Crimor-Unità militare combattente, l’Unità della 1ª Sezione del 1° Reparto del Ros nata subito dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio, nel settembre del ’92, con compiti di contrasto alla criminalità organizzata. Il gruppo, guidato da Sergio De Caprio, meglio noto come Capitano Ultimo, il 15 gennaio del 1993, a Palermo, mise a segno il colpo più grosso: l’arresto del capo dei capi di Cosa nostra, Totò Riina. Il maresciallo Longu nella sua lettera racconta come andò quella cattura. E spiega perché, quando intervennero i giudici, tutto finì.
Roberto Longu
Egregio direttore,
sono un maresciallo dei carabinieri in congedo, nonché appartenente a Crimor, il gruppo del capitano Ultimo che ha arrestato Totò Riina. Le scrivo perché dopo aver sentito sciocchezze tra la trattativa di Stato e la mafia, il tentativo di colpo di Stato, l’arresto di Riina, le accuse al capitano Ultimo, al generale Mori e generale Ganzer, voglio offrire il pensiero e il racconto di chi le cose le ha vissute e fatte in prima persona.
Massimo Ciancimino parla e dopo vent’anni si torna a parlare con insistenza della morte di Falcone e Borsellino, trattativa tra mafia e Stato; politici e magistrati che parlano di tentativo di colpo di Stato, servizi segreti deviati, signor Franco eccetera... La grande mano del «livello superiore», intoccabile e soprattutto introvabile, la solita storia. Infangare il Paese e chi ha veramente lavorato per il bene dell’Italia.
Ebbene, voglio raccontare in breve la storia della cattura di Totò Riina. Il nostro gruppo, Crimor, lavorava a Milano occupandosi di Cosa nostra. Tutti dicevano che a Milano la mafia non esisteva. In pochi anni, con varie indagini mettiamo in luce che a Milano la mafia esiste ed è anche ben radicata, arrestiamo e sgominiamo le famiglie Carollo e Fidanzati. Siamo un gruppo di professionisti coordinato da un grande comandante, il capitano Ultimo. Siamo anche molto amici di Falcone, e facciamo riferimento a un grande generale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, il nostro simbolo. Il nostro motto è «lavorare per il popolo oppresso».
Il giorno della morte di Falcone ci ritroviamo nel nostro ufficio e siamo sgomenti; ci guardiamo in faccia, siamo una decina, e prendiamo una decisione che nasce spontanea. Andiamo a Palermo ad arrestare Totò Riina e smantellare la sua organizzazione. È quel giorno che nasce la fine di Riina. La mafia ha ammazzato il generale, giudici, colleghi, ora Falcone e in quel modo, ci sentivamo in dovere di fare qualcosa e mettere fine al massacro. Nessuna organizzazione segreta o chissà quale piano strategico messo in piedi con la mafia. Dieci persone che disprezzano la mafia e lavorano per il popolo oppresso decidono di catturare Salvatore Riina, l’imprendibile.
Viene data comunicazione delle nostre intenzioni al generale Mori, che a quel tempo era colonnello e vicecomandante del Ros, il quale inoltra le nostre intenzioni direttamente al Comando che accetta e ci dà il via. Di quel tempo ricordo una cosa, il terrore delle istituzioni, Totò Riina imprendibile che mette sotto scacco l’Italia, le grandi lacerazioni della magistratura palermitana, che era quasi tutta schierata contro Falcone e Borsellino che quasi venivano presi per pazzi. Oggi parlano bene, ma ieri razzolavano male, molto male.
Fui io, insieme al mio collega Ombra, a mettere per primo il piede a Palermo; facemmo le prime ricognizioni, le prime verifiche sugli obiettivi e sui personaggi. Rimasi quasi sconvolto per la mancanza di indagini, riscontri, indizi investigativi. La magistratura faceva pochissimo, le forze di polizia operavano fuori Palermo, la politica proprio non si vedeva e sentiva. Oggi mi viene da ridere quando sento tutti quei magistrati di Palermo che parlano di Antimafia. Ma dove erano allora? Cosa facevano?
Naturalmente l’indagine nasce in clandestinità, non ci fidavamo di nessuno, va avanti per circa sette mesi di grandi sacrifici, troviamo gli indizi, le tracce di Riina attraverso i Ganci e arriviamo vicino al suo rifugio, pochi giorni e avremmo trovato la casa.
Il fato ci mette la coda. In quei giorni al Nord viene arrestato Balduccio Di Maggio, che si pente e dice di essere stato l’autista di Riina sino a qualche anno prima.
Viene portato a Palermo, racconta che quando faceva da autista prendeva Riina lungo la strada, alla Rotonda di viale Michelangelo, vicino al famoso Motel Agip, senza però indicare un obiettivo preciso. Per noi quella zona era altamente strategica poiché avevamo individuato un obiettivo frequentato dal mafioso Domenico Ganci, da noi ritenuto molto vicino a Totò Riina. Mettiamo sotto osservazione un’abitazione e filmiamo chi entra e chi esce, li facciamo visionare al pentito il quale riconosce la moglie e i figli di Riina. L’indomani ci posizioniamo, esce Riina e l’arrestiamo. Questo in breve.
Il pentito è stata la nostra sfortuna più grande. In primo luogo perché ha fatto sì che l’indagine fosse conosciuta dalla magistratura, la seconda perché non è stato più possibile portarla avanti con le nostre modalità operative. Noi, per nostro modus operandi, quando trovavamo un latitante non lo arrestavamo subito, anzi lo facevamo stare libero, però lo seguivamo, gli stavamo vicino 24 ore su 24 per capire i suoi percorsi, analizzare i suoi obiettivi, verificare la struttura organizzativa, documentarla, farne prova e poi annientare l’intera struttura. Questo era in origine il nostro obiettivo con Riina. Analizzare i suoi movimenti, le dinamiche operative di Cosa nostra partendo dal vertice, studiare i loro percorsi mentali per poi annientarli e distruggerli. Questo era il nostro obiettivo finale, con il risultato immediato di catturare Riina e distruggere la cupola.
Dopo il pentito questo non fu più possibile, tutti volevano esclusivamente l’arresto di Riina. Tutti volevano dirci cosa fare, fu solo grazie alla determinazione del colonnello Mori e del capitano Ultimo che le cose andarono come sono andate, altrimenti penso che Riina l’avrebbe fatta franca anche allora.
E per fortuna che andò così, se avessimo fatto secondo i nostri propositi ci avrebbero arrestati tutti per essere mafiosi, visto com’è andata con la perquisizione, non fatta solo esclusivamente per questioni investigative e legate all’indagine.
Parla Massimo Ciancimino, si parla di trattativa mafia-Stato, papello e terzo livello. Per noi Vito Ciancimino all’interno della mafia a quel tempo non contava più niente, roba vecchia che la mafia aveva abbandonato, com’è suo costume quando una cosa non serve più. È stato ascoltato perché voleva parlare, com’è giusto che faccia un investigatore quando si presenta un criminale. Probabilmente oggi una certa magistratura, se non fosse stato ascoltato, direbbe che non fu sentito per aiutare la mafia. Politici di oggi e di ieri e magistrati che parlano di trattative tra Stato e mafia. Dovrebbero spiegare cosa facevano allora, visto che facevano parte dello Stato. Può mai un generale o un capitano trattare per lo Stato senza che questi non sappia nulla? Io penso di no.
È di questi giorni la notizia della condanna al generale Ganzer e colleghi, questo deve far riflettere e molto sullo stato della magistratura e delle forze di polizia. Deve far riflettere perché ormai è sempre più evidente l’anomalia del Codice di procedura penale, ovvero le indagini dirette e coordinate dai magistrati. È qui l’errore di fondo. Un magistrato non può gestire delle indagini, le indagini le devono gestire e fare le forze di polizia. Perché, vede, un’indagine è un processo sociale, in quanto coinvolge la gente; è un processo psicologico in quanto coinvolge le strutture mentali delle persone; è un processo sistemico dove la cosa più logica alle volte non è la più giusta per il fine superiore, che è quello del bene comune. L’indagine è compito del poliziotto che vive e opera tra la gente, che conosce la strategia, la tattica e il terreno su cui combatte.
Ma lei ha mai visto un magistrato fare un pedinamento, uscire per strada e seguire un mafioso o un presunto ladro di biciclette? Io mai. E allora come fanno a dirigere le indagini (e dirigere significa comandare) quando non hanno la benché minima conoscenza del sistema? Un vero investigatore trova i riscontri e gli indizi sul terreno attraverso osservazione e pedinamento, e solo allora chiede le intercettazioni. Perché le intercettazioni per gli investigatori sono delle vere sciagure, hanno bisogno di verifiche, controlli, molto personale levato alla strada. Un investigatore intercetta solo quando c’è quasi la certezza dei reati. Per un investigatore le intercettazioni sono di ausilio alle indagini e non lo strumento principale.
Oggi siamo al contrario, si fanno le intercettazioni, si arrestano e si mettono alla gogna i cittadini senza un riscontro oggettivo e poi vengono scarcerate e tante scuse e grazie. C’è bisogno di cambiare il Codice di procedura penale e dare la direzione delle indagini alla polizia. I miei ex colleghi mi dicono che ormai non fanno più nulla di iniziativa, hanno paura di lavorare perché un magistrato potrebbe indagarli e metterli alla gogna peggio dei criminali. Io stesso oggi, vedendo com’è andata ai miei comandanti, non so se prenderei le decisioni che ho preso in passato. Sa cosa mi dice mia figlia a proposito dei guai al generale Mori e capitano Ultimo? «Papà, Riina era da vent’anni latitante e non è successo nulla, voi lo arrestate, mettete sotto la mafia e i magistrati vi incriminano. C’è qualcosa di strano, ma non è che i magistrati si sono arrabbiati perché lo avete arrestato?».
*Maresciallo dei carabinieri in congedo - Componente del gruppo guidato dal capitano Ultimo che arrestò Totò Riina
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mardi, juillet 20, 2010
Nichi confonde eroi e morti
Italiaoggi.it 20100720 PRIMO PIANO Di Piero Laporta prlprt@gmail.com
Carlo Giuliani, eroe come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». Nichi Vendola usa tre morti per sparigliare, non solo a sinistra. Comparare chi assalì i carabinieri a due magistrati che con i carabinieri condivisero i rischi dà la misura della faccia tosta di quanti prima degli attentati isolarono Falcone e Borsellino, rei di non essere né comunisti né coopmunisti. Le stesse forze politiche non si accontentano dell'appropriazione indebita dei cadaveri massacrati, dalle calunnie prima che dal tritolo. Oggi, infatti, accostandoli a uno come Giuliani, equiparano i carabinieri che uccisero Giuliani alla mafia che uccise Falcone e Borsellino. In tal modo, Carlo Giuliani e la fazione politica lo santifica entrano nel salotto buono della classe legittimata a governare: l'obiettivo di Vendola.
Il medesimo obiettivo ebbe l'allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti, quando dedicò una sala del parlamento, cuore della Repubblica, al violento da strada Carlo Giuliani, accostando la furia eversiva della piazza alla forza legittima dell'Arma.
L'opposizione, oggi al governo, lasciò fare invece di sollevarsi. Nichi Vendola oggi approfondisce il solco tracciato da Bertinotti e ha buon gioco con una maggioranza incapace di comprendere che certe battaglie sono inevitabili, perché se non le combatti è come se le avessi perdute, ieri come oggi. Basta con i piagnistei contro Fini, contro la stampa e la tivvù. La politica è scontro; la politica è, come in questi casi, infamia; la politica per troppi è eversione. Chi non sa fronteggiare questo, faccia altro. Vendola s'è messo fuori dalla Costituzione e dalla parte della violenza. Si alzi in piedi il governo e difenda, se ha le palle per farlo, la dignità dell'Arma, la propria e quella del paese. Altrimenti si faccia da parte e lasci la poltrona a Vendola.
Carlo Giuliani, eroe come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino». Nichi Vendola usa tre morti per sparigliare, non solo a sinistra. Comparare chi assalì i carabinieri a due magistrati che con i carabinieri condivisero i rischi dà la misura della faccia tosta di quanti prima degli attentati isolarono Falcone e Borsellino, rei di non essere né comunisti né coopmunisti. Le stesse forze politiche non si accontentano dell'appropriazione indebita dei cadaveri massacrati, dalle calunnie prima che dal tritolo. Oggi, infatti, accostandoli a uno come Giuliani, equiparano i carabinieri che uccisero Giuliani alla mafia che uccise Falcone e Borsellino. In tal modo, Carlo Giuliani e la fazione politica lo santifica entrano nel salotto buono della classe legittimata a governare: l'obiettivo di Vendola.
Il medesimo obiettivo ebbe l'allora presidente della Camera, Fausto Bertinotti, quando dedicò una sala del parlamento, cuore della Repubblica, al violento da strada Carlo Giuliani, accostando la furia eversiva della piazza alla forza legittima dell'Arma.
L'opposizione, oggi al governo, lasciò fare invece di sollevarsi. Nichi Vendola oggi approfondisce il solco tracciato da Bertinotti e ha buon gioco con una maggioranza incapace di comprendere che certe battaglie sono inevitabili, perché se non le combatti è come se le avessi perdute, ieri come oggi. Basta con i piagnistei contro Fini, contro la stampa e la tivvù. La politica è scontro; la politica è, come in questi casi, infamia; la politica per troppi è eversione. Chi non sa fronteggiare questo, faccia altro. Vendola s'è messo fuori dalla Costituzione e dalla parte della violenza. Si alzi in piedi il governo e difenda, se ha le palle per farlo, la dignità dell'Arma, la propria e quella del paese. Altrimenti si faccia da parte e lasci la poltrona a Vendola.
lundi, juillet 19, 2010
Il giudice va a cena da solo
Il giudice va a cena da solo
di CARLO FEDERICO GROSSO 16/7/2010 - lastampa.it
Ricordo che mio padre mi diceva che ai suoi tempi era regola indiscussa che il magistrato non dovesse essere «commensale abituale» di coloro nei confronti dei quali amministrava la giustizia.
Non doveva, cioè, coltivare relazioni sociali, avere rapporti di interesse, anche soltanto ostentare amicizie nella città dove aveva l’ufficio. Lo imponeva una regola elementare di prudenza. Poiché egli doveva non soltanto essere, ma ancor prima apparire imparziale, la sua immagine sarebbe stata inevitabilmente intaccata se egli fosse stato visto sedere abitualmente al tavolo degli stessi commensali, frequentare circoli, salotti, cene o cenacoli.
Altra regola sentita era che il magistrato doveva esprimersi esclusivamente con gli atti processuali e le sentenze: non doveva esibirsi, rilasciare interviste, parlare dei suoi processi fuori dalle sedi processuali, cercare a tutti i costi la vetrina. La sua attività doveva essere improntata a grandissima riservatezza. Ogni eccesso avrebbe infatti potuto intorbidire un’immagine che doveva apparire, invece, manifestazione di equilibrato esercizio delle funzioni.
Ulteriore regola di prudenza era che mai il magistrato avrebbe dovuto utilizzare la notorietà comunque acquisita con i suoi processi per tentare la strada di carriere parallele: nella politica, nei ministeri, negli uffici studi dei partiti od in qualunque altro luogo che gli consentisse di avere rapporti ravvicinati con il potere politico. La stessa possibilità d’intraprendere una carriera parallela avrebbe potuto costituire, infatti, motivo di esercizio turbato della sua attività giudiziaria, improntata al perseguimento d’inconfessabili ragioni d’interesse personale piuttosto che al perseguimento dell’interesse di giustizia.
Può darsi che quest’idea di magistrato avulso da ogni profilo di promozione sociale, estraneo ad ogni gioco di potere o d’interessi, lontano dalle ribalte, di magistrato stretto in una carriera necessariamente separata da tutte le altre carriere, fosse un’idea impraticabile, antica, fuori dal tempo. Osservare, e fare rigorosamente osservare, sempre, quantomeno alcune regole di rigore e di prudenza nelle frequentazioni degli appartenenti all’ordine giudiziario, nelle loro esternazioni, nei loro coinvolgimenti politici, nelle loro manifestazioni pubbliche e private, sarebbe tuttavia stato, probabilmente, utile e sacrosanto.
Lo dimostrano le sconcertanti vicende che la cronaca giudiziaria di questi giorni ha portato sulle prime pagine dei giornali e che stanno coinvolgendo taluni magistrati di rilievo. Esse, si badi, non costituiscono d’altronde un caso isolato. Si inseriscono in una sequenza di episodi che, sia pure interessando settori circoscritti della magistratura, hanno ripetutamente connotato le dinamiche del mondo giudiziario. È significativo, ad esempio, che alcuni dei magistrati che sono oggi al centro dell’attenzione mediatica perché coinvolti nell’ultimo scandalo, siano già stati, anni fa, oggetto d’inchiesta da parte del Csm e scagionati, non so se a ragione o a causa del gioco perverso delle trasversalità correntizie. Segno, comunque, che il sistema di controllo interno della magistratura non ha funzionato.
Che dire, d’altronde, della circostanza che fra i soggetti dei quali oggi si mormora vi siano addirittura Primi Presidenti, componenti del Csm, ex Presidenti della Corte Costituzionale? A poco conta che, come sembra, essi non abbiano accolto le richieste d’interferenza che sono state loro rivolte; è già sufficiente, a preoccupare, che tali soggetti abbiano potuto essere anche soltanto avvicinati.
Ciò che è stato, comunque, è stato. Sarebbe importante, ora, che le vicende emerse, e che rivelano l’esistenza di una questione morale interna alla magistratura oltre che al Paese nel suo insieme, forniscano l’occasione per il rinnovamento quantomeno di alcune regole. Mi limito ad accennare ad alcuni temi sui quali occorrerebbe cominciare a ragionare.
Primo. Attenzione al problema dei rapporti fra appartenenti all’ordine giudiziario e società. Non basta, si badi, vietare ai magistrati la frequentazione di ambienti quali quello degli affari, dei partiti, dei cenacoli e delle società segrete. Bisognerebbe, forse, decidere finalmente che il magistrato faccia, e soltanto, il magistrato, e non possa più essere distaccato in un ministero, in un ufficio politico, in un ufficio studi.
Secondo. Massimo rigore nel vietare le esternazioni improprie, le apparizioni televisive e le interviste sui processi in corso, comunque l’autopromozione mediatica.
Terzo. Divieto che un magistrato possa transitare senza scosse dalla magistratura all’attività politica. Se vuole farlo, si dimetta dalla magistratura ed affronti la nuova carriera libero da ogni condizionamento pregresso e futuro.
Quarto. Una riforma dei criteri di selezione dei componenti togati del Csm, per evitare finalmente che le trasversalità correntizie incidano sulla selezione dei dirigenti degli uffici, sulle decisioni disciplinari, su quant’altro potrebbe essere deviato dall’esistenza di rapporti impropri.
È difficile dire chi potrà, oggi, impostare riforme di questo tipo (le riforme di cui sta discutendo il mondo politico sono, al momento, di tutt’altro segno). Potrebbe, forse, essere la stessa magistratura organizzata a farsi carico, in un sussulto d’orgoglio, dei suoi problemi, nel tentativo di un’autoriforma salvifica dei principi di rigore, d’indipendenza e di onestà ai quali dovrebbe ispirarsi, sempre, l’attività dei magistrati.
di CARLO FEDERICO GROSSO 16/7/2010 - lastampa.it
Ricordo che mio padre mi diceva che ai suoi tempi era regola indiscussa che il magistrato non dovesse essere «commensale abituale» di coloro nei confronti dei quali amministrava la giustizia.
Non doveva, cioè, coltivare relazioni sociali, avere rapporti di interesse, anche soltanto ostentare amicizie nella città dove aveva l’ufficio. Lo imponeva una regola elementare di prudenza. Poiché egli doveva non soltanto essere, ma ancor prima apparire imparziale, la sua immagine sarebbe stata inevitabilmente intaccata se egli fosse stato visto sedere abitualmente al tavolo degli stessi commensali, frequentare circoli, salotti, cene o cenacoli.
Altra regola sentita era che il magistrato doveva esprimersi esclusivamente con gli atti processuali e le sentenze: non doveva esibirsi, rilasciare interviste, parlare dei suoi processi fuori dalle sedi processuali, cercare a tutti i costi la vetrina. La sua attività doveva essere improntata a grandissima riservatezza. Ogni eccesso avrebbe infatti potuto intorbidire un’immagine che doveva apparire, invece, manifestazione di equilibrato esercizio delle funzioni.
Ulteriore regola di prudenza era che mai il magistrato avrebbe dovuto utilizzare la notorietà comunque acquisita con i suoi processi per tentare la strada di carriere parallele: nella politica, nei ministeri, negli uffici studi dei partiti od in qualunque altro luogo che gli consentisse di avere rapporti ravvicinati con il potere politico. La stessa possibilità d’intraprendere una carriera parallela avrebbe potuto costituire, infatti, motivo di esercizio turbato della sua attività giudiziaria, improntata al perseguimento d’inconfessabili ragioni d’interesse personale piuttosto che al perseguimento dell’interesse di giustizia.
Può darsi che quest’idea di magistrato avulso da ogni profilo di promozione sociale, estraneo ad ogni gioco di potere o d’interessi, lontano dalle ribalte, di magistrato stretto in una carriera necessariamente separata da tutte le altre carriere, fosse un’idea impraticabile, antica, fuori dal tempo. Osservare, e fare rigorosamente osservare, sempre, quantomeno alcune regole di rigore e di prudenza nelle frequentazioni degli appartenenti all’ordine giudiziario, nelle loro esternazioni, nei loro coinvolgimenti politici, nelle loro manifestazioni pubbliche e private, sarebbe tuttavia stato, probabilmente, utile e sacrosanto.
Lo dimostrano le sconcertanti vicende che la cronaca giudiziaria di questi giorni ha portato sulle prime pagine dei giornali e che stanno coinvolgendo taluni magistrati di rilievo. Esse, si badi, non costituiscono d’altronde un caso isolato. Si inseriscono in una sequenza di episodi che, sia pure interessando settori circoscritti della magistratura, hanno ripetutamente connotato le dinamiche del mondo giudiziario. È significativo, ad esempio, che alcuni dei magistrati che sono oggi al centro dell’attenzione mediatica perché coinvolti nell’ultimo scandalo, siano già stati, anni fa, oggetto d’inchiesta da parte del Csm e scagionati, non so se a ragione o a causa del gioco perverso delle trasversalità correntizie. Segno, comunque, che il sistema di controllo interno della magistratura non ha funzionato.
Che dire, d’altronde, della circostanza che fra i soggetti dei quali oggi si mormora vi siano addirittura Primi Presidenti, componenti del Csm, ex Presidenti della Corte Costituzionale? A poco conta che, come sembra, essi non abbiano accolto le richieste d’interferenza che sono state loro rivolte; è già sufficiente, a preoccupare, che tali soggetti abbiano potuto essere anche soltanto avvicinati.
Ciò che è stato, comunque, è stato. Sarebbe importante, ora, che le vicende emerse, e che rivelano l’esistenza di una questione morale interna alla magistratura oltre che al Paese nel suo insieme, forniscano l’occasione per il rinnovamento quantomeno di alcune regole. Mi limito ad accennare ad alcuni temi sui quali occorrerebbe cominciare a ragionare.
Primo. Attenzione al problema dei rapporti fra appartenenti all’ordine giudiziario e società. Non basta, si badi, vietare ai magistrati la frequentazione di ambienti quali quello degli affari, dei partiti, dei cenacoli e delle società segrete. Bisognerebbe, forse, decidere finalmente che il magistrato faccia, e soltanto, il magistrato, e non possa più essere distaccato in un ministero, in un ufficio politico, in un ufficio studi.
Secondo. Massimo rigore nel vietare le esternazioni improprie, le apparizioni televisive e le interviste sui processi in corso, comunque l’autopromozione mediatica.
Terzo. Divieto che un magistrato possa transitare senza scosse dalla magistratura all’attività politica. Se vuole farlo, si dimetta dalla magistratura ed affronti la nuova carriera libero da ogni condizionamento pregresso e futuro.
Quarto. Una riforma dei criteri di selezione dei componenti togati del Csm, per evitare finalmente che le trasversalità correntizie incidano sulla selezione dei dirigenti degli uffici, sulle decisioni disciplinari, su quant’altro potrebbe essere deviato dall’esistenza di rapporti impropri.
È difficile dire chi potrà, oggi, impostare riforme di questo tipo (le riforme di cui sta discutendo il mondo politico sono, al momento, di tutt’altro segno). Potrebbe, forse, essere la stessa magistratura organizzata a farsi carico, in un sussulto d’orgoglio, dei suoi problemi, nel tentativo di un’autoriforma salvifica dei principi di rigore, d’indipendenza e di onestà ai quali dovrebbe ispirarsi, sempre, l’attività dei magistrati.
dimanche, juillet 18, 2010
Il tacco 5 cambia il polpaccio e crea «dipendenza»
La ricerca La Manchester Metropolitan University spiega i dolori provati dalle donne che «scendono» d' estate dalle scarpe alte
Il tacco 5 cambia il polpaccio e crea «dipendenza»
Elasticità La perdita di elasticità del muscolo sarebbe all' origine del fastidio
MILANO - La riprova si ha con l' estate: chi non rinuncia al tacco 5 in città, si ritrova in vacanza con infradito e ballerine ai piedi e un fastidioso dolore ai polpacci. Che la "dipendenza da tacco 5" possa creare problemi di salute lo sapevano già le segretarie degli anni Cinquanta e lo sapeva pure il dottor Marco Narici della Manchester Metropolitan University che però si è chiesto: la scarpa alta modifica i muscoli del polpaccio tanto da giustificare il dolore? E come? Del resto i medici sanno bene che, quando si tiene una gamba o un braccio in una certa posizione per un pò di tempo, i muscoli si accorciano. Per rispondere alla domanda, Narici ha approfittato della visita, nel suo laboratorio, di un collega austriaco, Robert Csapo, esperto di ultrasuoni e risonanze magnetiche. E ha messo un annuncio sul Manchester Evening News per reclutare signore, portatrici abituali (almeno da due anni), e non, di tacco 5, disposte a sacrificare qualche ora di tempo per la ricerca. All' avviso hanno risposto un' ottantina di persone, fra i 20 e i 50 anni, e alcune hanno accettato di sottoporsi sia a una risonanza che a un' ecografia con ultrasuoni. Il primo esame non ha mostrato accorciamenti del muscolo, ma il secondo ha mostrato una riduzione del 13 per cento della lunghezza delle fibre nelle donne abituate ai tacchi alti. Non solo: queste ultime mostravano anche un tendine di Achille più sottile e rigido, capace così di compensare una minore capacità contrattile delle fibre e di facilitare la camminata. La perdita di elasticità del tendine, però, ha come effetto collaterale il fastidio che si prova quando si passa alla scarpa bassa. Un rimedio comunque c' è, dicono gli esperti che hanno pubblicato le loro osservazioni sul Journal of Experimental Biology: basta eseguire qualche esercizio di stretching per i muscoli, quando alla sera si tolgono le amate calzature. Meglio ancora sarebbe alternare, nella vita quotidiana, diversi tipi di scarpe. Abdicare del tutto al fascino della moda, infatti, è quasi impossibile, soprattutto quando a reclamizzare l' ultimo modello di - si fa per dire - Jimmy Choo, c' è di mezzo qualche «celebrity». Il loro richiamo altera, infatti, il cervello delle donne e riesce a condizionare gli acquisti anche a distanza di tempo. Un gruppo di ricercatori olandesi dell' Erasmus University ha "fotografato", con la risonanza magnetica, la corteccia cerebrale di 24 signore, mentre osservavano fotografie sia di personalità famose sia di donne attraenti, ma sconosciute, che sfoggiavano vari modelli di scarpe. Nel primo caso, ma non nel secondo, hanno visto "accendersi" una parte della corteccia frontale: in altre parole, il legame celebrità-prodotto viene memorizzato in un' area legata a sensazioni affettive e questo legame può essere facilmente richiamato alla mente, accompagnato da un senso di soddisfazione. Ciò non vuol dire che basta guardare la pubblicità per correre subito in un negozio, ma i ricercatori pensano che possa condizionare gli acquisti a distanza di tempo. Non a caso hanno pubblicato la ricerca sul Journal of Economic Psychology, che leggono anche gli esperti di marketing. Seguire la moda può essere particolarmente dannoso per le donne in gravidanza che spesso soffrono di problemi ai piedi, dovuti alle variazioni ormonali e all' aumento di peso. Nonostante questo, si ostinano, secondo un' indagine condotta in Gran Bretagna, a indossare ballerine, infradito e tacchi a spillo, quando sarebbero indicate, secondo i podologi, calzature con supporti speciali e a suola larga. Adriana Bazzi abazzi@corriere.it **** Il disagio Il muscolo Nel passaggio dal tacco alto alla scarpa bassa si rischia la perdita di elasticità del tendine con dolori al polpaccio Il test Nelle donne abituate al tacco le fibre muscolari sono accorciate Rimedi Alternare tacco alto e basso
Bazzi Adriana
Pagina 24
(17 luglio 2010) - Corriere della Sera
Il tacco 5 cambia il polpaccio e crea «dipendenza»
Elasticità La perdita di elasticità del muscolo sarebbe all' origine del fastidio
MILANO - La riprova si ha con l' estate: chi non rinuncia al tacco 5 in città, si ritrova in vacanza con infradito e ballerine ai piedi e un fastidioso dolore ai polpacci. Che la "dipendenza da tacco 5" possa creare problemi di salute lo sapevano già le segretarie degli anni Cinquanta e lo sapeva pure il dottor Marco Narici della Manchester Metropolitan University che però si è chiesto: la scarpa alta modifica i muscoli del polpaccio tanto da giustificare il dolore? E come? Del resto i medici sanno bene che, quando si tiene una gamba o un braccio in una certa posizione per un pò di tempo, i muscoli si accorciano. Per rispondere alla domanda, Narici ha approfittato della visita, nel suo laboratorio, di un collega austriaco, Robert Csapo, esperto di ultrasuoni e risonanze magnetiche. E ha messo un annuncio sul Manchester Evening News per reclutare signore, portatrici abituali (almeno da due anni), e non, di tacco 5, disposte a sacrificare qualche ora di tempo per la ricerca. All' avviso hanno risposto un' ottantina di persone, fra i 20 e i 50 anni, e alcune hanno accettato di sottoporsi sia a una risonanza che a un' ecografia con ultrasuoni. Il primo esame non ha mostrato accorciamenti del muscolo, ma il secondo ha mostrato una riduzione del 13 per cento della lunghezza delle fibre nelle donne abituate ai tacchi alti. Non solo: queste ultime mostravano anche un tendine di Achille più sottile e rigido, capace così di compensare una minore capacità contrattile delle fibre e di facilitare la camminata. La perdita di elasticità del tendine, però, ha come effetto collaterale il fastidio che si prova quando si passa alla scarpa bassa. Un rimedio comunque c' è, dicono gli esperti che hanno pubblicato le loro osservazioni sul Journal of Experimental Biology: basta eseguire qualche esercizio di stretching per i muscoli, quando alla sera si tolgono le amate calzature. Meglio ancora sarebbe alternare, nella vita quotidiana, diversi tipi di scarpe. Abdicare del tutto al fascino della moda, infatti, è quasi impossibile, soprattutto quando a reclamizzare l' ultimo modello di - si fa per dire - Jimmy Choo, c' è di mezzo qualche «celebrity». Il loro richiamo altera, infatti, il cervello delle donne e riesce a condizionare gli acquisti anche a distanza di tempo. Un gruppo di ricercatori olandesi dell' Erasmus University ha "fotografato", con la risonanza magnetica, la corteccia cerebrale di 24 signore, mentre osservavano fotografie sia di personalità famose sia di donne attraenti, ma sconosciute, che sfoggiavano vari modelli di scarpe. Nel primo caso, ma non nel secondo, hanno visto "accendersi" una parte della corteccia frontale: in altre parole, il legame celebrità-prodotto viene memorizzato in un' area legata a sensazioni affettive e questo legame può essere facilmente richiamato alla mente, accompagnato da un senso di soddisfazione. Ciò non vuol dire che basta guardare la pubblicità per correre subito in un negozio, ma i ricercatori pensano che possa condizionare gli acquisti a distanza di tempo. Non a caso hanno pubblicato la ricerca sul Journal of Economic Psychology, che leggono anche gli esperti di marketing. Seguire la moda può essere particolarmente dannoso per le donne in gravidanza che spesso soffrono di problemi ai piedi, dovuti alle variazioni ormonali e all' aumento di peso. Nonostante questo, si ostinano, secondo un' indagine condotta in Gran Bretagna, a indossare ballerine, infradito e tacchi a spillo, quando sarebbero indicate, secondo i podologi, calzature con supporti speciali e a suola larga. Adriana Bazzi abazzi@corriere.it **** Il disagio Il muscolo Nel passaggio dal tacco alto alla scarpa bassa si rischia la perdita di elasticità del tendine con dolori al polpaccio Il test Nelle donne abituate al tacco le fibre muscolari sono accorciate Rimedi Alternare tacco alto e basso
Bazzi Adriana
Pagina 24
(17 luglio 2010) - Corriere della Sera
samedi, juillet 17, 2010
vendredi, juillet 16, 2010
mardi, juillet 13, 2010
lundi, juillet 12, 2010
jeudi, juillet 01, 2010
Pékin fait son nid en Grèce
Pékin fait son nid en Grèce
http://bruxelles.blogs.liberation.fr/coulisses/2010/06/p%C3%A9kin-fait-son-nid-en-gr%C3%A8ce.html
La Chine, au secours de la Grèce ? En quelques mois, Pékin est devenu le troisième partenaire commercial de la Grèce, devant la France et derrière l’Allemagne et l’Italie, alors qu’en 2006, elle n’occupait que la huitième place. Surtout, elle y multiplie les investissements stratégique, manifestement attirée par un pays que les marchés financiers ont mis à genoux. La Grèce est désormais prête à vendre ses bijoux de famille au plus offrant, comme en témoigne le gigantesque programme de privatisation annoncé le 2 juin, et elle sait que l’investissement étranger est le seul moyen de sortir rapidement de la récession.
La principale cible de la Chine? Les ports grecs. En novembre 2008, Cosco Pacific, la filiale de gestion portuaire du groupe chinois, a décroché la concession pour 35 ans de deux terminaux de conteneurs du port d’Athènes, Le Pirée, et l’autorisation d’en construire un troisième, pour un investissement total de 4,35 milliards d’euros. Il ne s’agit que d’un premier pas : « les Chinois cherchent une porte d’entrée en Europe du Sud-est », explique un diplomate européen. « Leurs bateaux sont énormes et ne peuvent pas entrer dans la plupart des ports européens. Ils veulent donc créer un “hub” au Pirée afin de redistribuer leurs marchandises en Europe. Cela va aussi développer l’activité de location de bateaux en Grèce ». Il ne s’agit là que d’une simple mise en bouche. Tous les ports grecs suscitent l’appétit chinois que ce soit le port de Thessalonique, qui assure plus de la moitié des exportations du pays, mais aussi celui de Volos (Pélion) et d’Alexandropouli, terminus de l’oléoduc en projet qui arrivera de Bulgarie… Pékin veut aussi faire main basse sur une partie de la chaine de transport, chemins de fer (OSE), dont la privatisation à hauteur de 49 % est en cours, et transport routier, dont la libéralisation est annoncée, afin d’assurer la circulation de leurs marchandises. La Chine a aussi mis un pied dans la téléphonie grecque, la télévision, la construction (avec un projet d’un complexe hôtelier au Pirée qui en est dramatiquement dépourvu) et même… l’exportation d’huile d’olive.
Les Grecs sont évidemment ravis de cet intérêt et ils souhaitent que la Chine s’engage davantage. Louka Katselli, la ministre de l’Économie, s’est ainsi rendue à Shanghai la semaine dernière pour inaugurer le pavillon grec de l’exposition universelle et proposer d’organiser un salon avec les régions chinoises. Les Grecs espèrent attirer les touristes chinois, le secteur du tourisme enregistrant cette année une chute de fréquentation de 15 à 20 % : « imaginez qu’ils nous envoient deux millions de touristes », se prend à rêver un investisseur grec…Les Grecs ne sont pas particulièrement préoccupés par cette déferlante. « Ils n’ont pas peur de la Chine. Ce sont deux vieilles civilisations qui se renvoient une image positive de leur histoire, bien éloignée de celle que les médias occidentaux donnent actuellement du pays », analyse un diplomate européen. « Ils sont très ouverts à l’international, ils n’ont pas le même rapport au territoire qu’en France ». On imagine, effectivement, les réactions françaises à la déclaration du PDG de Cosco, Wei Jiafu, lors de son séjour à Athènes, en mai dernier : « En Chine, on a un proverbe qui dit : “construisez le nid de l’aigle et l’aigle viendra”. Nous allons construire un nid dans votre pays pour attirer des aigles chinois
http://bruxelles.blogs.liberation.fr/coulisses/2010/06/p%C3%A9kin-fait-son-nid-en-gr%C3%A8ce.html
La Chine, au secours de la Grèce ? En quelques mois, Pékin est devenu le troisième partenaire commercial de la Grèce, devant la France et derrière l’Allemagne et l’Italie, alors qu’en 2006, elle n’occupait que la huitième place. Surtout, elle y multiplie les investissements stratégique, manifestement attirée par un pays que les marchés financiers ont mis à genoux. La Grèce est désormais prête à vendre ses bijoux de famille au plus offrant, comme en témoigne le gigantesque programme de privatisation annoncé le 2 juin, et elle sait que l’investissement étranger est le seul moyen de sortir rapidement de la récession.
La principale cible de la Chine? Les ports grecs. En novembre 2008, Cosco Pacific, la filiale de gestion portuaire du groupe chinois, a décroché la concession pour 35 ans de deux terminaux de conteneurs du port d’Athènes, Le Pirée, et l’autorisation d’en construire un troisième, pour un investissement total de 4,35 milliards d’euros. Il ne s’agit que d’un premier pas : « les Chinois cherchent une porte d’entrée en Europe du Sud-est », explique un diplomate européen. « Leurs bateaux sont énormes et ne peuvent pas entrer dans la plupart des ports européens. Ils veulent donc créer un “hub” au Pirée afin de redistribuer leurs marchandises en Europe. Cela va aussi développer l’activité de location de bateaux en Grèce ». Il ne s’agit là que d’une simple mise en bouche. Tous les ports grecs suscitent l’appétit chinois que ce soit le port de Thessalonique, qui assure plus de la moitié des exportations du pays, mais aussi celui de Volos (Pélion) et d’Alexandropouli, terminus de l’oléoduc en projet qui arrivera de Bulgarie… Pékin veut aussi faire main basse sur une partie de la chaine de transport, chemins de fer (OSE), dont la privatisation à hauteur de 49 % est en cours, et transport routier, dont la libéralisation est annoncée, afin d’assurer la circulation de leurs marchandises. La Chine a aussi mis un pied dans la téléphonie grecque, la télévision, la construction (avec un projet d’un complexe hôtelier au Pirée qui en est dramatiquement dépourvu) et même… l’exportation d’huile d’olive.
Les Grecs sont évidemment ravis de cet intérêt et ils souhaitent que la Chine s’engage davantage. Louka Katselli, la ministre de l’Économie, s’est ainsi rendue à Shanghai la semaine dernière pour inaugurer le pavillon grec de l’exposition universelle et proposer d’organiser un salon avec les régions chinoises. Les Grecs espèrent attirer les touristes chinois, le secteur du tourisme enregistrant cette année une chute de fréquentation de 15 à 20 % : « imaginez qu’ils nous envoient deux millions de touristes », se prend à rêver un investisseur grec…Les Grecs ne sont pas particulièrement préoccupés par cette déferlante. « Ils n’ont pas peur de la Chine. Ce sont deux vieilles civilisations qui se renvoient une image positive de leur histoire, bien éloignée de celle que les médias occidentaux donnent actuellement du pays », analyse un diplomate européen. « Ils sont très ouverts à l’international, ils n’ont pas le même rapport au territoire qu’en France ». On imagine, effectivement, les réactions françaises à la déclaration du PDG de Cosco, Wei Jiafu, lors de son séjour à Athènes, en mai dernier : « En Chine, on a un proverbe qui dit : “construisez le nid de l’aigle et l’aigle viendra”. Nous allons construire un nid dans votre pays pour attirer des aigles chinois
jeudi, mai 20, 2010
Nei giorni di San Toro, patrono della buonuscita
Corriere.it 20100520 Beppe Severgnini
Nei giorni di San Toro, patrono della buonuscita, si capiscono un paio di cose sulla politica italiana. Perché la sinistra si renda antipatica, ad esempio. E perché perda da anni, con una costanza degna di miglior causa. Le ripetute sconfitte elettorali vengono attribuite al populismo, all'abilità, al cinismo e alle proprietà del Signor B. Certo, anche. Ma lo sappiamo: spesso i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Scegliere, quasi sempre, è una questione di alternativa. Nel commercio come nell'amore. La politica non fa eccezione. La sinistra non è solo rallentata dalle divisioni, dalle ambivalenze, dalle incertezze, dai microprotagonismi, dalle carriere a vita, dai giovani leader incamminati versi i sessant'anni. Non è soltanto indebolita da una storia pesante, esibita talvolta con noncuranza, come se fosse un foulard (quanto piaceva a Berlusconi il comunista Bertinotti in TV!). La sinistra paga anche la sua doppiezza: spesso dice quello che non fa, e fa quello che non dice. Che la destra volesse sbarazzarsi di "Annozero" non è una sorpresa per nessuno; che l'interessato accettasse di monetizzare la resa, invece, ha stupito molti (non tutti). Un esponente di questo governo, recentemente, mi ha detto: "Santoro ci ha fatto perdere 600.000 voti!". Io continuo a pensare che "Annozero" - ottimo, nel suo genere - predicasse ai convertiti; ma mi arrendo davanti alla competenza ministeriale. L'intesa con la RAI - scrivono i giornali - si aggira su una cifra complessiva che sfiorerebbe i 10 milioni (soldi di chi? Indovinate). Difficile dar torto a Bruno Vespa che, liberato di un concorrente, ha commentato sarcastico: "Essere perseguitati è un affare". Non per la sinistra, però. Molti italiani moderati - quelli che non hanno amici e nemici a scatola chiusa - si convinceranno che dice una cosa e ne fa un'altra; mentre la destra, almeno, ammette ciò che fa. Anche quando non sono cose di cui vantarsi - e, diciamolo, accade piuttosto spesso. In "La cricca" - il nuovo libro di Sergio Rizzo, malinconico e micidiale - viene riportato il passaggio di un'intervista di Luca Telese a Giorgio Clelio Stracquadanio, deputato del Pdl e fondatore del quotidiano online "Il Predellino". Alla domanda "Perché i vostri leader negano che le leggi sulla giustizia siano ad personam?"risponde "Sbagliano a negare. Va detto in modo chiarissimo: noi siamo a favore delle leggi ad personam". A chi sostiene un'opinione del genere si potrebbero dire diverse cose, non tutte gentili. Ma come negare che sia sincero? E questa franchezza, nella primitiva borsa politica italiana,rende. Esiste il dividendo della sincerità ed esiste la cedola dell'ipocrisia. La sinistra, instancabile, stacca sempre quest'ultima. E poi si stupisce se il capitale si riduce, e gli investitori scappano.
Corriere.it 20100520 Beppe Severgnini
Nei giorni di San Toro, patrono della buonuscita, si capiscono un paio di cose sulla politica italiana. Perché la sinistra si renda antipatica, ad esempio. E perché perda da anni, con una costanza degna di miglior causa. Le ripetute sconfitte elettorali vengono attribuite al populismo, all'abilità, al cinismo e alle proprietà del Signor B. Certo, anche. Ma lo sappiamo: spesso i vincitori riescono a vincere perché i perdenti sono decisi a perdere. Scegliere, quasi sempre, è una questione di alternativa. Nel commercio come nell'amore. La politica non fa eccezione. La sinistra non è solo rallentata dalle divisioni, dalle ambivalenze, dalle incertezze, dai microprotagonismi, dalle carriere a vita, dai giovani leader incamminati versi i sessant'anni. Non è soltanto indebolita da una storia pesante, esibita talvolta con noncuranza, come se fosse un foulard (quanto piaceva a Berlusconi il comunista Bertinotti in TV!). La sinistra paga anche la sua doppiezza: spesso dice quello che non fa, e fa quello che non dice. Che la destra volesse sbarazzarsi di "Annozero" non è una sorpresa per nessuno; che l'interessato accettasse di monetizzare la resa, invece, ha stupito molti (non tutti). Un esponente di questo governo, recentemente, mi ha detto: "Santoro ci ha fatto perdere 600.000 voti!". Io continuo a pensare che "Annozero" - ottimo, nel suo genere - predicasse ai convertiti; ma mi arrendo davanti alla competenza ministeriale. L'intesa con la RAI - scrivono i giornali - si aggira su una cifra complessiva che sfiorerebbe i 10 milioni (soldi di chi? Indovinate). Difficile dar torto a Bruno Vespa che, liberato di un concorrente, ha commentato sarcastico: "Essere perseguitati è un affare". Non per la sinistra, però. Molti italiani moderati - quelli che non hanno amici e nemici a scatola chiusa - si convinceranno che dice una cosa e ne fa un'altra; mentre la destra, almeno, ammette ciò che fa. Anche quando non sono cose di cui vantarsi - e, diciamolo, accade piuttosto spesso. In "La cricca" - il nuovo libro di Sergio Rizzo, malinconico e micidiale - viene riportato il passaggio di un'intervista di Luca Telese a Giorgio Clelio Stracquadanio, deputato del Pdl e fondatore del quotidiano online "Il Predellino". Alla domanda "Perché i vostri leader negano che le leggi sulla giustizia siano ad personam?"risponde "Sbagliano a negare. Va detto in modo chiarissimo: noi siamo a favore delle leggi ad personam". A chi sostiene un'opinione del genere si potrebbero dire diverse cose, non tutte gentili. Ma come negare che sia sincero? E questa franchezza, nella primitiva borsa politica italiana,rende. Esiste il dividendo della sincerità ed esiste la cedola dell'ipocrisia. La sinistra, instancabile, stacca sempre quest'ultima. E poi si stupisce se il capitale si riduce, e gli investitori scappano.
Sulle regole anti-speculatori la Germania ha ragione
di Francesco Forte ilgiornale.it articolo di giovedì 20 maggio 2010
Nella contingenza in cui ci troviamo, a livello europeo, il solo pilastro di coerenza e rigore che rimane è la Germania. Infatti, per evitare che il mercato dei titoli pubblici europei degeneri, con grandi operatori che li vendono allo scoperto e la Bce, la Banca centrale europea che li compra, in volumi eccessivi, è necessario adottare regole del gioco, ispirate a coerenza finanziaria. E sino ad ora, esse, prospettate dalla Germania con il consenso della maggioranza degli Stati membri dell’Eurozona, trovano l’opposizione del Regno Unito, in cui risiedono alcuni dei giganti finanziari che fanno le operazioni di vendita allo scoperto sui titoli del debito degli Stati considerati, di volta in volta, «a rischio». Si dirà che se i fondi vendono titoli del debito pubblico europeo allo scoperto e la Bce li acquista, per sostenere i loro corsi, quegli speculatori non possono guadagnare con le operazioni al ribasso su tali titoli. Ma ciò non è vero, perché le vendite allo scoperto di titoli denominati in euro da parte di soggetti esteri alla Bce che li compra, di solito genera una flessione del cambio dell’euro rispetto al dollaro e alla sterlina. E gli speculatori possono guadagnare con le operazioni sui cambi effettuati simultaneamente.Inoltre, anche supponendo che la Bce compri allo stesso prezzo a cui gli speculatori vendono allo scoperto, ciò comporta di costringere Francoforte a fare acquisti ripetuti. E i ribassisti sperano, così, di costringere l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet a limitare gli acquisti. L’Unione europea, su iniziativa della Germania, ha proposto che gli operatori finanziari non bancari che hanno la sede fuori dall’Unione europea non possano fare operazioni nella stessa, se non sono dotati di una autorizzazione, subordinata a una serie di regole, sulla trasparenza dei loro prodotti finanziari, sui compensi ai loro manager, sulle operazioni che possono fare nell’area euro e nel resto dell’Ue, sul volume totale del denaro che prendono a prestito. Questa ultima regola è particolarmente importante per i cosiddetti hedge fund, che sono fondi di investimento che si finanziano in parte con prestiti a breve termine delle banche. A volte i prestiti arrivano sino al 90-95% del loro patrimonio. Se il capitale proprio è il 5% e il resto è preso a prestito, un utile dell’1% sul patrimonio globale si traduce in un utile di 20 volte sulla quota di capitale proprio. E un’operazione speculativa che dà un guadagno dello 0,5% genera per i detentori del capitale sociale un guadagno del 10%.D’altra parte con Banche centrali che prestano il denaro allo 0,5 o al massimo all’1%, questi fondi possono finanziare a bassissimo costo le loro operazioni speculative. Londra non accetta la nuova regolamentazione, perché teme (a ragione) che ne derivi una limitazione alle operazioni allo scoperto sui titoli dell’Eurozona, su cui gli operatori finanziari americani con sede nella City e quelli inglesi possono guadagnare. Ma anche la Francia fa opposizione a una parte di queste regole, evidentemente perché le sue grandi banche hanno fondi di investimento con cui possono lucrare su queste operazioni. Angela Merkel, invece, non si fa catturare dagli interessi finanziari e sostiene che queste operazioni vadano limitate. E ha ragione. Infatti il paradosso è che con i soldi a buon mercato delle Banche centrali di Londra e Washington si possono vendere allo scoperto titoli degli Stati dell’Eurozona costringendo la Bce a comprarli. Poiché non c’è consenso sulla proposta di regolamentazione degli operatori finanziari non bancari, la Germania ora ha emanato una legge, destinata a durare sino a tutto il marzo del 2011 che vieta parzialmente le vendite di titoli allo scoperto o presi in prestito del debito pubblico degli Stati dell’Eurozona e di certificati di assicurazione riguardanti la loro insolvenza, nonché delle azioni delle dieci maggiori società tedesche quotate in Borsa. Ovviamente la norma si applica solo in Germania e, quindi, chi volesse speculare al ribasso su questi titoli potrebbe farlo mediante soggetti finanziari ubicati in altri Stati dell’Eurozona. Se però tutti gli Stati dell’area adottassero una misura analoga, nessuno potrebbe più sfuggire a questa draconiana regolamentazione. Ciò in quanto un operatore che risiede fuori dall’Eurozona per operare su titoli che sono emessi in essa ha bisogno di un operatore della stessa per poterli tradurre in propria valuta. Quella tedesca è una misura molto opinabile. Ma essa è la conseguenza della riluttanza di una parte dei grandi Paesi a metter ordine nel mercato finanziario. Riluttanza irresponsabile di cui pagano un conto salato i cittadini dell’Europa, senza averne colpa.
di Francesco Forte ilgiornale.it articolo di giovedì 20 maggio 2010
Nella contingenza in cui ci troviamo, a livello europeo, il solo pilastro di coerenza e rigore che rimane è la Germania. Infatti, per evitare che il mercato dei titoli pubblici europei degeneri, con grandi operatori che li vendono allo scoperto e la Bce, la Banca centrale europea che li compra, in volumi eccessivi, è necessario adottare regole del gioco, ispirate a coerenza finanziaria. E sino ad ora, esse, prospettate dalla Germania con il consenso della maggioranza degli Stati membri dell’Eurozona, trovano l’opposizione del Regno Unito, in cui risiedono alcuni dei giganti finanziari che fanno le operazioni di vendita allo scoperto sui titoli del debito degli Stati considerati, di volta in volta, «a rischio». Si dirà che se i fondi vendono titoli del debito pubblico europeo allo scoperto e la Bce li acquista, per sostenere i loro corsi, quegli speculatori non possono guadagnare con le operazioni al ribasso su tali titoli. Ma ciò non è vero, perché le vendite allo scoperto di titoli denominati in euro da parte di soggetti esteri alla Bce che li compra, di solito genera una flessione del cambio dell’euro rispetto al dollaro e alla sterlina. E gli speculatori possono guadagnare con le operazioni sui cambi effettuati simultaneamente.Inoltre, anche supponendo che la Bce compri allo stesso prezzo a cui gli speculatori vendono allo scoperto, ciò comporta di costringere Francoforte a fare acquisti ripetuti. E i ribassisti sperano, così, di costringere l’istituto guidato da Jean-Claude Trichet a limitare gli acquisti. L’Unione europea, su iniziativa della Germania, ha proposto che gli operatori finanziari non bancari che hanno la sede fuori dall’Unione europea non possano fare operazioni nella stessa, se non sono dotati di una autorizzazione, subordinata a una serie di regole, sulla trasparenza dei loro prodotti finanziari, sui compensi ai loro manager, sulle operazioni che possono fare nell’area euro e nel resto dell’Ue, sul volume totale del denaro che prendono a prestito. Questa ultima regola è particolarmente importante per i cosiddetti hedge fund, che sono fondi di investimento che si finanziano in parte con prestiti a breve termine delle banche. A volte i prestiti arrivano sino al 90-95% del loro patrimonio. Se il capitale proprio è il 5% e il resto è preso a prestito, un utile dell’1% sul patrimonio globale si traduce in un utile di 20 volte sulla quota di capitale proprio. E un’operazione speculativa che dà un guadagno dello 0,5% genera per i detentori del capitale sociale un guadagno del 10%.D’altra parte con Banche centrali che prestano il denaro allo 0,5 o al massimo all’1%, questi fondi possono finanziare a bassissimo costo le loro operazioni speculative. Londra non accetta la nuova regolamentazione, perché teme (a ragione) che ne derivi una limitazione alle operazioni allo scoperto sui titoli dell’Eurozona, su cui gli operatori finanziari americani con sede nella City e quelli inglesi possono guadagnare. Ma anche la Francia fa opposizione a una parte di queste regole, evidentemente perché le sue grandi banche hanno fondi di investimento con cui possono lucrare su queste operazioni. Angela Merkel, invece, non si fa catturare dagli interessi finanziari e sostiene che queste operazioni vadano limitate. E ha ragione. Infatti il paradosso è che con i soldi a buon mercato delle Banche centrali di Londra e Washington si possono vendere allo scoperto titoli degli Stati dell’Eurozona costringendo la Bce a comprarli. Poiché non c’è consenso sulla proposta di regolamentazione degli operatori finanziari non bancari, la Germania ora ha emanato una legge, destinata a durare sino a tutto il marzo del 2011 che vieta parzialmente le vendite di titoli allo scoperto o presi in prestito del debito pubblico degli Stati dell’Eurozona e di certificati di assicurazione riguardanti la loro insolvenza, nonché delle azioni delle dieci maggiori società tedesche quotate in Borsa. Ovviamente la norma si applica solo in Germania e, quindi, chi volesse speculare al ribasso su questi titoli potrebbe farlo mediante soggetti finanziari ubicati in altri Stati dell’Eurozona. Se però tutti gli Stati dell’area adottassero una misura analoga, nessuno potrebbe più sfuggire a questa draconiana regolamentazione. Ciò in quanto un operatore che risiede fuori dall’Eurozona per operare su titoli che sono emessi in essa ha bisogno di un operatore della stessa per poterli tradurre in propria valuta. Quella tedesca è una misura molto opinabile. Ma essa è la conseguenza della riluttanza di una parte dei grandi Paesi a metter ordine nel mercato finanziario. Riluttanza irresponsabile di cui pagano un conto salato i cittadini dell’Europa, senza averne colpa.
jeudi, mai 13, 2010
mercredi, mai 05, 2010
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